Il fiume e il buco nell’acqua è il nuovo libro di Jacopo Ricciardi edito nel 2026 da SEF nella collana Pasifae diretta da Mario Fresa. È un testo che forma la scrittura in girali liquide, descrittura cromatica del mondo a partire da un vuoto sostanziale: «Io opto per una terza via, quella dell’apparizione della parola dal vuoto della mente durante la meditazione.» Una scrittura come scarto dalla logica immaginaria dell’Io che traslittera in suoni le percezioni subliminali del corpo fisico in una continuità tra l’immagine e la parola: «Questa è la gioia per me, lasciar parlare qualcosa che non sono io, ma che mi compone.»
Il fiume e il buco nell’acqua materializza gli eventi di una meditazione, pratica che l’autore pratica da anni: «La meditazione, almeno per me, non è un annullamento della parte senziente della mente, è piuttosto l’attivazione di una potenzialità addormentata della mente e del funzionamento del cervello».
Più che sezioni leggiamo superfici di eventi che si sfiorano, flussi rizomatici che paiono abbandonare la pagine e precedere, compulsandola, la scrittura. Passaggio prossimo imperfetto: il corpo della scrittura si fa tramite del e tramite il buco, del vuoto desiderante. Leggere Il fiume e il buco nell’acqua è difficile in un primo momento e diventa appagante poi, quando per un attimo ci si riesce a liberare dell’io leggente, dell’io pensante, in un quieto sostare dell’occhio sul nulla colmo di totalità...
Gian Luca Garrapa
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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?
Il testo di questo libro è la versione originaria, nella forma e nel contenuto, dell’ultima sezione del mio precedente libro “Dei sempre vivi”, che avevo ridotto e ‘addomesticato’ a un linguaggio più piano, perdendo tutta l’effervescenza della sperimentazione che era ed è in esso. Ho voluto quindi, con questa pubblicazione, ripristinare l’integrità di una mia ricerca su una sorgente, priva di ego, della parola poetica. Oggi l’egocentrismo della parola consiste sia nell’aspetto personale e sensibile, sia in una consistenza razionale che squadra la parola dall’esterno.
Io opto per una terza via, quella dell’apparizione della parola dal vuoto della mente durante la meditazione. Dopo vent’anni di meditazione sono riuscito a scrivere durante l’atto meditativo, non interrompendolo, ma mettendolo in pausa per il tempo di un frammento di scrittura. Questo scrivere dolce, privo di pensiero, fa apparire degli squarci di mondi, che hanno la libertà di continuare oltre la fissura poetica. Gerhard Richter, pittore che lavora con la fotografia, dice che il riquadro della foto è un muro che slega l’immagine dal suo mondo originario. Questo mio modo di scrivere vuole superare una modalità oggettivante del lavoro: sento muoversi il mondo, lo sento continuare, oltre lo spazio aperto di uno squarcio che mi fa vedere una parte di un mondo
completo.
Liberarmi di me stesso nel mentre scrivo, è ciò che ho sempre auspicato. Essere più libero e più libero ancora, dagli esempi di scrittori precedenti e contemporanei, e dalle mie stesse produzioni precedenti. Io decido, è vero, di mettermi a meditare, ma la meditazione è un atto che scopre parte della mente (e del cervello) in una condizione liberata dal tempo e continua in un senso plurispaziale e plurilinguistico: per cui sono liberato dalla mia stessa decisione di mettermi al lavoro. Ciò che ne emerge sono frammenti che continuano oltre sé stessi, in manifestazioni ‘vivide’ di storie e mondi, in un pluriverso.
Quando scrivi, godi?
Godere della propria scrittura vuol dire ricercare il momento giusto per scrivere, non impormelo, in nessun modo, è come trovarlo sul cammino, non un sasso da smussare in una scultura, ma un dono del mondo naturale che mi offre una trasformazione già formata, ultimata, perché appartiene più a quel mondo naturale e naturante che a me e al mio pensiero: il sasso è colmo di sé stesso se visto da dentro, da lì il sasso non è più un sasso ma già una storia e un mondo che solo lì esistono in quel momento senza tempo; e in esso posso cercare altri momenti senza tempo. Non è più un sasso ma è proprio un sasso che guardo osservando che la storia o le storie insite in esso lo rendono tale, e allora mi chino e lo raccolgo, ed esso mi racconta qualcosa che continua oltre di lui.
Se raccolgo un sasso ma in verità sto meditando, sembra che non lo stia raccogliendo, eppure anche se non sto pensando al sasso mentre medito lo sto raccogliendo e lo sto ascoltando. Questa è la gioia per me, lasciar parlare qualcosa che non sono io, ma che mi compone. Ora forse capisco quelle parole sole, forse fuori contesto, alla fine di ogni strofa: esse sono qualcosa che in qualche modo misterioso ma non oscuro mi compone. La Poesia ha una luce intrinseca che sta in genere nascosta dietro i testi; forse la Poesia vuole che quella luce emerga e sia palese; questo anche è un fatto politico. La meditazione è qualcosa di collettivo. La scrittura deve ‘essere’ collettiva, non ‘diventare’ collettiva.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?
Nell’arte orientale cinese tradizionale il vuoto regge l’apparizione, e, nel caso di un dipinto, il vuoto del supporto, ossia il bianco, permette l’originarsi della scena che si delinea essenziale, in molti casi guizzante: la figurazione può dirsi sempre a fuoco, addirittura posta in un ‘a fuoco’ del vuoto; e la mente sembra porsi in quell’ ‘a fuoco’, utilizzando il suo vuoto come un’attesa che si carica e si rilascia nel gesto.
Questo andare a pescare un evento straordinariamente riconoscibile da parte della mente, nella pittura tradizionale cinese, o anche nell’haiku giapponese, dipende da una matericità del vuoto particolarissima, poiché la si mette in relazione col mondo materiale esistente: ossia dal vuoto sorge il mondo presente quotidiano, e così allo stesso modo riappare nel dipinto e nella poesia.
Ma se invece il vuoto della mente perdesse quella matericità, perdesse quella dipendenza, perdesse quell’ultima consistenza, esso diventerebbe fluidamente se stesso e si aprirebbe non più ad un solo mondo, ma a tutti i mondi. Ecco perché, estraendo in ogni frammento del mio testo un mondo distinto, l’ho ricevuto e accettato nel suo apparirmi, nel suo mostrarsi, nel suo donarsi, senza ulteriore rielaborazione razionale. Ecco allora che alcuni frammenti sono

per me oscuri, come questo per esempio:
Operare l’asfalto fidanzato
al mercato col guanto rovesciato di pelo
tra le mani avventurose che abboccano.
Non so dire che cosa veramente accada in questo squarcio di mondo, e quale mondo sia veramente. È allora incompiuto? Forse. Però, anche se l’accadimento non mi è chiaro, e leggendo non riesco a ritrovare la strada (o le strade) di un intendimento, avverto nelle parole un legante fuido che le attraversa, come le tre parole del primo verso (chiamiamolo pure così), le sento adese le une alle altre e così via con ciò che segue, avverto una corrente, un’ondulazione, “col guanto rovesciato di pelo” che è inequivocabile ma anche mi fa chiedere ‘perché’ e ‘cosa sta accadendo’, e all’ultima linea due mani incontrano quel guanto ‘un’altra mano?’, attivando una continuità addensata, un ‘corpo’ connesso che non può disunirsi: ma ecco, non sono davanti a un mondo non formato, ma bensì a un mondo non ancora assimilato, perché non sono io a determinare quel mondo, ma è un mondo a offrirsi, poiché dal vuoto fuido della mente il mondo è un dono.
Meditando si forma il vuoto, e il vuoto chiama un mondo, diremmo come un magnete, e quel mondo è un dono per noi, che noi stessi abbiamo chiamato perché siamo diventati un silenzio sconosciuto. È sempre il creatore che crea, ma la corrente della creazione è ormai opposta, non prende più, ma ascolta. Nella creazione l’origine razionale, psicologica, è rotta. Le leggi che governano i mondi, spesso non si somigliano.
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Forse è già un insieme di frammenti continui di storie e di mondi venuti a palesarsi dagli squarci del linguaggio umano.
Che rapporto hai con la censura?
Oppure l’autocensura! Un pericolo per lo scrittore è che lui stesso si limiti impoverendo il suo atto, avvicinandosi a uno stereotipo (di sé!), seguendo o inseguendo formule già battute, o riutilizzandole. Per esempio: in una ricerca di libertà si ripensa alle formule chiuse, metriche, della poesia, come a delle strutture stereotipanti da cui stare alla larga (il mio libro ne sarebbe un esempio), però è possibile pensare la metrica come una forma di compressione e decompressione di un’energia, simile a un caricamento energetico, una sorta di cuore o di filtro dove far fluire la continuità delle cose. Questa energia è un ascolto fluido, non determinante, bensì vuoto, brulicante, che si carica, e può insinuarsi nella serpentina metrica.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
Se mestiere vuole dire persistere in un’attività senza mollare mai l’attenzione, allora sì è un mestiere. Se lo status quo non è un partito preso, una posizione intransigente, un arrovellarsi e un affiliarsi su sé stessi, allora sì contesto lo status quo, che sarebbe il sentirmi liberato anche dalle letture o dalle esperienze che mi coinvolgono, anche da quelle che sono per me di primaria importanza. Voglio che intorno a me (e perché no, in me) lo spazio e il tempo si muovano senza vincoli; possono essere entità in relazione che non sono catalogabili né scientificamente, né filosoficamente. Essere niente è più interessante che essere qualcosa: lì si sente un profumo di pace.
Bonus track:
«Le docce gentili sui corpi, neutre,
neutrini nella filigrana dolce, casta
sui fogli e sui cartoni. Raffaello.»

È in flussi-vortici, in girali liquide, che la tua descrittura cromatica del mondo procede e ti invola come corposguardo, ti assenta all’atto egoico. Cioè ti ruba alla logica immaginaria dell’Io e traslittera in suoni le percezioni subliminali del corpo fisico. I tanti occhi del corposcrivente si fanno soluzione di continuità tra l’immagine e la parola: come si giunge, infine, alla pagina? E come deve essere la lettura di questo segno scritto?
La meditazione, almeno per me, non è un annullamento della parte senziente della mente, è piuttosto l’attivazione di una potenzialità addormentata della mente e del funzionamento del cervello: lì esiste un vuoto, che si può amplificare, cercare addirittura, un abbandono del tempo e dello spazio, per fare esperienza di un altro tempo e un altro spazio; il primo, senza confini, si calma in una zona di sé fatta da tutti i tempi, e il secondo, senza confini, è denso e vive di una miriade serrata e gentile, vastissima.
Da questo insieme che mi sostuisce, in quella parte attivata del cervello e della mente, si genera, può venire alla luce, una parola; qualche parola, in piccolo insieme di parole. E sono parole non come involucri pieni o svuotati, ma anzi parole dense e vive senza più una pelle, ricettive, vispe, con delle interiora fluide, che fluiscono imprevedibilmente con le vicine. Uno squarcio di fluidità è sufficiente per avvertire una fluidità, continua e complessiva, di una storia e di un mondo. La parte per un tutto, e la nostra mente fluisce attraverso le parole. Il fluire dentro e il fluire fuori collimano. Stare fermi davanti a qualcosa, o stare semplicemente fermi, non è più necessario.
Mi sdraio sul letto, chiudo gli occhi, medito, fluisco, scrivo, fluisco, scrivo, fluisco, (ecc.), smetto di meditare, apro gli occhi, mi alzo lentamente dal letto, sorrido.
«Onta di gelo. Rotondità.
Arredare. Frizzante. Argini.
Pastura.»
Da Il fiume un estratto.
Da Il fiume abbiano poche immagini ed è subito buco. Il buco nell’acqua è la sezione più corposa e materializza i postumi di un flusso. Ma prima hai raccolto l’evento, la rincorsa delle superfici che si vuotano. Il passaggio prossimo imperfetto: superfici che accadono, da un trascorso futuro, una volta di più soltanto, che si ripetono e sono un più-di-sguardo differente: fuori dalla superficie scritta hai fermato vortici e flussi sui quadri: quale differenza lega la scrittura alla pittura?
Queste tue due bonus track sono scrittura che poga come la pallina di un flipper che è un fulmine sempre più veloce; altro che Giorgione! La risposta è: sì. Come sia nata questa forma spiraliforme con un andamento centrale a globi successivi ed eretta sul mondo, con un sotto che orizzontalmente si distribuisce nella terra, e che in alto termina con un alveolo verticale mosso nell’aria, non so. Un titolo multiplo accompagna questa opere “Candela/colonna/misericordia/crocefissione” per poi diventare, accostando diverse opere, un “Orto” e infine “Energia vitale”: l’ho riscoperta un giorno a Roma nel pavimento cosmatesco della Basilica di Santa Maria in Cosmedin e poi ovunque, e come ritmo, nelle tombe etrusche fino ai fregi barocchi, e nell’avvitamento della Colonna Santa, proveniente si dice dal Tempio di Salomone, ora in Vaticano, sulla colonna Traiana con la sua storia a fascia che sale a elica, e, ancora, nella Vite Cristiana, e così via. Ultimamente ho spezzato questa energia vitale in filamenti, così da infonderli nel riquadro dipinto inventando storie benigne, tra il simbolico di certe forme e il colore leggero sgargiante (libero!), ispirandomi alle predelle rinascimentali, ma senza dogma.
Ma da dove è nato questo segno spiraliforme? Sembrerebbe un’Antichità dell’Antichità umana. E per me è forse un ricordo dimenticato dei miei viaggi passati? Forse. Certo è che è apparso a mia insaputa, da un non-luogo della mente, e poi, come la corrente contraria di un fiume, risale ai suoi affluenti, e questo risalire, questo andare controcorrente con un’altra corrente, crea dei vortici imprevisti, delle frizioni salutari per l’animo che è rivolto alle sue fonti (perché è lì che si dirige); e una volta giunto a questo abbraccio primigenio, non torna al mare inventando storie che richiedono una decriptazione gentile perché colma di flusso e di flussi che si scambiano, in una luce di colori salutari?
Il corso dell’energia spiraliforme si frammenta per creare una corrente tra i frammenti, che è storia, quasi racconto, riscoperta vivida di un’appartenenza umana, gentile, così come ogni parola si apre per lasciar fluire la propria energia in una corrente continua che si lega facendo apparire un mondo. Lo capisco ora: il segno (materiale) aperto ci porta la vivida memoria umana, la parola (astratta) aperta ci dà la materia viva dei mondi di un pluriverso. Per me la parola deve essere vissuta con astrazione, e il segno deve essere vissuto in quanto materiale, per giungere ai loro opposti.
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Jacopo Ricciardi, Il fiume e il buco nell’acqua, SEF società editrice fiorentina, collana Pasifae diretta da Mario Fresa, 2026.