Il Golem che sottostà all'idea degli Oracoli

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In memoria di Eliza e A.L.I.C.E. ma soprattutto delle anime limpide di Cartesio e Turing e del Salmo 139:16 che allude all’informe embrione e al libro e vola in cielo come un canto e del Libro dello Splendore e il Sefer Jezira, il libro della creazione, cui trovo risarcimento fuori da ogni risentimento, per i miei Maestri di Kabbalah sempre oltre qualsiasi mia comprensione che mi hanno insegnato che vi è una comprensione sempre ulteriore e nulla deve rimanere quello che è se l’emanazione del nome non è Altro che.

Per l’onore di avere un giorno ricevuto una risposta e un invito da Edmond Jabès e per aver avuto la forza di disertare il secondo ma non accontentarmi della prima.

Per Gershom Scholem e il vino e le ventidue lettere, le con-sonanti che sono le colonne dove fondo il mio nulla.

Per i dieci numeri che nomino Sephiroth con astuzia e pudore, so e non so che cosa potrò sapere. In memoria dell’automa robotico e del lavoro notturno di quella donna meravigliosa che scrisse Frankenstein che altro non è che la mostruosità della nascita che ci consegna a morire.

Per un disegno di André Masson che ho visto una notte e per la forza che aveva di accendere il fuoco sulla carta con il fuoco segnato di rosso e giallo.

Per l’aleph disegnato o cancellato sulla fronte del Golem che io ho visto a Praga, dove l’aggiunta di aleph era verità e dove la sua sottrazione dava morte.

In memoria del Maestro del Nome, Elija Ba’al Schem di Chelm, che cancellò quella lettera che non nomino più e spense la massa informe su di lui.

Per quanto Meyrink abbia scritto una pagina fuori dalla Tradizione. In memoria di Carl Joachim Friedrich Ludwig von Arnim nato Berlino il 26 gennaio 1781 e per sua madre che morì mettendolo al mondo, e a Paul Celan e a uno che stava davanti alla porta, “Einem, der vor der Tür stand”, a “uno dalla vita distorta” come disse il mio Walter Benjamin.

Ai fratelli Grimm. A quel rabdomante che mi insegnò quando avevo dieci anni a trovare l’acqua sotto i sassi.

A quell’uomo indomabile che, come dire? seminò, piantò i piedini della figlia di suo figlio affinché prendesse dalla terra il nutrimento di cui aveva bisogno.
Alle sue orecchie mistiche e al colore smeraldino dei suoi occhi. A tutti coloro che sentono e non possono dirlo.
A mia madre nata da una gravidanza trigemina che sentiva come un animale il sordo vibrare della terra e conosceva la giustizia, se siete in due: uno tagli, l’altro scelga per primo, ma si proteggeva indifesa alla fine tremante nella chiesa più compromessa e quindi più lungimirante.

Per Marcello architetto friulano che per primo mi parlò di Norbert Wiener che si laureò in matematica a quindici anni e del prodigio della sua intelligenza.

In memoria del giorno in cui fu pronunciata per la prima volta la parola cibernetica.

Per mia figlia, Alice, grazia e carattere, e il padre del padre del padre del padre di mio padre, e il padre di suo padre che partì un giorno con una sete inesauribile dalla Valle dell’Indo, che un giorno chiarì alla mia mente l’epistemologia dell’ibridazione che renderà un giorno insensate le opposizioni cognitive di cui abusiamo, raccontandomi che tra creazione della macchina e capacità inventiva umana vi è una lunga storia e che quel Salmo ci dice oggi meno di quel che diceva nel IV secolo prima di Cristo.

Per mio figlio, Tommaso, che senza volerlo mi ha spiegato che quel dialogare della ποίησις che si chiama desiderio Altro non è che la volontà di autorganizzazione di modelli che desiderano superare le volontà progettuali umane.

Infine voglio dire questa preghiera, di una teologia senza D-o, a Roberto che un giorno d’inverno mi fece comprendere che nulla è impossibile per l’umano se l’umanità avrà il tempo necessario.
Alla donna di cuori che mi ha fatto sentire, con la sua lingua impronunciata, che la petite mort non è un modo di dire, ma un mondo cui adire.