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Il giardino dei fiori infelici. Intervista a Nicola Lucchi

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Nicola Lucchi, Il giardino dei fiori infelici, NEO edizioni, collana Iena, 2026.

Il giardino dei fiori infelici è il nuovo romanzo di Nicola Lucchi edito nel 2026 da Neo nella collana Iena. Diviso in sette capitoli, ognuno intitolato con il nome di una pianta, il romanzo ci fa percorrere come testimoni silenziosi un racconto che ha Lucas e la madre come protagonisti descritti e parlanti in un modo e da un mondo che ci risulta estraneo e disturbante. L’occhio che legge comprende, forse, ma non può simpatizzare per Lucas: «Io volevo invece creare una figura, quella di Lucas, per la quale il pubblico non potesse provare alcuna forma di empatia. Chi può immedesimarsi in un assassino di bambini incapace di provare emozioni?» Il viaggio lo facciamo però dentro una storia esemplare e l’umanità ci pare di scorgerla dall’intorno della vegetazione, dall’interno della natura, impassibile. Descrizioni e dialoghi sono perfetti per un’opera che «potrebbe essere un film». Oltre a essere un lavoro sulla parola e sulla dimensione psicologica della violenza seriale, la scrittura di Nicola Lucchi è anche «un mestiere, ma è soprattutto il modo migliore che ho per esprimermi.» Il giardino dei fiori infelici è un romanzo che sfida la censura e colloca sullo spazio della pagina il tempo psichico di una legge che può diventare perversa: il rappresentante del volere divino può essere esso stesso demoniaco e chi ha la divisa e difende la patria può distruggere corpi, abusarne: «Lucas uccide perché la sua legge interiore, perfettamente logica nel suo sistema di pensiero, gli chiede di farlo.» Il romanzo di Lucchi è un poliedro percettivo e desiderante che frammenta momenti di riflessione psicofilosofica e scava nella terra morbida della crudeltà umana…

Gianluca Garrapa

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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

È nato tutto dal desiderio di fare un po’ di violenza al lettore, mettere in discussione il suo punto di vista su un personaggio aberrante, forzarlo ad amare qualcuno il più lontano possibile da lui. Siamo ormai abituati ad affezionarci a personaggi scomodi, nei quali il confine tra bene e male è molto labile. Anche quando il protagonista di una storia è un criminale, la logica narrativa vuole che in lui il lettore possa trovare qualcosa in cui riconoscersi, fosse anche solo un difetto comune. Io volevo invece creare una figura, quella di Lucas, per la quale il pubblico non potesse provare alcuna forma di empatia. Chi può immedesimarsi in un assassino di bambini incapace di provare emozioni? Alla fine della storia, però, intendevo permettere al lettore di riconoscere nella logica perversa di Lucas un senso. Lucas non può essere perdonato, ma in qualche modo può essere capito. Se, malgrado tutto, il lettore riuscirà ad affezionarsi a lui, allora avrò fatto un buon lavoro. Si tratta di un meccanismo che naturalmente non è fine a sé stesso. L’obiettivo finale era quello di lavorare sul tema della colpa provando ad analizzarla nella sua complessità. La colpa, in particolare quella dei padri che ricade sui figli, è del resto il cuore del romanzo, che in certa misura nasce anche dalla lettura di grandi opere del passato, come “La trilogia della città di K” di Agota Kristof, da cui Lucas prende il nome.

Quando scrivi, godi?

Non necessariamente, anche se può capitare, soprattutto durante passaggi importanti che trovano con agilità la giusta via per esprimersi. Al contrario, scrivere può essere talvolta doloroso e può richiedere un grande sforzo. Conclusa l’opera invece, se soddisfatto, più che godimento provo una forma di liberazione. Immagino sia qualcosa di paragonabile alla sensazione che sperimenta un fedele alla fine della confessione.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

L’ultimo capitolo, credo, ma per ovvie ragioni non penso sia il caso di trascriverlo qui. È nel settimo capitolo che Lucas svela le ragioni del suo gesto ed è qui che Don Raffaele ha la certezza del perché l’assassino ha voluto lui e soltanto lui come testimone di questa “via crucis” nel bosco. Un altro elemento complesso era legato alla struttura. I capitoli si alternano tra presente e passato e se qualche volta è il presente a svelare ciò che è stato, altre volte è ciò che è stato ad anticipare ciò che avverrà. Alla fine del libro tutto torna, persino dettagli all’apparenza insignificanti ritrovano il loro posto, la loro giustificazione.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Potrebbe essere un film. Sarà perché mi occupo di cinema, ma riesco a immaginarlo con semplicità. Se invece non parli di questo, ma ti riferisci a qualcosa di diverso da una forma alternativa di narrazione, allora vorrei che fosse pioggia battente, tanto fitta e insistente da inzuppare il terreno a tal punto da farti sprofondare e, perché no, affogare. Tanto lo sappiamo che alla fine di ogni libro si può tornare a respirare.

Che rapporto hai con la censura?

Pessimo. Sono per la libertà di espressione, anche se mi rendo conto che qualche volta il confine tra ciò che si può dire e ciò che sarebbe meglio tacere è piuttosto marcato, e un tantino scivoloso. Chi si esprime, in qualsiasi forma lo faccia, ha una responsabilità nei confronti dell’altro, ma ce l’ha anche chi tace, o chi interpreta ciò che viene enunciato o taciuto.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Ho la fortuna di aver trasformato la mia passione per la scrittura in un lavoro, ma la scrittura la declino in varie forme: scrivo per lo schermo, romanzi per ragazzi, saggi, biografie, articoli e da poco ho pubblicato questo mio romanzo per un pubblico adulto. Dunque che cosa è per me la scrittura? Certamente un mestiere, ma è soprattutto il modo migliore che ho per esprimermi. Non scrivo per contestare, o almeno non è questo il mio primo obiettivo, al limite lo faccio per minare dei territori, costringere le persone a confrontarsi con delle storie stratificate e degli argomenti complessi. Cerco di parlare di temi che mi sono cari, ma tendo a non dare giudizi e a non offrire risposte. In primis perché di risposte non ne ho.

Bonus track:

«Il pioppo tremulo era sempre stato lì. Io e Lucas eravamo soliti raggiungerlo nelle nostre passeggiate pomeridiane, usandolo come boa attorno alla quale girare per tornare indietro.»

È l’occhio delle piante, degli alberi, delle visioni fotosintetiche a calibrare la misura della crudeltà umana. Il paradosso dell’orrore è questo essere testimoni impassibili della morte: che rapporto c’è tra natura e crudeltà nella tua scrittura?

La natura non è né buona né cattiva, e questa è un’ovvietà. La crudeltà della natura sta nell’occhio di chi la osserva, come nell’occhio di chi la osserva sta la sua natura salvifica. Non c’è però niente di tutto questo nella natura. Ne “Il giardino dei fiori infelici” la natura è ciò che permette alla gente di montagna di vivere. Questo la rende buona? No, perché è la stessa natura a decretare la loro fine. Negli ultimi anni si è diffusa molto una narrativa che descrive la montagna come luogo salvifico: nel mio libro la realtà è molto più complessa. La montagna non si cura di noi e la montagna nella quale Lucas è nato e cresciuto è per lui una cattedrale, un tempio, una religione. Non essendo un culto fabbricato su misura dall’uomo si trova al di fuori di ogni sistema logico che governa la società, per tanto deve essere per forza “giusta”, poiché disinteressata a tutto all’infuori di sé stessa. O ci si immerge nella natura diventandone parte, o si è destinati a combatterla, con tutto ciò che ne consegue.

«Partorire è la cosa più simile alla defecazione

Don Artaud con Sade, per riprendere, deformandolo, il titolo del famoso saggio di Lacan ‘Kant con Sade’: la legge può diventare perversa, il rappresentante del volere divino può essere esso stesso demoniaco e chi ha la divisa e difende la patria può distruggere corpi, abusarne. Mi sembra che la tua scrittura, diretta e profonda come una tomba, riesca a far germogliare pensieri metafisici e allo stesso tempo colpire allo stomaco: qual è il segreto di questa poliedrica capacità percettiva?

L’immagine che avvicina il parto alla defecazione è pasoliniana. Tiziano Scarpa ne fa un uso esemplare nel suo “Stabat Mater”, ma non mi sorprenderebbe trovare qualcosa di analogo in Sade. Ho letto molto del Divin marchese in gioventù, mi affascinava il modo in cui riusciva a dimostrare che, se il sonno della ragione può generare mostri, il suo utilizzo incontrollato può generarne di peggiori. Il crimine più abominevole, in Sade, è giustificato attraverso una logica ferrea e impeccabile: è figlio del razionalismo portato agli eccessi. La ricerca del piacere attraverso la crudeltà non ha però nulla a che fare con Lucas, anche se in Lucas vige una personalissima legge interiore che lo porta con lucidità al proprio obiettivo. Lucas potrebbe essere considerato un assassino seriale, ma a differenza degli assassini a cui il cinema e la letteratura ci hanno abituati non uccide per piacere e non lo fa nemmeno per una pulsione incontrollata. Lucas uccide perché la sua legge interiore, perfettamente logica nel suo sistema di pensiero, gli chiede di farlo. Per quanto riguarda la “poliedrica capacità percettiva” di cui parli, non sono sicuro di avere una risposta univoca e coerente. Nel testo ho cercato di lavorare sulla metafora e sulla sinestesia, ho fatto il possibile per rendere il bosco reale e per accompagnare lì dentro il lettore, insieme ai piccoli che accompagnano la via crucis di Lucas e Don Raffaele.

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