Per secoli il Diritto è stato pensato da uomini in difesa di un ordine costruito dagli stessi uomini. In questo ordine architettonico la donna è stata pensata sempre come oggetto (di tutela, di scambio, di divieto) e mai come soggetto. Storie di giuriste che hanno cambiato il mondo di Ilaria Iannuzzi (Edizioni Le Lucerne, 256 pagine, €21, illustrazioni di Clara De Lorenzi, in uscita il 29 gennaio 2026) è il racconto di donne che hanno dovuto compiere tutta una serie di “effrazioni”, che non sono state invitate a entrare in questa sorta di circolo esclusivo ma hanno dovuto scassinare la serratura per trovare il loro spazio. E lo hanno fatto utilizzando l’unico strumento che il sistema non poteva ignorare: la Legge. La grande rivoluzione di queste donne non risiede nella loro forza fisica o di volontà nell’affrontare muri e ostacoli, piuttosto nel comprendere che il Diritto non è un monolite immutabile, calato dall’alto come una tavola della legge divina, ma una tecnologia sociale. E come ogni tecnologia, il suo funzionamento dipende da chi la manovra.
In Italia è sempre stato possibile registrare il rapporto intrinseco tra quel particolare campo di studi femministi e/o di genere rappresentato dalla storiografia e la sfera del diritto. La natura e le forme di tale rapporto coinvolgono chi studia e l’oggetto che osserva in cortocircuiti di cui è opportuno tenere conto. Il primo riguarda la critica delle donne al diritto effettivo, del quale lungo tutto il percorso del femminismo, dalle origini tardosettecentesche all’odierna riflessione delle giuriste femministe, si svela il carattere sessuato e se ne addita il ruolo nella definizione delle asimmetrie di genere. La tradizione di denuncia ha condotto le donne a interrogarsi a più riprese sull’uso dello strumento giuridico, seppur contaminato, per incidere sulla realtà e modificarne gli assetti patriarcali1. In secondo luogo, nel corso degli anni Ottanta la relazione tra pratica storiografica e impegno politico è oggetto di un dibattito fitto e irrisolto interno ai gruppi di studiose e tra di essi, a cui si sommano – con esiti variabili – le riflessioni del pensiero della differenza2. Le storiche italiane hanno sempre dimostrato un certo distacco dalla politica, dimostrando la ferrea volontà di imparare il mestiere e costruirsi un passato senza sottostare ad ascendenze imposte. Tale attività fondativa del rapporto tra le donne e la propria storia ha contemplato o inglobato nel proprio oggetto di studio le diverse normatività, e quella legale per prima. Rispetto alla sfida femminista al diritto e alle sue connotazioni di genere, che si è levata nel corso dei decenni nei principali paesi occidentali in parte agendo contro in parte dentro il diritto, una buona parte della storiografia di genere italiana ha valorizzato la soggettività delle donne e la loro capacità di esprimersi nei contesti patriarcali del passato con e mediante il diritto3.
Questo sembra essere stato lo spirito che ha animato il lavoro delle giuriste raccontate da Iannuzzi. Donne che hanno studiato i codici scritti per opprimerle e vi hanno trovato le crepe necessarie per far diventare i cavilli procedurali armi di libertà. Non hanno chiesto pietà o favori, non hanno posto in essere clamorose e frettolose rivoluzioni, hanno semplicemente preteso l’applicazione rigorosa di quei principi che gli uomini avevano scritto ma che spesso dimenticavano di leggere fino in fondo.
C’è un filo rosso che lega l’antica Roma alle corti supreme americane, i tribunali rivoluzionari del Medio oriente e le aule della vecchia Europa: è la solitudine di chi si alza per dire “Obiezione” quando il mondo intero suggerisce di tacere. E questo filo rosso lega insieme tutte le protagoniste del libro di Ilaria Iannuzzi e le numerose donne che, dentro e fuori le aule di tribunale, lottano ogni giorno affinché vengano riconosciuti e mai più prevaricati i diritti di parità ed equità.
Ortensia, Fatima al-Samarqandi, Giustina Rocca, Olympe de Gouges, Belva Lockwood, Soumay Tcheng, Eleanor Roosevelt, Constance Baker Motley, Gisèle Halimi, Simone Veil, Tina Lagostena Bassi, Ruth Bader Ginsburg, Asma Jahangir e Hina Jilani, Shirin Ebadi, sono le protagoniste del libro di Iannuzzi. Donne che hanno vissuto e operato in svariate parti del mondo. Donne con storie singolari e solo in apparenza slegate le une dalle altre. A unirle è la grande determinazione con la quale le agenti hanno portato avanti le proprie idee e combattuto battaglie che sono state determinanti per rimodellare l’impianto legislativo dei loro paesi, studiato in base a un sistema sociale che aveva al suo centro l’uomo e non l’essere umano.
Quasi ogni capitolo del libro è strutturato in due parti: la prima relativa al racconto della vicenda della protagonista e la seconda che fa il punto sull’evoluzione dei vari aspetti trattati nonché un focus sullo stato dell’arte.
Nel ripercorre le tappe evolutive dei diritti umani attraverso l’intreccio di prospettiva teorica e piano istituzionale, la letteratura è incline a qualificare tale percorso nei termini di un processo, segnato da interruzioni e arretramenti, teso ad affermare la dignità della persona4. Riconoscere tale dignità implica, in questa visione, non solo riattraversare la storia dell’affermazione dell’uguaglianza degli individui come progressiva rimozione delle discriminazioni, ma anche a far emergere quella co-umanità che si dispiega nel diritto a essere e a manifestarsi differentemente5.
Nell’intelaiatura dei diritti umani si specchia un’esperienza occidentale che ha tra le sue condizioni di possibilità la nascita dello Stato moderno, l’emersione dell’individuo quale soggetto di diritto fino alla sua tutela internazionale, differita al secondo dopoguerra per quel che riguarda il profilo istituzionale6. In questa scarna cornice moderna entro cui l’idea di diritti umani acquisirà diverse figurazioni tra pensiero, fatti e norme, la capacità giuridica femminile non è a lungo pensata né rappresentata. Prevale la tendenza a fissare la donna a un’immanenza biologica che la ipostatizzerà per molto tempo in una soglia pregiuridica7. La restituzione di un discorso storico sui diritti umani che ponga a centro gravitazionale l’uomo come sovrano soggetto di diritto, pur assumendo in taluni casi una forma evolutiva, non può certo avanzare pretese universalistiche. La storia dei diritti umani che più facilmente si presta a tracciabilità è totalmente riferita all’attività dell’individuo, alle sue pretese legittime variamente modulate tra idee, storia e documenti giuridici8. Il che corrisponde esattamente alla tesi portata avanti da Iannuzzi nel libro.
Leggere delle vite di queste donne non è un esercizio di archeologia forense. È un atto urgente. L’azione necessaria per comprendere che i diritti acquisiti non sono solide montagne ma fragili dune. Tutto quello che è stato faticosamente conquistato può essere perduto e anche in brevissimo tempo. Il libro di Ilaria Iannuzzi aiuta a comprendere o ricordare che la Legge non è un luogo di pace ma un campo di battaglia perenne tra la conservazione del potere e la spinta verso la dignità umana. Le giuriste che hanno cambiato il mondo hanno dimostrato che la giustizia non è un concetto astratto da venerare, ma una pratica quotidiana, faticosa, talvolta anche pericolosa ma sempre necessaria per rimettere in asse il mondo.
Irma Loredana Galgano
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Ilaria Iannuzzi, Storie di giuriste che hanno cambiato il mondo
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1A. Rossi Doria, Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne, Viella, Roma, 2007.
2P. Di Cori, Culture del femminismo. Il caso della storia delle donne, in Storia dell’Italia repubblicana, Francesco Barbagallo (coordinatore), Einaudi, Torino, 1997.
3S. Feci, Se il diritto costruisce la storia delle donne. Una relazione nel campo della modernistica italiana, in Ving-cinq ans après, Enrica Asquer et.al, Publications de l’École française de Rome, 2019.
4A. Cassese, Voci contro la barbarie. La battaglia per i diritti umani attraverso i suoi protagonisti, Feltrinelli, Milano, 2008.
5N. Mattucci, Diritti delle donne come diritti umani: il femminismo giuridico, Il Mulino, Bologna, 2011.
6E. Vezzosi, Una storia difficile, in S. Bartoloni (a cura di), A volto scoperto. Donne e diritti umani, Manifestolibri, Roma, 2002.
7N. Mattucci, op.cit.
8A. Facchi, Breve storia dei diritti umani, Il Mulino, Bologna, 2007.