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Il dissenso è morto

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C’è un libro, uscito ormai l’anno scorso, che assomiglia al sussurro furioso di un’anima che non vuole restare in silenzio e contro questo silenzio si scaglia. Si tratta di Resistenza intellettuale. Invettive contro il degrado culturale contemporaneo. Introduzione al Lucidismo di Pisto Is Free alias Moreno Pisto, fra le altre cose direttore di Mow Mag. Un pamphlet corrosivo, un’opera costruita su 100 frammenti: pezzi brevi, rapidi, pieni di immagini crude, di interrogativi taglienti, di rabbia trasformata in inchiostro. Non è saggio né accademico; è un urlo che scuote, che vuole aprire gli occhi, che non teme la violenza letteraria (che, attenzione, non ha nulla a che fare con l’odio) pur di far emergere il marcio che ci circonda o – come ho già scritto nella “recensione caratteriale” su Arghía (https://www.arghia.it/resistenza-intellettuale/) – “la voragine che abbiamo in testa”. Sì, perché abbiamo a che fare con un vuoto di senso che ci minaccia ogni giorno, mentre intorno tutto si uniforma e si consuma.

Il libro di Pisto può dunque, caoticamente, farci da mappa del degrado culturale. È scritto con l’urgenza di chi osserva ambienti che si chiudono su se stessi, che inducono indifferenza e conformismo. È una chiamata, quasi disperata, a scegliere la lucidità, la non-appartenenza, a non accettare che il dissenso diventi soltanto un fenomeno mediatico confinato nel circuito del consumo di visualizzazioni. Eppure, è inevitabile chiedersi: non è che anche questo libro rischia di giocare la stessa partita? Viviamo in un’epoca in cui persino la critica più feroce viene trasformata in contenuto da like; nessuno si muove, tutti sognano di diventare influencer, di essere ricchi, belli e amati. Anche l’anarchia, oggi, rischia di essere ridotta a una posa. La banalità del discorso non lo rende meno grave: anzi, come mostra la realtà quotidiana, proprio il suo essere apparentemente scontato lo rende ineludibile. Pisto si assume tutti i rischi.

C’è poco da ridere, e Pisto lo sa. Il suo sguardo lucido affonda nel capitalismo della sorveglianza raccontato da Shoshana Zuboff: una realtà in cui ogni gesto è monitorato, trasformato in dato, e usato per orientare i comportamenti. Non si tratta più soltanto di un controllo esterno, ma di un meccanismo che penetra nel nostro quotidiano, determinando ciò che vediamo, pensiamo e desideriamo. È lo stesso terreno su cui si muove anche Byung-Chul Han, più volte citato da Pisto, quando parla della “società della trasparenza” e della pressione all’esposizione continua, dove la libertà si riduce a una performance dentro schemi già imposti.

Di qui la proposta del “lucidismo”, un atteggiamento radicale che non è ideologia né scuola di pensiero, ma un modo di stare al mondo. È la volontà di non farsi inghiottire dal calderone consumista che ingloba tutto, persino il dissenso. Oggi la protesta, l’indignazione, l’anticonformismo vengono regolarmente trasformati in prodotti da monetizzare. Anche ciò che nasce come opposizione finisce riassorbito dall’algoritmo, reso innocuo e pronto a generare profitto. È l’appropriazione simbolica del dissenso: la ribellione diventa brand, e la critica un format da consumare.

Contro questa deriva Pisto richiama Gramsci e il suo celebre “Odio gli indifferenti”: l’indifferenza è il carburante del potere, il vero alleato del conformismo. Per l’autore, scegliere di essere lucidi significa recuperare un ruolo attivo, diventare “fari” capaci di illuminare spazi di autonomia in un contesto che tende a cancellarli. Il faro non è grandezza solitaria, ma punto di orientamento: la possibilità di indicare che una rotta diversa, fuori dall’omologazione, esiste ancora. Questa resistenza non è fatta di rivoluzioni fragorose, ma di gesti concreti e quotidiani: difendere la propria interiorità, sottrarsi alla dittatura della visibilità, scrivere e pensare in libertà, coltivare microsalvezze. È un invito a non farsi ridurre a semplici profili da clusterizzare, a non essere solo dati in un sistema che trasforma anche il dissenso in consumo.

Il libro si chiude con due firme che meritano attenzione. In quarta di copertina c’è un testo di Fulvio Abbate, scrittore che ha coniato il termine “amichettismo” per denunciare le logiche di scambio e di potere che dominano la vita culturale italiana, e che negli ultimi anni si è distinto come una delle poche voci pronte a smuovere le coscienze, anche sul genocidio in corso a Gaza, di cui è stato tra i primi a parlare apertamente nell’ambiente intellettuale. In appendice troviamo invece una postfazione di Camillo Langone: non so dire se sia un bene o un male, sarà il lettore a deciderlo. Anni fa Langone scrisse una “preghiera” su di me, suggerendo che sulla carta potessi incarnare un anti-Fusaro (qualsiasi cosa significhi), salvo poi restare deluso dalle mie posizioni anticonsumiste.

La verità che ci resta in mano è questa: il dissenso, almeno nella sua forma pubblica, sembra morto. Ma libri come quello di Pisto – pur correndo il rischio di essere assorbiti dal gioco del consenso – tentano ancora di rianimarlo, di ridargli fiato, di trasformare la rabbia in inchiostro e di urlare, anche nell’indifferenza generale, che non tutto è perduto. “Non è possibile che resistere”.

Pisto Is Free, Resistenza intellettuale. Invettive contro il degrado culturale contemporaneo. Introduzione al Lucidismo, NFC edizioni 2024.

Stefano Scrima 

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