Il senso di un vicolo stretto

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Il suo passato aveva il sapore del vuoto, il gusto della saliva in un fondo di bicchiere.

Da sempre, inseguiva la fortuna senza fortuna: correndo dietro ai dadi che aveva lanciato su un tavolo da gioco senza sponde.

Era un vecchio balordo abituato ad alzarsi all’alba, nonostante l’alcol, la stanchezza e la scarsa salute. Per quanto indugiasse nei vizi, il sonno non era tra questi: soffriva d’insonnia notte e giorno, sperando solo di poter dormire una vita fino in fondo.

Quando la sbornia gli sembrò un sogno, fu allora che si sentì colpire: tra insulti e sputi e calci notturni a cui nessun cartone avrebbe potuto resistere.

Collanina veniva dall’Africa, dal Marocco, da cieli stellati dove il buio non fa paura e un dattero addolcisce ogni amarezza.

In seguito il cocco, le spiagge, gli anni Settanta, i finti coralli, le collane, gli anni Ottanta, i braccialetti, gli accendini e infine il fuoco.

Kamal venne picchiato e incendiato sul marciapiede, in un vicolo cieco che odorava di mare: nello stallo numero sette del mercato all’aperto dove, il mercoledì, un pescatore vendeva il pesce fresco.

Fu odio razziale, e furono anche futili i motivi di quel gesto: un clochard senza colpa se non sé stesso!

La leggenda di un ragazzo minorenne violento e (potenzialmente) assassino terminò la sua eco in brevi articoli di giornale, e in qualche aneddoto sui suoi precedenti raccontato da amici di amici che forse Flavio neanche lo conoscevano.

Lo ritrovai in palestra diversi anni dopo: non gli chiesi mai nulla di quella notte. Il suo volto parlava di storie di carcere: una cicatrice gli tagliava la guancia sinistra in due, come il Bisagno incide il quartiere di Marassi.

Era ancora incredibilmente giovane, forse aveva venti o ventuno anni.

Flavio, che un tempo si scagliava sul ring contro mostri infernali, ora schivava i fantasmi che gli stavano davanti: rapidi e con la guardia alta.

C’era silenzio negli spogliatoi dopo l’allenamento: tranne un borsone che cadde a terra, il rumore bastante proveniva dalle docce e dai pensieri di tutti.

Dunque, Flavio disse qualcosa, tipo non pensavo di riuscirci

“Non pensavi di poter boxare di nuovo?” gli chiesi.

“No… Non pensavo di poter stare con voi, senza sentirmi giudicato!” rispose.

“Nel senso che sai di aver fatto una cazzata?” domandò Francesco.

“Non ho fatto una cazzata! Non ho saltato un giorno di scuola, non ho fatto un incidente con la moto, non ho mollato la mia ragazza, non ho mandato mio padre a fare in culo. Ho tentato di uccidere un uomo, e gli ho rovinato la vita per sempre. Ho fatto questo.”

“Perché?” continuò Francesco.

“Perché nella testa avevo la folla. Un sacco di gente di merda che mi diceva di odiare. E io odiavo! Ho odiato per loro, ma ho pagato io… E ora posso solo odiare me stesso.”

“Intendevo dire… Perché non me ne sono mai accorto? Noi eravamo amici, perché non l’ho capito?”

“Perché tu, Francesco, sei buono.”

Quando si vive in una provincia che assomiglia a un borgo medioevale, prima o poi giri l’angolo di un carruggio e trovi un senso alle cose.

Entri in un bar, uno di quelli che chiamano Enoteca, per giustificare i figli della Genova bene che scendono nei vicoli del centro storico a ubriacarsi. Entri in un bar per spendere la sera…

“E se ti chiedessi qualcosa che non sia vino?” chiedo al barman.

“Allora ti proporrei un bicchiere di Mahia?”

“E cosa sarebbe?”

“Ti piacciono le giuggiole? Scommetto che non sai nemmeno cosa siano. Qui dentro sono distillate con l’uva, i datteri e i fichi. L’odore è quello dell’anice: aiuta a far salire l’alcol alla testa e a far scendere l’acquavite nello stomaco. Noi ebrei del Marocco lo beviamo dopo i pasti. Vedrai che rutti!”

“Sembra una promessa di libertà. Bevi con me?”

“No, no, grazie… Io non bevo più, ho smesso dopo che l’alcol mi ha bruciato la pancia!”

“Ma non hai detto che fa digerire?”

“Sì, ma io ho preso fuoco, con un accendino e una bottiglia di Mahia che mi hanno versato addosso e dopo rotto in testa! Pam, pam… fuoco, sangue…”

“Scusami! Non volevo…”

“No, non devi preoccuparti. Quella è la storia del vecchio me. Ora Kamal ha un bar, anzi un Enoteca, amico mio, Kamal è stato fortunato.”

Quando si vive in una provincia che assomiglia a un borgo medioevale, prima o poi giri l’angolo di un carruggio e trovi un senso alle cose: e i dadi si fermano, non per le sponde, ma solo perché quel tavolo infinito, a un certo punto, diventa così stretto da farli smettere di scorrere.

Angelo Orazio Pregoni