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Ilaria Padovan. Marla

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Una storia breve e intensa, una novel di meno di 100 pagine, punteggiata dal dolore feroce degli sconfitti, ragazzi battuti dalla vita, privati dalla nascita di qualunque possibilità di riscatto. Lui è un ragazzino con il padre in carcere e la madre abbandonica, ospite in casa-famiglia, e che per Natale desidera un giubbotto taglia XXL. Marla è una ragazzina adultizzata e sessualizzata, isolata in un contesto di degrado, ha gli occhi spalancati sul mondo, le braccia sul busto, un’urgenza di gesti amorevoli fatti per tenere stretta un po’ di attenzione gentile.

Vivono entrambi in una periferia lombarda, molto industrializzata ma non abbastanza da creare servizi culturali o occasioni di crescita interiore.

Lui è disgustato dal suo corpo enorme, un oggetto alieno che non controlla, e la vicinanza con Marla, diventa per entrambi una fonte di tenerezza. La madre cerca di affogarla e lei per non essere costretta a vedere le brutture che la circondano acceca le sue bambole.

La partita emotiva tra loro si gioca tra passato e presente, dove Lui, adulto, e ormai inserito in un circuito lavorativo asfittico, finisce con il riportare alla luce il trauma e la perdita che lo unisce e lo unirà sempre a Marla.

Il lavoro di Lui è di quelli faticosi, senza speranza, come dipendente di una ditta di sgomberi nelle case dei vecchi, dopo che sono morti. L’odore di stanza mai arieggiate gli entra sottopelle, lo accompagna nel suo delirio ripetitivo.

Ha talmente poco di suo da non riuscire a pagarsi un alloggio, e finisce con il condividere la vita e il letto con una donna molto più grande, che lo accudisce con la frustrazione silenziosa e isolata di chi non conosce davvero nulla dell’altro, anche se sembra il tuo compagno.

La routine asfissiante è punteggiata dai ricordi di Lui, che non è mai davvero uscito dall’adolescenza, dal dolore della perdita di Marla, dai suoi occhi accesi e stupefatti. Cosa resta di una vita o di più vite, minuscole, considerate insignificanti, di ragazzi nati senza amore e cresciuti senza una guida? Storia di persone tormentate, abituate a vivere di scarti, e a considerare sé stesse scarti. Non hanno mai saputo dove sia finito l’amore, che esperienza attribuire a questo sostantivo. Galleggiano nel tempo emerso della loro preadolescenza che continua a esistere, a raggomitolarsi e a svolgersi di colpo, e che avviluppa Lui nel loop ossessivo della condivisione dei momenti vissuti con Marla. Sono sigillati come dentro una capsula spaziale.

Una rabbia feroce, aggressiva, un urlo che rimane strozzato in gola e poi si disperde nell’aria fino a raggiungere il lettore e a entrargli dentro, un principio di lacrime che cerco di nascondere mentre auguro a Lui di trovare qualcosa di meglio in questo spazio-tempo, qualcosa che lenisca questo dolore che gli ha scavato un buco nell’anima.

La sua vita è sempre uguale, ma è vivo, almeno.

E non è scontato.

E, rispetto agli altri, gli è pure andata bene.

Dorme male, dorme sempre male.

Si sveglia con la gola appiccicata da un fumo che non c’è. Con le corde vocali fuse e non riesce a gridare nemmeno negli incubi. Deve avere sempre la bottiglia vicino al letto perché se non ingoia un poco d’acqua muore, gli si sbriciola la lingua, gli si caria la trachea, gli si strappa tutto, dentro.”

Marilena Votta 

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