Non è il piacere a essere stato proibito, ma la sua autonomia. In Occidente, ciò che non produce — figli, ordine, legame — è sempre stato guardato con sospetto. Eppure, questa diffidenza non nasce da una legge, ma da una lettura distorta che attraversa secoli di morale, letteratura e silenzi.
All’origine della lunga diffidenza occidentale verso il piacere non c’è un divieto esplicito, ma un racconto — e, soprattutto, la sua interpretazione.
Nella Genesi compare la figura di Onan, secondogenito di Giuda. Secondo la legge del levirato, egli ha il compito di unirsi alla vedova del fratello defunto, Tamar, per generare una discendenza che non sarebbe stata considerata sua, ma del fratello. Onan accetta formalmente l’unione, ma durante l’atto “disperde il seme a terra” per evitare il concepimento. Il testo biblico è chiaro: il suo gesto è deliberato e ripetuto, e nasce dal rifiuto di garantire una continuità familiare che non gli avrebbe dato eredità.
La punizione è immediata: Dio lo fa morire.
Ciò che è decisivo, tuttavia, è lo slittamento successivo. Il racconto non condanna la masturbazione — che non viene mai nominata — ma un atto interrotto all’interno di un preciso obbligo sociale. Eppure, per secoli, la tradizione teologica ha trasformato Onan nel simbolo stesso del piacere “sterile”, costruendo attorno al suo nome una colpa che il testo non formula.
Da qui prende forma una visione destinata a durare: il piacere è legittimo solo se produce. Tutto ciò che resta individuale, non generativo, non visibile, viene sospinto ai margini del dicibile.
Per le donne, questo processo è ancora più radicale. Non si tratta solo di limitare, ma di cancellare la possibilità stessa di un desiderio autonomo.
La letteratura italiana ne offre testimonianze precise.
In I Malavoglia, Giovanni Verga costruisce un universo in cui l’onore femminile coincide con il silenzio sul corpo. La vicenda di Lia Malavoglia è esemplare: la sua “caduta” non viene mai descritta, ma basta a escluderla dalla comunità. Verga sintetizza questa legge non scritta in una formula diventata emblematica:
“Certe cose non si dicono.”
Il desiderio femminile non è represso: è espulso dal linguaggio.
Qualche decennio dopo, Sibilla Aleramo, in Una donna, porta per la prima volta la questione all’interno dell’esperienza. La sua testimonianza è netta:
“Io non sapevo nulla.”
Non è una semplice ignoranza individuale, ma il risultato di un’educazione sistematica. E infatti aggiunge:
“Ero stata allevata per essere moglie e madre, non per essere me stessa.”
Il corpo esiste, ma non appartiene a chi lo abita.
Questa stessa distanza tra funzione e conoscenza trova una rappresentazione straordinariamente precisa in Il Gattopardo. Don Fabrizio Corbera, Pririncipe
di Salina, vive un matrimonio fecondo e rispettabile, ma privo di vera intimità. Con la moglie, il rapporto è segnato da pudore, ritualità, distanza; con la prostituta Mariannina, invece, il corpo torna visibile, concreto, privo di mediazioni morali.
È importante essere precisi: il romanzo non contiene la frase — spesso citata in modo impreciso — secondo cui il Principe “non avrebbe mai visto l’ombelico della moglie”. Tuttavia, l’idea che esprime è perfettamente coerente con il testo: nel matrimonio aristocratico, il corpo femminile resta velato anche nell’intimità.
La differenza non è solo morale, ma percettiva: da una parte un corpo funzionale, dall’altra un corpo esperito.
Nel Novecento, quando i divieti iniziano ad allentarsi, emerge un nuovo problema: cosa accade al desiderio quando non è più rigidamente proibito, ma non è ancora pienamente compreso?
In La noia, Alberto Moravia descrive una sessualità ripetitiva, priva di profondità. Il protagonista consuma il corpo dell’altro senza mai incontrarlo davvero. Il piacere non è negato: è svuotato.
Diversa è la prospettiva di Elsa Morante, che in L’isola di Arturo e La storia restituisce al corpo una dimensione più complessa: non solo desiderio, ma memoria, formazione, ferita. Nei suoi personaggi, il corpo torna a essere vissuto, anche quando è confuso o doloroso. Non è più invisibile.
Eppure, lungo tutto questo percorso, qualcosa resta costante.
L’eredità simbolica di Onan sopravvive nella diffidenza verso tutto ciò che non produce: un gesto che non genera figli, non costruisce legami, non lascia tracce sociali. È in questo spazio che si colloca la rimozione più persistente — quella del piacere individuale, e in particolare femminile.
Non tanto proibito, quanto privo di statuto.
Rileggere questa storia significa allora riconoscere che il controllo del corpo è passato soprattutto attraverso lo sguardo: insegnare a non vedere, a non sapere, a non nominare.
E proprio per questo, ogni forma di conoscenza di sé — silenziosa, non finalizzata, non osservata — assume un valore che va oltre l’intimità. È la fine di un’antica invisibilità.
Francesca Mezzadri