Il complotto

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Non mi muovo mai in auto e raramente uso mezzi aziendali. Ma, quel giorno di gennaio, avevo urgenza di ritirare due bottiglie in vetro soffiato da cento millilitri l’una, in arrivo da Murano, presso un mio consueto fornitore.

Un signore di Pechino mi aveva ordinato un profumo “su misura” a novembre, pagando un’importante cifra a quattro zeri per il suo personalissimo profumo a base di: iris, sentori di riso, azalea, nasturzio nano e “terra che si alza con vento mentre sole torna a dormire”. Cinquantasette ingredienti naturali e preziosi che pretendevano un nebulizzatore a pompetta rivestito in seta color magenta e un flacone di vetro sottilissimo con striature blu cobalto.

Purtroppo, il mio desiderio kitsch, che prevedeva anche di dipingere a mano il nome della fragranza Quando l’erba ti ruba le lacrime, venne bruscamente interrotto da un’inattesa foratura: lo pneumatico destro posteriore si era sgonfiato di colpo.

Il rumore sull’asfalto del cerchio in ferro si confondeva con la “cassa dritta” di Vitalic mentre, i sussulti della traccia techno cadenzavano ogni giro di ruota del furgone Combo che in azienda chiamiamo: Mad Max.

Oltre alla gomma si sgonfiarono anche le mie aspettative genitoriali (perché un profumo è un figlio), ma ebbi la breve illusione che quel gommista, a soli cento metri, avrebbe potuto salvare la mia mattinata lavorativa.

Portai Mad Max sul marciapiede, davanti al passo carraio di Jimmy Gomme, e proprio Jimmy, il proprietario, uscì dal garage sorridendo:

«Si direbbe che hai bucato!».

Dopo una breve conversazione lapalissiana, capii che il tempo sarebbe trascorso meglio andando a bere un caffè nel bar di fronte indicatomi da Jimmy:

«Sarà lunga qui. Hai bucato una gomma e hai danneggiato il cerchio. Se vuoi bere un caffè, là c’è un bar dove puoi bere un caffè. Così non stai tutto il tempo qui».

Il Bar Elvis non lo avevo mai notato, pur passandoci davanti a piedi chissà quante volte.

L’interno è rivestito di poster di Elvis di tutti i tipi e di tutte le patine. Dietro al barista c’è una foto con dedica mentre abbraccia Bobby Solo, la osservo con la dignità di un ipermetrope che si finge curioso:

«È Bobby», mi dice.

«Secondo me la colpa di tutto è di Elvis! Fidati», sostiene un signore anziano rivolgendosi al barista per concludere una conversazione a cui ero assente.

«Ma Elvis non era cinese!», riprende il barista.

«Lo era eccome! Non hai notato quanto Elvis assomigli a Tom Hardy?»

«Tom Hardy? Ma non è inglese?», mi intrometto.

«Cosa hanno in comune Tom Hardy e Keanu Reeves? Te lo dico io: menano come due pazzi, e si assomigliano, perché sono cinesi, proprio come Elvis!»

Stavo per dire: «Cosa?», ma il barista mi diede il resto e un biglietto da visita di un posto dove si mangiano solo toast orientali:

«A proposito di Cina! Facci un salto, è qui dietro l’angolo: fanno toast, solo toast».

E toast fu, il “Dolomiti Dong”, meglio noto con il nome DD: pancarré ai cinque cereali, formaggio erborinato di latte crudo, speck, pollo fritto e alga nori.

Dopo il primo morso posai sul bancone il toast: lo feci di getto, quasi per allontanarmi da un nemico armato e pronto a uccidermi. Gli occhi del cuoco cinese che mi aveva servito si spalancarono, come per uno spavento:

«Un giorno la paura bussò alla mia porta. Aprii e un uomo senza viso mi guardò dentro», disse.

«Io sono soltanto senza capelli!», risposi.

«Tu hai dato il morso centrale: il cerchio perfetto su pane tostato. Io avevo sognato questo, io stavo aspettando te. Uomo senza volto ora so chi è: tu sei il prescelto».

Mi chiese di seguirlo sul retro del negozio e non esitai perché la storia (ammetto) mi sembrava intrigante.

Dietro una tenda verde e poi un’altra gialla e ancora una rossa c’era un vecchio.

Stava seduto saggiamente meglio di un budda su una poltrona in stile vaticano barocco con modanature lignee dorate.

Il vecchio era un vecchio cinese, ma non potevo fare a meno di notare quanto assomigliasse a Elvis.

Parlò per un’ora o forse due…

Mi raccontò che avrei dovuto superare una prova e che il mondo attendeva la mia audacia.

Dopo quindici sakè caldi, concluse il suo solenne discorso e mi congedò:

«L’importante non è stabilire se uno indugi davvero. La cosa che conta è saper convivere con la propria esitazione, nutrirsi delle debolezze e non lasciarsi sopraffare. Ecco, l’eroe è questo, altrimenti non è più eroe ma stupido».

Uscendo un ragazzino mi porse uno scontrino su un piattino di ceramica inchinandosi rispettosamente: erano i sette euro del DD.

Tornai a prendere il furgone.

«La gomma era bucata di brutto. E anche il cerchio era rovinato!», disse Jimmy.

Riportai il mezzo in ufficio, e me ne andai a casa a piedi: camminando e meditando similmente a un bonsai nella lenta attesa di essere albero e poi arte e poi nulla.

Arrivai intorno al crepuscolo, quando le ombre invernali confinano tra di loro, poco prima di fondersi nel fosforo e nel buio.

E proprio dove il giorno precedente non c’era niente… ora, una torre di metallo disegnava il vuoto:

«Lei dov’era quando hanno montato l’antenna 5G?», mi chiese una vicina di casa.

Non risposi nulla, perché il silenzio è identico alla notte, o forse è proprio l’ombra del chiasso.

Vivere fa paura, ma l’alternativa sarebbe morire. Vediamo cosa succede, senza fretta: come terra che si alza con vento mentre sole torna a dormire.

Angelo Orazio Pregoni