Il Signor Santo e la porchetta

Home / Rubriche / Il Signor Santo e la porchetta

Ho sempre dubitato dell’intelligenza di due tipi di uomini: quelli che inumidiscono il sigaro con la saliva prima di fumarlo e quelli che non amano i film con Bruce Lee.

Quando persino l’alba tentenna nelle promesse, l’unica certezza diventa una chiacchierata con chi ti cercasse con gli occhi, preferendo la concretezza di un dialogo all’equivoco del silenzio.

A Valle Fredda, nel resort di Antonello Colonna, si celavano (senza abiti) illustre persone, esposte al sole come anonime lucertole spoglie di fama e successi. Potevi parlare con chiunque, concentrandoti su pance, seni o polpacci o su bichini e mutandoni da piscina, ma in verità non conoscevi nessuno: solo le loro anime.

Il potere comunicativo di giacche e cravatte o gioielli non poteva recitare alcun ruolo nell’estiva nudità, al contrario si scopriva che il tizio con le gambe a penzoloni nell’acqua in realtà aveva i piedi ben piantati per aria, e la signora col sorriso che accontentava tutti era vedova da poco.

Infine, il sole ebbe la meglio sulle minacce di pioggia e fu allora che apparve un signore impossibile da non notarsi. Aveva al guinzaglio una piccola scrofa bianca ed era vestito a metà tra Elvis Presley e quel Rodrigo Borgia che divenne Papa.

Grazie allo Chef Colonna e alla sua stima per il guanciale, fu permessa anche alla maiala la cortesia della vacanza e dell’ospitalità.

Dopo un breve tour guidato sino alla sua camera, il Signor Santo si unì alla quiete del solarium, concedendosi lettino e ombrellone, ma non un costume: restava coricato immobile, avvolto dal suo mantello color porpora sino alla punta di metallo degli enormi stivali rubati forse al gatto delle fiabe.

Si mosse solo per qualche istante, per estrarre qualcosa dal naso che osservò attentamente.

Bichini e bermuda guardavano il maiale e poi l’uomo, poi l’uomo e ancora il maiale: ma era ormai impossibile, negli occhi degli ospiti, distinguere l’uno dall’altro.

Per mitigare ogni pensiero e interrompere il disagio di tutti, fu lo Chef ad avvicinarsi al Signor Santo che, di nome, faceva Ambrosio. Lo Chef accarezzò un paio di volte la maialina sulla testa, lasciandole dapprima annusare la mano che non profumava di tartufo, ma odorava di buono.

“Se dai a un maiale il meglio ottieni il meglio, se dai a un uomo il meglio ottieni il peggio!”, disse Colonna pesando la scrofa con gli occhi.

“La ringrazio per questo genuino complimento. Ogni benevola parola nei confronti di Elisabetta è una gentilezza nei miei. Il suo peggio, se mai ci fosse, renderebbe me di molto migliore. Elisabetta è l’unico vero affetto della mia vita.”

I due continuarono a parlare, spaziando dalla filosofia alla politica, tracciando i confini della coscienza e ipotizzando i traguardi della conoscenza.

Poi, lo Chef si accese un sigaro: un ammezzato toscano extra vecchio per nome, ma appena sconfezionato. Offrì l’altra metà al Signor Santo che lo accettò con la mano destra appena estratta dalle stoffe, lo manipolò tra pollice e indice e quindi lo leccò da cima a fondo, prima di accenderlo.

Dopo un’ultima crasi di argomenti sui velluti setosi dei prelati e i punti cardinali, sul Colosso di Rodi e il Colosseo… lo Chef fu a distanza di un palmo dal Signor Santo: lo fissava negli occhi scrutandoli da dietro il sigaro come fosse un cannocchiale.

“Lei si ricorda del combattimento tra Bruce Lee e Chuck Norris?”, chiese Colonna.

“Certamente… Fu un peccato che il buon Chuck (per copione) venne sconfitto! Ma quei film sono inguardabili, ad essere sincero.”

Io ero proprio lì vicino, e stavo conversando a bassissima voce su Franco Battiato e l’era del cinghiale bianco, chiacchieravo in serenità con quella mutanda a fiori che scoprii essere un famoso architetto.

Fu istintivo girami con impeto per disapprovare quelle parole sui film di Bruce Lee. Mi voltai solo per tentare un approccio “culturale” con il Signor Santo: la rivincita dei maltrattati, l’odio razziale, il merito del sacrificio, la forza, il coraggio, la determinazione, i peli strappati dal petto di Chuck, i gemiti di Bruce, il No con l’indice, la mimica della mano, fatti sotto

Ma la porchetta bianca bloccò il mio slancio con un perentorio discorso che mi lasciò di stucco: “Ambrosio!”, disse la scrofa con voce ferma. “Ora capisco. Ne ho abbastanza di essere trattata come una maialina sexy solo perché sono bianca! Io voglio essere un’icona per tutta l’umanità grazie al mio cervello… Contrariamente a te, io penso prima di aprire bocca. Se non rispetti Bruce Lee e non capisci il valore del pop allora sei solo un idiota vestito da moschettiere. Vai subito in camera tua.”

Il Signor Santo si allontanò mesto come un bambino alla prima nota scolastica, mentre la scrofa bianca si intrattenne a lungo con lo Chef incuriosita del perché l’amatriciana sia un piatto estivo e non invernale.

Poco tempo più in là, Antonello Colonna decise di celebrare la sua amicizia con Elisabetta ponendo una targa di marmo all’ingresso del resort, l’epigrafe recita: Si te Fata vocant.

Questo è accaduto a Valle Fredda, dove tutto è metafisico, e anche il tuo vicino di stanza sa benissimo che i muri di cemento sono trasparenti, che i tuoi sogni attraversano il suo sonno e che ogni niente insipido diventa una Star se solo si limita a essere sé stesso.

Angelo Orazio Pregoni