A breve si commemorerà la morte del più potente intellettuale italiano del Novecento. Si proietterà forse il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini o L’ Accattone o Mamma Roma. Qualcuno storcerà il naso per la dichiarata omosessualità, ci confronteremo sul tema pederastia si o no, si confonderà il personaggio con la persona, il regista con lo scrittore. Lo spaccheremo in mille pezzi più di quanto non abbiano fatto Pelosi o politici minacciati da Petrolio, sentiremo Veltroni chiedere chiarezza e la verità rimarrà sepolta sotto le ceneri scure del Capitalismo, Il nemico vivo di Pier Paolo.
Il tormento di Pasolini mi riguarda: la ricerca della Verità dall’universale al particolare. I suoi libri e i suoi film da Ragazzi di vita a Teorema e oltre di cosa altro trattano se non dell’ Uomo Pasolini, del suo tormento di omosessuale, che, pur dichiarato, vorrebbe valicare? E Il Vangelo secondo Matteo non è forse il Cristo di PierPaolo sprofondato nell’orrido abisso della pubblica condanna per la sua omosessualità e col conseguente processo e carcere. Non è lui l’ecce homo abbandonato dal Padre, col cuore in subbuglio e l’anima scapigliata, lui dalla parte dei vinti con la sua spiritualità anticlericale, ma non fosse altro che per questo viva e tormentata. Non dimentichiamo che Pier Paolo fu di madre cattolicissima, una madre mitologica nelle sue poesie/preghiere, la madre da cui non si sfugge, a lui edipicamente attaccata, la soglia invalicabile, l’eterno ritorno della sua coscienza, la necessità di essere un “diverso” nel secondo dopoguerra, in cui l’omosessualità era malattia mentale e addirittura reato. L’omosessualitá come malattia è sdoganata solo dal 1990; il problema resta irrisolto, c’é la ferita sempre aperta dell’immodificabilità di una condizione con il più profondo problema: l’omofobia interiorizzata. Quella che portò l’autore di La Morte a Venezia, il creatore di Tadzio, appena scomparso a 70 anni nel film di Visconti, ad un matrimonio con prole. Il bellissimo efebo è scomparso il 25 ottobre, avvolto nel mistero, lui mai nato a se stesso, bruciato adolescente dalla voluttà di Visconti, lui oggetto di sguardi ambigui, carne esposta sul rogo del Capitalismo. Lo immagino sfinito dal tormento del tempo che l’ ha fissato lì come sulla croce di Cristo, amato e vituperato per eccesso di bellezza. Il suo sforzo di uscire dall’androginia, il matrimonio di poca durata. La morte della sua neonata nel sonno. Lui stesso rimasto come sua figlia, morto nel sonno, imbozzolato nell’incubo della temuta omosessualità. Morto in vita e vivo da morto, archetipo dell’eterno sessuale dell’androgino.
La sessualità spesso è tormento, da Thomas Mann a Pasolini, a Tadzo, a molti omosessuali di ieri e di oggi, vittime dell’omofobia invisibile, quella interiore. Il fluid gender , una fuga di questa generazione, l’incapacità della scelta, onnipotenza corrosiva, l’illusione del trasformismo. Da Gea e Urano, nati dal fango o venuti fuori dal caos, dalla parola che crea, o dal big bang, siamo dentro la polarità del maschile e del femminile, questa era il senso del neikos di Empedocle, del fuoco di Eraclito. Sono gli opposti che bruciano nella Natura e nell’uomo. La lotta tra maschile e femminile è ovunque, da dentro a fuori viceversa, questo è lo scompenso di cui ci parla Freud, il ritorno del rimosso/ rimorso, l’eterna guerra che ci facciamo, la dialettica servo/ padrone, non sono altro che la riproposizione della nostra androginia . La sophia è ricerca di equilibrio tra gli opposti, dibattito natura/ cultura. Se letta la storia in questa ottica, diventa dialettica hegeliana, superamento nella conservazione. Superare non è altro che tornare al punto di origine, tornare ad Itaca non si può
se non attraverso l’Ade, si va ad Oriente passando per l’Occidente, con la sua nekuia. Odisseo incontra la Madre, il suo femminile, ne fa esperienza memoriale, la integra. Da Nessuno a Tutto, tutto il Mondo in sė sintetizzato, dove tutto è coeso e bilanciato come il tiro con l’arco. È un uomo tecnologico che non dimentica le mani e il limite, lui è l’artigiano della parola e del letto d’olivo. Lui é forza fisica e potenza dell’intelletto, ma re giusto di Itaca. Omero non l’ha sbattuto all’Inferno. Questo lo ha fatto Dante. La sua polimorfia come quella di Pasolini gli fa sperimentare il mondo, conservando la misura dell’equilibrio, in sintonia con la Natura che attraversa attraversato tra ignoto e mistero. Il ritorno alla Natura di Pasolini, l’audacia dello stile polimorfo, il glomerio dalla borgata all’ Accademia, la raffinatezza franta dalla parola bassa, ci dice che la sua arte ē per tutti quelli che abbiano cuore e mente per abbracciare il complesso che si eleva in spirito in Teorema. L’alta spiritualitå di Pierpaolo, la ricerca di un Deus sive Natura spinoziano sta anche dentro Odisseo, Empedoche, Eraclito. Questa è anche la mia spiritualitå , la mia sete di veritā che sono convinta ci sia nelle biografie dei singoli e nella Storia universale. La teniamo nascosta tra le pieghe del potere più o meno occulto. Sta nel trasumanar. di Dante che mangiò il cuore di Beatrice e ascese, uomo del suo Tempo, Profeta dell’ineffabile. Sta nelle Laudi di D’ Annunzio panteista, nel Pasolini rurale o asceta spirituale. Sta dove il maschile incontra il femminile e riposa nell’innata androginia di Aristofane. No, non c’è la cura per questo. Non ci sono terapia. Siamo condannati a cercare la perla nell’abisso senza valicare il limite dell’oltranza. Oltre le colonne la condanna dell’hybris. Il trasformismo del fluid gender, il transumanesimo virtuale, la perdita della rotta. Intanto la veritá sarā di nuovo occultata dal Capitale che taccerá Pasolini di pederastia o pedofilia, mentre l’oltranza delle sue forme artistiche fu quella di Dante. Il loro trasumanar è ricerca di Dio nel limite dell’Uomo. Questa é anche la mia piccola artigiana lotta delle parole al tranumanesimo
Giovanna Albi