Guido Morselli ha passato l’estate a Macugnaga, in montagna, come faceva ogni anno da quando la villa di famiglia a Gavirate era diventata, più che una casa, un luogo da cui allontanarsi per riuscire a tornarci. Ha con sé pochi libri e i quaderni del diario, gli stessi su cui annota da trentacinque anni tutto: il prezzo del miele, la salute cagionevole, le manie che lui stesso elenca con la precisione di un entomologo che si studia da solo. Ha sessantuno anni, un solo romanzo alle spalle mai stampato in libreria, e ventisei anni di rifiuti editoriali accumulati con la stessa regolarità con cui altri accumulano pubblicazioni. Non è un principiante che aspetta il primo sì. È un uomo che ha smesso di aspettarselo, e che continua comunque a scrivere, perché – lo confessa più volte nei quaderni – non saprebbe fare altro.
La buca delle lettere, a Gavirate, è piccola, di ferro verniciato, con la vernice che si scrofola sugli angoli. Guido Morselli torna da Macugnaga con la valigia ancora chiusa in macchina e apre quella buca prima ancora di entrare in casa. Dentro ci sono due plichi. Li riconosce dal peso, prima ancora di leggere il mittente: è la sagoma di un dattiloscritto che torna a casa, la stessa di sempre, in questi ventisei anni. Sono i due esemplari di Dissipatio H.G. che aveva spedito in primavera. Nessuna lettera di accompagnamento, questa volta. Solo il manoscritto, rispedito al mittente, come una merce che non ha trovato compratore.
È il 31 luglio 1973. Fa caldo, quel caldo secco e immobile delle estati lombarde. Morselli ha sessantuno anni e da quando ne aveva trentacinque riceve la stessa risposta, cambiano solo le carte intestate: Einaudi, Mondadori, Rizzoli, Bompiani, e prima ancora altre, per libri diversi, con la stessa cortesia funebre. Non si scompone, non telefona a nessuno. Nella dépendance della villa di famiglia, in via Limido, porta una sedia a sdraio in bagno – l’unica stanza dove non batte il sole del pomeriggio – e si siede. Ha con sé la Browning 7.65 che nei suoi quaderni ha soprannominato, più di una volta, “la ragazza dall’occhio nero”. Scrive un biglietto per la questura di Varese. Due parole, non più: «Non ho rancori». Poi si
spara un solo colpo, la notte fra il 31 luglio e il 1° agosto.
Quattro mesi dopo, a Milano, negli uffici Bompiani, Enrico Filippini ha sulla scrivania lo stesso dattiloscritto. Un terzo esemplare, arrivato per un’altra strada, mentre l’autore trattava – o credeva di trattare – con Mondadori. Filippini lo legge, probabilmente in una sera di dicembre, con la luce dei tram che entra dalle finestre su corso Italia. Non sa, o forse sa e non ci pensa più di tanto – i redattori hanno molti manoscritti e poca memoria dei nomi – che l’uomo che ha scritto quelle pagine è morto da quattro mesi in una villa vicino a Varese. Compila il giudizio con la sobrietà di chi ne ha scritti altri cento quella settimana. Poi detta un telegramma per Maria Bruna Bassi, la compagna di Morselli, l’unica lettrice a cui l’autore aveva sempre affidato i dattiloscritti prima di chiunque altro. Il testo è breve, quasi cortese: «Abbiamo letto Dissipatio H.G. di Guido Morselli. In breve: interessante ma troppo ambizioso. Peccato. Cordiali saluti».
Bisogna immaginare Maria Bruna che riceve quel telegramma. Non sappiamo cosa abbia pensato esattamente – i documenti si fermano al testo, non ai suoi occhi che lo scorrono – ma si può supporre che si sia chiesta se avesse senso, ormai, rispondere, protestare, spiegare a chi l’aveva scritto che il destinatario reale del giudizio era già sepolto da mesi al cimitero di Gavirate. Il rifiuto, l’ultimo di una vita intera fatta di rifiuti, arriva quando non c’è più nessuno, in senso strettamente anagrafico, a poterlo leggere. È lo scherzo più crudele che la storia dell’editoria italiana si sia mai concessa, e nessuno lo ha inventato: è nei fatti, nelle date, nei documenti che i biografi hanno messo in fila decenni dopo.
L’anno seguente, il 1974, Adelphi pubblica Roma senza Papa. Il “caso Morselli” esplode con la stessa velocità con cui, un anno prima, era stato liquidato in un telegramma di poche righe. Vittorio Sereni, che aveva convinto Luciano Foà e Dante Isella a leggere quelle pagine, scrive che ci si ritrova «attoniti, come davanti a un frutto raro e inimmaginabile». Nel 1977 arriva anche Dissipatio H.G., lo stesso dattiloscritto che Filippini aveva archiviato come “troppo ambizioso”. Diventerà, per la critica successiva, il suo capolavoro: un uomo solo in un mondo svuotato di ogni altro essere umano, scritto da chi, per la censura degli editori, un mondo che lo leggesse non l’ha mai avuto in vita.
Oggi, mentre in libreria arriva l’ennesima edizione ampliata del suo Diario, quel telegramma di dicembre meriterebbe una cornice in ogni redazione che decide cosa pubblicare e cosa no. Non per il gusto morboso dell’aneddoto – anche se è di un nero perfetto – ma perché ricorda una cosa scomoda: il giudizio letterario non ha nessun obbligo di sincronizzarsi con la vita di chi giudica. Arriva quando arriva, spesso in ritardo, talvolta – come in questo caso – così in ritardo da diventare, senza volerlo, un referto.
Nota dell’autrice: i fatti qui narrati sono documentati. Il ritrovamento del dattiloscritto rifiuto nella buca delle lettere al
ritorno da Macugnaga, il soprannome “la ragazza dall’occhio nero” dato alla pistola, il biglietto “Non ho rancori” lasciato alla questura di Varese e la data del suicidio (notte fra il 31 luglio e il 1° agosto 1973) sono riportati da più fonti biografiche e giornalistiche. Il telegramma di Enrico Filippini a Maria Bruna Bassi, datato dicembre 1973, con il testo «interessante ma troppo ambizioso. Peccato», è documentato e citato in più ricostruzioni sulla vicenda editoriale di Morselli. Sono invece invenzione narrativa: i dettagli di scena (la luce dei tram, l’ora della lettura di Filippini, i pensieri interiori attribuiti a Morselli e a Maria Bruna Bassi), che qui servono a dare corpo a fatti che le fonti registrano ma non descrivono nei dettagli sensoriali.
Francesca Mezzadri