In margine a “Grande Karma. Vite di Carlo Coccioli”

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Ho ricevuto Grande Karma insieme ad altri titoli, subito la mia attenzione si è appuntata a quel nome: Carlo Coccioli. Come una voce che viene da lontano: ho rivisto Coccioli che mi indica il mare dal giardino di un albergo solitamente chiuso in questa stagione, ma aperto per ospitare una sessione del premio Taormina. Siamo ad Aci Trezza, è inverno ma mite, com’ è in Sicilia, con il profumo dei mandarini tardivi e le zagare sempre in fiore. Sapevo pochissimo di lui se non, da poche parole di Giancarlo (Vigorelli, ndr), che dopo un passato sfolgorante a Parigi si era ritirato in Messico dove ormai viveva stabilmente; loro si conoscevano da anni, forse il tramite era Malaparte, avevano amici francesi in comune, editori, scrittori, belle donne al tramonto, restavo nel cono d’ombra che mi permetteva di ascoltare e memorizzare e adesso, ricordare.

Coccioli, come lo ricordo, non era bello ma neppure brutto, poteva essere “dimenticabile” non fosse per i suoi racconti, gli occhi che si accendevano di bagliori improvvisi e la voce che esigeva attenzione; ricordava, citava, parlava del suo Messico, e allora pareva allontanarsi, entrare in una dimensione sconosciuta. I nomi, che pronunciava quasi cantando, i paesi, le strade, assumevano il colore della leggenda, mi sentivo pronta a seguirlo per quei sentieri sassosi dove erano le case di Miguel, di Juanito, dove ospitava i suoi randagi e dove si rifugiava per scrivere.

America latina… Mondo lontano che ha esercitato il suo fascino e il suo richiamo su tanti personaggi partiti dalla civilissima Europa e felicemente insabbiati in qualche villaggio dove il sole e il nulla imperano. Come D. H. Lawrence che pur aveva passato giorni felici in Italia e proprio in Sicilia – proprio a Taormina (esiste ancora la casa rossa dove lui visse, sul lato sinistro del monte che sovrasta il borgo guardando il mare) – seguendo il suo spirito vagabondo dopo Ceylon e Australia arriva in Messico e a Taos vive momenti felici con Frida. Frida vi torna con un nuovo marito, l’italiano Ravagli e vi resta fino ai suoi ultimi giorni.

Ricordo che Giorgio Soavi, grande affabulatore, un giorno mi mostrava la giacca di Lawrence avuta proprio a Taos, diceva, dal barbiere del paese, ultimo amante di Frida. Il Messico di Malcolm Lowry, popolato di vulcani, cani neri e dagli incubi del mezcal.

Carlo Coccioli

Coccioli arriva in Messico seguendo, dicono le biografie, un amore, ma è quasi banale pensare che sia andata così, ha seguito le sue mille vite, ha cercato il Dio Assoluto che strada facendo si è frantumato in tanti idoli, nell’animismo della cultura messicana dove è facile perdersi e dimenticarsi.

Capisco e sento questi misteriosi richiami, per me sono Argentina, Uruguay e Paraguay, mi fermo lì.

Patrie dei nostri Dei arcani, di altre vite, di richiami letterari il cui fascino ci ha obbligati a cercare paesaggi sconosciuti, incomprensibili che diventeranno i nostri orizzonti, a capire idiomi diversi con i quali riusciremo a esprimere l’indefinito soggiacente in noi e saranno i linguaggi dei nostri sogni.

In quei pochi giorni siciliani abbiamo parlato dei nostri padri, della disciplina alla quale perennemente tentiamo di sfuggire, del nostro amore per i cani, delle stelle, del vulcano, abbiamo salvato un topo finito sul fondo della piscina senz’acqua, un piccolo topo nero e ci è corsa in aiuto Luise Rinser, scrittrice coraggiosa, moglie per qualche tempo di Carl Orff, anche lei amante di ogni animale. Ripensandoci era una straordinaria compagnia, ma si presentavano con tale dolcezza e semplicità da far dimenticare le tante e complesse vite di cui erano autori e attori. Mi accettavano perché sapevo ascoltare. Abbiamo fatto una gita sull’Etna e ci siamo avvicinati pericolosamente a una bocca fumante, abbiamo bevuto Rapitalà e cantato Vitti Na Crozza. Prima di partire Coccioli regala a Giancarlo un anello messicano, in argento e madreperla; forse è un po’ largo, gli sfuggirà dal dito qualche giorno dopo e lo cercheremo disperatamente nel giardino carico di profumi di zagare e mandarini.

Un anno dopo, in quello stesso giardino e per una nuova riunione del Premio, ritrovo l’anello infilato nel ramo di un cespuglio di rose.

Giancarlo è sorpreso e felice, Coccioli si rivela sciamano come avevamo intuito.

Questo preambolo esageratamente lungo per parlare di questo strano libro che mi irrita all’inizio per la prosa saltellante, quasi alla ricerca di un suo incipit. Poi sembra imboccare la normalità e il racconto si fa avvincente, perché parla di Carlo Coccioli e ne traccia una stupenda e dettagliatisima biografia, ed è questo il vero romanzo. Della sua vita multiforme, della sua famiglia, della lotta partigiana, di Malaparte di Parigi, di Cocteau, di Coco Chanel, di amori e disamori.

Del Messico sulle tracce del suo ultimo amore, diventato un figlio nel tempo e riconosciuto come tale. L’autore si inventa un protagonista che segue le mille piste nella speranza di trovare il manoscritto, quel Grande Karma al quale Coccioli sembra essersi dedicato ma che non si trova, percorre le strade di Città del Messico, si infila nei remates, nelle librerie antiquarie, incontra esseri al limite, tutti con buone tendenze suicide e nel frattempo dipana brandelli di vita, biografia precisa e attendibile dello scrittore. Due momenti interessanti, la visita all’ultima libreria con la discesa nel cunicolo sotto il livello della strada e quindi dentro il lago che giace sotto l’immensa e confusa metropoli e che fatalmente la inghiottirà, e l’intrusione alla festa ebraica con la padrona di casa che evoca Satana e recita la Torah. Ma in fondo non era necessario inventare questo protagonista che fatalmente sarà ingoiato dalle mille vite di Coccioli e si perderà nell’emulazione o nel contagio di quest’itinerario verso gli inferi restando però sempre attaccato a una stella.

All’autore Alessandro Raveggi il merito di averci restituito un autore che il tempo sembrava aver cancellato, un autore importante, un grande scrittore, un personaggio che si è messo in gioco, ma per davvero, e che varrebbe la pena di rileggere.

Carla Tolomeo