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Il dolore che unisce

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Daniela Alfarano, Senza titolo, 2013

Sono seduto in un corridoio dell’Ospedale della Vallebron aspettando che arrivi l’otorino.
Sono passate le tre e mezza della notte e son più sveglio che mai nonostante i due Diazepam che mi son ingurgitato per soffocare il dolore.


Intorno a me la gente soffre, una signora su una sedia a rotelle non riesce a stare ferma e continua a rivoltarsi, appoggiandosi con la sua piccola mano avvolta in un bendaggio elastico compressivo dalla striscia rossa lungo il bordo a un uomo dalla pelle scura e dai capelli lunghi, ricci e legati dietro la testa, che probabilmente è suo figlio.
Dietro di me una signora con la faccia stravolta si tocca l’orecchio sinistro mentre il marito la guarda impotente. Mia moglie ed io scambiamo due parole con loro rispetto al rumore tonfo che una vecchia porta automatica dagli stipiti inferiori anneriti ed ammaccati per i tanti anni di lavoro ininterrotto, fa risuonare nel corridoio senza tregua.


Io sono lì perché qualcosa non funziona, mi hanno operato al setto nasale da qualche giorno ed il dolore è cambiato; nonostante il medicamento ho la febbre.


Intorno a me il dolore è ovunque, misto a noia, frustrazione, accettazione muta.


Claudia non mi lascia un istante, volevo venire solo perché sento addosso la sua inquietudine e quando sto male non voglio essere toccato, voglio essere lasciato solo ad ibernare nel mio dolore. Ho una strana ipersensibilità, sento tutto, la mia pelle è recettiva a qualsiasi sbalzo termico ed a qualsiasi tocco, il mio udito infastidito dal rumore di fondo ed i miei occhi cercherebbero il buio se non fossi io a posarli altrove.
Sono dannatamente curioso ed avido di immagini, così, nonostante il pianto che sgorga in gocce incontrollabilmente pesanti e saline, guardo… guardo tutto.
Cerco i dettagli: le Crocs rosa su cui sono agganciate delle figurine terribili dell’infermiera dai capelli ramati lunghi e lisci, la camminata stanca e claudicante di un medico calvo e rassegnato, il culo sovraccarico di un marocchino una decina di anni più giovane di me, che cammina con i piedi a papera, strabordanti dalle ciabatte da piscina nere con le strisce bianche stampate sulla tomaia e che anticipa l’arrivo di una donna molto più giovane di lui con addosso non so quanti chili di vestiti lasciandole scoperto solo un viso.
Se non fosse deformato dal dolore, sarebbe dolce.

La immagino con addosso quell’energumeno facendo quel che dovrebbe essere l’amore.
Faccio in modo che i miei occhi incontrino i suoi.

Guardo sempre le donne arabe negli occhi cercando di spingermi fino in fondo nei loro, per tutto quello che non posso dire.
Ma, come spesso mi dicono gli amanti del politicamente corretto, chi sono io per giudicare?

Non ho mai sopportato la cultura araba, come trattano le donne, come trattano i figli, come si trattano tra loro. Ho avuto così tanto a che fare con questa cultura, o almeno quello che arriva in Spagna di questa cultura, che ho sviluppato un’avversione a quel che dicono e a come le dicono, alla menzogna compulsiva, alla moralità selettiva ed allo sprezzo di chi non è come loro.
Eppure sono cosciente che tra il peggiore di loro e me c’è una sola ed unica differenza: dove il destino ha deciso di farci nascere.

Se fossi nato ad Agadir, Djelfa, Damasco sarei come loro. O forse peggio.
Guardo quel mucchio di tessuto sotto il quale si muove un essere umano sensibile e mi chiedo quanto sia realmente il margine di libertà che ci è stato dato.

Nel mentre la donna con il problema all’orecchio urla di dolore dalla cabina dietro di noi. Io invece dopo una quindicina di minuti ne esco liberato dai tamponi con una ricetta di un nuovo antibiotico per curare l’infezione in corso.
Così ci rinabissiamo nel buio della notte catalana.

In auto guardando fuori dal finestrino vedo le immagini dei bambini palestinesi massacrati da una guerra tanto ingiusta quanto cieca: ferite multiple da schegge, frammenti, ustioni, gravi lesioni agli arti, amputazioni, traumi cranici e cerebrali, lesioni al midollo, emorragie interne, organi da estirpare, perdita della vista o dell’udito… Una tristezza che non riesco a definire mi incupisce.
Sento il peso dell’ingiustizia nella quale viviamo e la responsabilità che abbiamo, che dovremmo avere in prima persona ma che non sappiamo come esercitare.

Velocemente ripenso a quel che mi é successo: son stato operato in un ospedale pubblico di Barcellona solo due mesi dopo la visita con la specialista, mi hanno coricato su un lettino, coperto affinché non avessi freddo, la chirurga mi ha chiesto con simpatia che musica volevo per addormentarmi, “Alice in Chains” ho detto… non son riuscito a sentire nemmeno una nota che già ero assente, son stato intubato con le migliori tecnologie ed, in anestesia totale, mi ha operato per poi essere con calma risvegliato, riportato in stanza. Son tornato a casa la sera stessa con Nolotil, Amoxicillina, Naproxeno Sodico e per l’ansia Diazepam da 5 mg. Ho cenato sushi, mi son sdraiato su un letto comodo con tre cuscini sotto la testa e con la bottiglietta d’acqua fresca al portata di mano…

E poi torno ad immaginare questi bambini, questi ragazzi, queste donne, anche questi uomini, disidratati, gettati nella polvere in letti di assi di legno, senza medicine;
quello è dolore, il mio è una passeggiata in riva al mare….

E quel dolore sommato all’innocenza di un bambino è qualcosa che la mente non può accettare.

Ho l’immagine negli occhi dei bambini impiccati con la propria maglietta sulle mura d’ingresso delle città, non ricordo più di quale guerra si trattasse, forse era in Siria. Ho cercato su Google ma non trovo più nulla… La censura edulcorata di cui siamo capaci…
La prima volta che le vidi rimasi così scioccato da doverle dipingere in un quadro poi esposto, senza essere compreso, in una galleria di Berlino.
E se non fosse per quel quadro, adesso, probabilmente, mi chiederei se quelle immagini fossero esistite veramente o se magari le avessi immaginate.


Il giorno seguente decido di evitare di prendere tutte le medicine e continuare solo con l’antibiotico. Il medico mi dice che “Se ce la faccio a sopportare il dolore…” e così tolgo tutto.
In sala di attesa penso a scrivere questo articolo, non riesco a togliermi di dosso i fantasmi dei corpi trasformati dalla sofferenza.
E mentre rifletto sull’importanza del dolore mi risponde per messaggio Roberta che sta male. Ha vomitato tutta la notte ed ha la schiena letteralmente a pezzi per l’osteoporosi, non ricordo bene quante vertebre fratturate. Penso a lei, ai suoi occhi grandi e liquidi come un ruscello in primavera, con i suoi gorgogli e mille riflessi. Non so perché le voglio bene, ma ci son persone con le quali è così e basta: ci sono persone che hanno una luce speciale e lei ce l’ha.
Siamo così diversi io e lei, ed ancora più diverse le tante persone dilaniate dalla violenza.
Solo il dolore unisce tutti.

Mi domando se, quando uno ascolta il proprio dolore, per quanto colpevoli e mostruose siano le azioni che possa aver compiuto, possa sentire finalmente anche quello degli altri.

Non credo possano essere le religioni con i loro mille dogmi ed altrettanti pregiudizi a portare pace e ad unirci, non credo possa essere una politica comune di interessi e nemmeno le parole vuote del moralizzatore di turno, ma la coscienza del dolore.

Probabilmente se avessimo la coscienza che il dolore dell’altro è il nostro stesso dolore, allora, forse, smetteremmo di fare il male che facciamo.

Paolo Maggis

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