Inediti! Laura Archera Huxley. Gli ultimi giorni di Aldous Huxley

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Il 22 Novembre 1963 il mondo si è svegliato con la notizia dell’assassinio di John F. Kennedy. In quelle stesse ore, a Los Angeles, una donna siede al capezzale del marito stringendogli la mano. Quella donna è Laura Archera, il marito è Aldous Huxley. Laura era nata a Torino nel 1911, bambina prodigio fin da giovanissima aveva girato l’Europa per esibirsi e perfezionare la tecnica del suo strumento, il violino. Il successo la portò negli Stati Uniti dove decise di stabilirsi e dove, nel 1956, sposò Aldous.

In questa lettera indirizzata al fratello di Huxley e a sua moglie, Laura ripercorre gli ultimi giorni e le ultime ore della vita di Aldous. La coppia riesce a vivere quei momenti drammatici con estrema serenità. Laura accompagna Aldous nell’aldilà parlandogli sottovoce e recitando, come un mantra: “Leggero e libero, vai avanti e in alto, verso la luce, lasciati andare, lo stai facendo meravigliosamente”. Solo qualche ora prima Laura aveva esaudito il desiderio che Aldous, con calligrafia spezzata e incerta, aveva scritto su una tavoletta.

Nelle righe conclusive, Laura si interroga sull’opportunità di rendere pubblico il modo in cui è avvenuta la morte di Aldous, un uomo che fino all’ultimo è rimasto fedele a se stesso, un uomo che non aveva mai smesso di essere curioso e i cui romanzi avevano già contribuito a illuminare il buio che sarebbe seguito per decenni dopo la sua morte, fino ad arrivare all’oscurità dei nostri giorni.

Marco Piazza

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6233 Mulholland Highway

Los Angeles 28, California

8 Dicembre, 1963

Carissimi Julian e Juliette,

Sono così tante le cose che vorrei raccontarvi riguardo l’ultima settimana di vita di Aldous, e in particolare il suo ultimo giorno. Quello che è successo è importante non solo per noi, che gli siamo vicini e lo amiamo intimamente, ma è quasi una conclusione, anzi, la continuazione del suo stesso lavoro, e per questo motivo la sua morte è importante per tutti.

Innanzitutto devo assicurarvi con assoluta certezza che Aldous non era conscio del fatto che sarebbe potuto morire fino al giorno in cui è morto. Inconsciamente la sensazione c’era, e avrete modo di constatarlo voi stessi, perché dal 15 Novembre fino al 22 Novembre ho registrato la maggior parte delle sue frasi, e per queste registrazioni dovremmo essere tutti immensamente grati. Aldous, fino all’ultimo, non ha mai accettato di abbandonare la scrittura e dettare i suoi pensieri o appuntare note sul registratore.

Usava un dittografo, soltanto per leggere poesie o passi di letteratura; poi li ascoltava nei momenti più tranquilli, di sera prima di addormentarsi. Per anni ho avuto un registratore e qualche volta ho provato a utilizzarlo con Aldous, ma era troppo ingombrante, soprattutto ora che eravamo sempre in camera da letto e intorno c’erano tanti macchinari per le sue cure. (S’era parlato di comprarne uno più piccolo ma qui il mercato è inondato di registratori a transistor, la maggior parte dei quali non è un granché. Non ho avuto modo di cercarne altri e questa è rimasta una di quelle cose, come molte altre, che avremmo fatto in seguito).

All’inizio di Novembre, quando Aldous era in ospedale, c’è stato il mio compleanno e Jinny, dopo un’accurata ricerca, mi ha regalato quello che le sembrava il migliore –  un aggeggio piccolo e facile da usare.

Dopo averlo provato per qualche giorno, l’ho mostrato ad Aldous, e lui mi sembrò molto soddisfatto e a partire dal 15 dicembre lo abbiamo utilizzato un po’ ogni giorno per registrare i suoi sogni e prendere appunti per cose che avrebbe scritto in futuro.

Il periodo dal 15 al 22 è stato, mi sembra, un periodo di intensa attività mentale per Aldous. Avevamo gradualmente diminuito i tranquillanti che prendeva quattro volte al giorno: la Sparine, medicina simile, da quanto ho capito, alla Thorazine.

Abbiamo diminuito il dosaggio fino a praticamente eliminarlo usando solo antidolorifici come il Percodon e un po’ di Amitol e qualcos’ altro per la nausea. Oltre a questo alcune iniezioni di 1/2 cc di Dilaudid che è un derivato della morfina e gli procurava molti sogni, alcuni dei quali li potrete ascoltare sul registratore. Il dottore ha detto che questa è una dose moderata di morfina.

Ora, per riprendere il mio discorso, in questi sogni e qualche volta nelle nostre conversazioni, sembrava ovvio e trasparente che nel subconscio era consapevole del fatto che sarebbe morto. Ma in modo conscio non ne ha fatto mai parola. Questo non ha niente a che vedere con quello che sostenevano alcuni suoi amici, ovvero che lui volesse preservarmi dal dolore. Non era così, perché Aldous non è mai stato capace di mascherare un sentimento, o di dire una benché minima bugia, lui era letteralmente incapace di mentire e se mai avesse voluto preservarmi avrebbe potuto confidarsi con Jinny.

Durante gli ultimi due mesi, quasi ogni giorno gli ho dato l’opportunità di parlare della morte, ma chiaramente questi stimoli potevano essere presi in due modi – verso la vita o verso la morte, e lui ha sempre preso la direzione della vita. Abbiamo letto per intero il manuale del Dottor Leary, estrapolato dal The Book of the Dead. Aldous avrebbe potuto dirmi, anche in modo scherzoso, di non lasciare che se ne dimenticasse, e invece  i suoi commenti erano sempre rivolti al modo in cui Leary conduceva le sue sessioni con LSD e su come riusciva a riportare le persone, che non erano morte, alla vita.

È vero tuttavia che a volte diceva frasi come “Se riesco a uscirne” riguardo a nuove idee di scrittura  e si chiedeva se e quando avrebbe avuto la forza per lavorare. La sua mente era molto attiva e credo che il Dilaudid abbia risvegliato alcuni livelli di pensiero che di solito non venivano stimolati.

La notte prima che morisse (Giovedì notte) verso le otto, all’improvviso ebbe un’idea. “Cara” mi disse “mi è venuto in mente che avere in casa qualcuno così malato come lo sono io è veramente un’imposizione per Jinny, con i due bambini”. Jinny era fuori casa in quel momento e così io gli ho detto: “Bene, quando rientra glielo dirò, si farà una bella risata”. “No”, disse lui con un’insistenza inusuale, “dobbiamo fare qualcosa”. “Bene”, dissi io mantenendo il tono leggero, “allora alzati, andiamo a fare un viaggio”. “No” rispose lui “è una cosa seria, dobbiamo pensarci. Tutte queste infermiere in casa. Quello che potremmo fare è, potremmo prenderci un appartamento per questo periodo. Solo per questo periodo”.

Era chiaro cosa intendeva, chiarissimo. Lui pensava che sarebbe stato male ancora per tre o quattro settimane e poi avrebbe potuto tornare a vivere una vita normale. Questa cosa del riprendere la vita normale è uscito più volte. Nelle ultime tre o quattro settimane era spesso affranto per la sua debolezza, quando si rendeva conto di quanto aveva perso e di quanto tempo ci sarebbe voluto per ritornare alla normalità. Quel Giovedì sera ha ripetuto l’idea di prendere un appartamento con inaspettata energia, ma pochi minuti più tardi e per tutta la serata ho notato che stava regredendo, stava perdendo terreno velocemente. Di mangiare non se ne parlava quasi. Aveva appena preso due cucchiai di brodo e purè, in realtà ogni volta che mangiava qualcosa iniziava a tossire.

Giovedì notte ho chiamato il dottor Bernstein per dirgli che il battito cardiaco era molto alto – 140, Aldous aveva un po’ di febbre e la sensazione generale era di un’immanenza della morte. Ma sia l’infermiera che il dottore dissero che non avevano quell’impressione, tuttavia se avessi voluto il dottore sarebbe venuto per visitarlo la notte stessa. Quindi sono tornata nella stanza di Aldous e abbiamo deciso di somministrargli un’iniezione di Dilaudid. Erano circa le nove, Aldous si è addormentato e così ho detto al dottore di tornare il mattino successivo.  Ha dormito fino a circa le due, gli abbiamo fatto un’altra iniezione e poi l’ho rivisto alle sei e trenta. Ancora una volta mi sembrava che la vita se ne stesse andando, c’era qualcosa di cupo, più del solito, anche se non riuscivo bene a capire cosa fosse, e poco più tardi ho inviato un telegramma a voi e a Matthew, Ellen e a mia sorella. Poi verso le nove Aldous ha iniziato a essere molto agitato, inquieto, quasi disperato. Voleva essere spostato in continuazione. Non andava mai bene, Il dottor Bernstein venne verso quell’ora e decise di fargli un’iniezione che gli aveva già fatto in passato, una medicina che si somministra per endovena, molto lentamente, ci vogliono circa cinque minuti. È una sostanza che dilata i bronchi e facilita la respirazione.

Questa medicina gli aveva dato fastidio la volta prima, deve essere stato tre venerdì prima, quando ha avuto la crisi della quale vi ho scritto. Ma poi ne ha tratto sollievo. Questa volta è stato terribile. Non riusciva a esprimersi e stava malissimo, niente gli andava bene, non trovava mai la posizione giusta. Ho provato a chiedergli cosa stesse succedendo. Parlava a fatica ma è riuscito a dire: “Solo provare a dirtelo mi fa star male”. Voleva essere spostato ogni volta. “Muovimi”, “muovimi le gambe”, “muovimi le braccia”, “muovi il letto”. Avevamo uno di quei letti coi bottoni che si muoveva in alto e in basso sia dalla parte della testa che da quella dei piedi e incessantemente, lo facevo salire e poi scendere manovrando coi bottoni. Abbiamo continuato così per un po’ e sembrava dargli un certo sollievo, ma era poco, molto poco.

All’improvviso, devono esser state le dieci, parlava a malapena e mi chiese una tavoletta sulla quale scrivere e, per la prima volta, scrisse: “Se muoio,” e diede indicazioni per il suo testamento. So cosa intendeva. Aveva firmato il suo testamento una settimana prima, come vi ho detto, e nel testamento era indicato di trasferire la polizza sulla vita da me a Matthew. Avevamo parlato di queste carte per il trasferimento e la compagnia assicurativa le aveva appena spedite e infatti erano appena state consegnate. Scrivere era molto, molto difficile per lui.  


Rosalind e il Dottor Bernstein erano lì con noi e cercavano anche loro di capire cosa volesse dire. Gli chiesi, “intendi dire che vuoi assicurarti che la polizza sulla vita sia trasferita da me a Matthew?” Lui disse “Sì”. Continuai, “Le carte dell’assicurazione sono appena arrivate, se vuoi le puoi firmare ma non è necessario perché lo hai già indicato nel testamento che ha valore legale”. Emise un sospiro di sollievo per il fatto di non dover firmare le carte. Anche il giorno prima gli avevo chiesto di firmare alcune carte importanti e lui aveva detto, “aspettiamo ancora un po’”, questo, a proposito, era il suo modo per dire che non riusciva a fare qualcosa. Se gli veniva chiesto di mangiare lui rispondeva, “aspettiamo ancora un po’” e quando giovedì gli ho chiesto di mettere alcune firme importanti lui ha detto “aspettiamo ancora un po’”. Voleva scrivervi una lettera “specialmente riguardo il libro di Juliette, è splendido”, lo ha detto più volte. E quando gli proponevo di farlo lui diceva “aspettiamo ancora un po’”, e lo diceva con una voce talmente stanca, così diversa dal suo solito modo di essere. E così quando gli ho detto che non era necessario che facesse tutte quelle firme, che tutto era in ordine, ha fatto un respiro di sollievo.

Se muoio”. Questa è stata la prima volta che lo ha detto riferendosi specificamente a ORA. Lo ha scritto. Sapevo, e l’ho percepito con chiarezza, che per la prima volta stava confrontandosi con quell’idea. Circa mezz’ora prima avevo chiamato Sidney Cohen, uno psichiatra che era stato fra le figure principali nell’uso dell’LSD. Gli avevo chiesto se avesse mai somministrato LSD a qualcuno in quelle condizioni. Lui aveva risposto che lo aveva fatto solo due volte, e che in un caso aveva favorito una certa riconciliazione con la morte, nell’altro non aveva fatto alcuna differenza. Gli ho chiesto mi avrebbe consigliato la somministrazione ad Aldous, viste le sue condizioni. Gli dissi che più volte, durante gli ultimi due mesi, gliel’avevo offerto ma lui aveva sempre risposto che voleva aspettare quando si sarebbe sentito meglio. Poi il dottor Cohen disse, “Non so, non credo, tu cosa ne pensi?” Io risposi che neanche io lo sapevo, “dovrei provare a offriglielo di nuovo?” e lui disse, “io proverei a proporglielo in modo indiretto, prova a chiedergli ‘ cosa ne pensi di prendere un po’ di LSD? Qualche volta, in futuro?” Questa risposta, abbastanza vaga, era simile a quella che avevo ricevuto da altri esperti del campo ai quali avevo chiesto se fossero soliti somministrare LSD in casi estremi.

L’ISOLA è l’unico riferimento chiaro del quale fossi a conoscenza. Devo averne parlato con Sidney Cohen verso le nove e trenta. Le condizioni di Aldous erano diventate così dolorose fisicamente e in qualche modo oscure, e lui era così agitato e non riusciva a esprimere ciò che voleva, e io non riuscivo a capire. A un certo punto lui disse qualcosa che nessuno qui è riuscito a spiegarmi, disse, “chi sta mangiando dal mio piatto?” E io non riuscii a capire cosa intendesse e tutt’ora non riesco a capire. E glielo chiesi. Lui riuscì a fare appena un  sorriso e disse “non fa niente, era solo una battuta”. Più tardi, comprendendo il mio desiderio di capire così da poterlo aiutare, disse in modo straziante, “a questo punto è rimasto così poco da condividere”. E allora capii che lui sapeva che ci stava lasciando. Tuttavia, la sua incapacità di esprimersi era solo muscolare, il suo cervello era ancora cristallino, addirittura, credo, a un picco di attività.

Poi, non ricordo l’ora esatta, mi chiese una tavoletta e scrisse “Prova LSD 100 […] intramuscolare”. Anche se, come vedete dalla copia fotostatica, non è molto chiaro, so che era quello che voleva dirmi. Gli chiesi una conferma. A un tratto tutto mi appariva chiaro. Sapevo che eravamo nuovamente insieme dopo tutti i dialoghi strazianti degli ultimi due mesi. Lo avevo capito, sapevo cosa dovevo fare. Sono andata velocemente all’armadio, nell’altra stanza, dove si trovava il dottor Bernstein e dove la televisione aveva appena annunciato l’omicidio di Kennedy. Ho preso l’LSD e ho detto “gli faccio un iniezione di LSD, me l’ha chiesto lui”. Il dottore ha avuto un momento di agitazione perché potete comprendere molto bene il disagio riguardo a questa sostanza nella mente di un medico. Poi ha detto “va bene, a questo punto non fa differenza”. Qualsiasi cosa avesse detto, nessuna “autorità”, neanche un esercito di autorità avrebbe potuto fermarmi. Sono andata nella stanza di Aldous con la fiala di LSD e ho preparato la siringa.

Il dottore mi ha chiesto se volevo che fosse lui a somministrare la dose – probabilmente perché aveva visto che le mie mani stavano tremando. Alla sua domanda mi resi conto delle mie mani e risposi “No, lo devo fare io”. Mi sono calmata e quando gli ho fatto l’iniezione le mie mani erano ferme. Poi, in qualche modo, una sensazione di sollievo ci ha invaso entrambi. Credo fossero le 11:20 quando ho fatto la prima iniezione di 100 microgrammi. Mi sono seduta di fianco al suo letto e ho detto “Caro, magari tra poco ne prendo un po’ anche io, insieme a te. Vorresti che ne prendessi un po’ anche io tra un po’?” Ho detto tra un po’ perché non avevo idea di quando avrei dovuto o potuto prenderne una dose, in realtà non mi è più riuscito di prenderne un po’ a causa della situazione che c’è qui intorno. E lui con un cenno ha detto “si”. Bisogna ricordare che a quel punto lui parlava pochissimo. Poi gli ho chiesto: “Vorresti che anche Matthew ne prendesse un po’ insieme a te?” E lui rispose di sì. “E Ellen?”, rispose ancora di sì. Poi ho fatto il nome di due o tre persone che avevano lavorato con l’LSD, “No, No, basta, basta”. Poi dissi ancora: “E Jinny?“ E lui, con enfasi, rispose: “Sì”.

Poi siamo rimasti in silenzio. Mi sono seduta per un po’ senza parlare. Anche Aldous non era più così agitato. Mi è sembrato di percepire che anche lui sapesse, entrambi sapevamo cosa stavamo facendo, e questo è sempre stato di grande sollievo per Aldous. Alcune volte, durante la malattia, lo avevo visto turbato fino a che non sapeva che cosa avrebbe fatto. Poi, anche se era un operazione o una radiografia, il suo umore cambiava completamente. Quest’enorme sensazione di sollievo lo avvolgeva e lui non era più preoccupato e diceva facciamolo, e allora noi andavamo e facevamo quello che dovevamo fare e lui era di nuovo un uomo sollevato. E ora ho avuto la stessa sensazione – era stata presa una decisione, e lui prese quella decisione molto velocemente. Di colpo aveva accettato il fatto della morte; aveva fatto il trattamento moksha nel quale credeva molto. Stava facendo quello che aveva scritto nell’ISOLA e ho avuto la sensazione che lui fosse interessato, sollevato e tranquillo.

Dopo mezz’ora, l’espressione sul suo volto ebbe un lieve cambiamento, e io gli chiesi se stesse sentendo l’effetto dell’LSD ma lui indicò di no. Eppure credo che qualcosa stesse già succedendo. Questa era una caratteristica di Aldous, rimandava sempre la presa di coscienza dell’effetto di un medicinale, anche quando l’effetto era senza dubbio già presente, a meno che l’effetto fosse molto forte lui diceva di no. Ora l’espressione sul suo volto iniziava a sembrare come quella che aveva ogni volta che faceva il trattamento moksha, quell’espressione di immensa beatitudine e amore che lo avvolgeva. Questa volta non era esattamente così ma c’era stato un cambiamento rispetto all’espressione che aveva avuto fino a due ore prima. Ho lasciato passare un’altra mezz’ora poi decisi di somministrargli altri 100mg. Gli dissi che lo avrei fatto e lui acconsentì. Gli feci un’altra iniezione e poi iniziai a parlargli. Lui era calmo, molto molto calmo e le sue gambe stavano diventando sempre più fredde e cianotiche in alcuni punti.

Poi iniziai a parlargli, gli dicevo “leggero e libero”, quelle stesse parole che gli avevo detto di notte in queste ultime settimane prima che si addormentasse, e ora gliele ripetevo con ancor più convinzione e intensità – “vai, vai, lascia la presa mio caro, in avanti e verso l’alto. Tu stai andando in avanti e in alto, stai andando verso la luce. Spontaneamente e coscientemente tu stai andando, spontaneamente e coscientemente, e lo stai facendo meravigliosamente, stai andando verso la luce; stai andando verso un amore più grande; stai andando avanti e in alto. È così facile, è splendido. Lo stai facendo meravigliosamente, senza nessuno sforzo. Leggero e libero. In avanti e in alto. Stai andando verso l’amore di Maria, insieme al mio amore. Stai andando verso un amore più grande, più grande di quanto abbia mai immaginato. Stai andando verso l’amore più grande, ed è semplice, così semplice, e lo stai facendo in modo così meraviglioso”. Credo di aver iniziato a parlargli – deve esser stata l’una, o le due. Era molto difficile per me riuscire ad accorgermi del tempo che passava.

L’infermiera era nella stanza, insieme a Rosalind e Jinny e ai due dottori – il Dottor Knight e il dottor Cutler. Erano abbastanza distanti dal letto. Io ero vicinissima alle sue orecchie e speravo di riuscire a parlare chiaramente in modo che mi capisse. Gli chiesi “riesci a sentirmi?” Lui ha stretto la presa della mia mano. Mi stava sentendo. Ero tentata di fargli altre domande ma al mattino mi aveva implorato di non fargli altre domande, e avevo la sensazione che tutto stava andando come doveva. Non osai disturbarlo oltre e quella fu l’unica domanda che gli feci “riesci a sentirmi?” magari avrei dovuto fargli qualche altra domanda, ma non lo feci.

Più tardi feci la stessa domanda ma la sua mano non si mosse. Dalle due fino all’ora in cui morì, ovvero le cinque e venti, ci fu pace completa eccetto un momento. Dovevano essere le tre e mezza o le quattro quando notai l’inizio di uno sforzo sul suo labbro inferiore. Il labbro iniziò a muoversi come se stesse cercando aria. Poi continuai “è facile, e tu lo stai facendo in modo splendido, in modo cosciente, in piena coscienza mio caro, stai andando verso la luce”. Ho ripetuto queste stesse parole per tutte le ultime due o tre ore. Ogni tanto le mie stesse emozioni avevano il sopravvento ma, quando succedeva, mi allontanavo dal letto per alcuni minuti per poi tornarci quando le mie emozioni si erano placate.  La contrazione sul labbro inferiore durò solo qualche minuto

e mi sembra stesse rispondendo alle mie parole “adagio, adagio, lo  stai facendo in piena coscienza e meravigliosamente – avanti e in alto, leggero e libero, avanti e in alto verso la luce, entra nella luce, entra nell’immensità dell’amore”. La contrazione si era pacata e il respiro divenne sempre più lento e non c’era alcun segnale di contrazione o di sforzo. Solo il respiro era più leggero, leggero, leggero, e alle cinque e venti si fermò.

Al mattino ero stata avvertita che verso la fine ci sarebbero potute essere convulsioni, o contrazioni dei polmoni e rumori. Avevano cercato di prepararmi a qualche tipo di orribile reazione fisica che probabilmente ci sarebbe stata. Ma non accadde niente di tutto ciò, in realtà il fermarsi del respiro non è stato accompagnato da alcun tipo di dramma, perché è avvenuto così lentamente, in modo così delicato, come un brano di musica classica che si conclude con un sempre più piano dolcemente. Mi è sembrato che l’ultima ora del suo respiro fosse un riflesso incondizionato del suo corpo, abituato a respirare per 689 anni, milioni e milioni di volte. Non c’è stata la sensazione che con l’ultimo respiro, la sua anima se ne fosse andata. È stato più un distacco graduale nel corso delle ultime quattro ore. Durante quelle ultime ore nella stanza c’erano i due dottori, Jinny, l’infermiera, Rosalind, Roger – come sapete è una grande amica di Krishnamurti, e la direttrice della scuola in Ojai per la quale Aldous ha fatto tantissimo. Sembra che non abbiano sentito quello che io stavo dicendo. Credevo di aver parlato abbastanza forte, ma loro hanno detto di non aver sentito niente. Rosalind e Jinny ogni tanto si avvicinavano al letto e stringevano la mano di Aldous. Tutte queste cinque persone hanno detto che quella è stata la morte più serena, più meravigliosa. Entrambi i dottori e l’infermiera hanno detto che non gli era mai capitato di vedere una persone nelle sue condizioni andarsene in quel modo, senza dolore, senza sforzo.

Non sapremo mai se tutto questo è stato solo una nostra illusione o se veramente è stato così, ma di certo i segnali esteriori che abbiamo notato e le nostre sensazioni ci hanno indotto a pensare che è stato meraviglioso, pacifico e senza sforzo.

E ora, dopo questi pochi giorni passati in solitudine, senza il bombardamento dei sentimenti di altre persone, il significato di questo ultimo giorno diventa sempre più chiaro, e sempre più importante. Aldous, credo, era turbato (di certo lo ero io) dal fatto che ciò che aveva scritto nell’ISOLA non era stato preso seriamente. Fu trattato come un testo di fantascienza, cosa che invece non era, perché tutti i modi di vivere che ha descritto nell’ISOLA non erano frutto della sua fantasia, ma derivavano da esperienze vere sperimentate in vari luoghi, alcune anche nella nostra vita quotidiana. Se il modo in cui Aldous è morto fosse rivelato, ciò potrebbe risvegliare altre persone verso la consapevolezza che non solo questo ma molti altri eventi descritti nell’ISOLA sono possibili, qui e ora.  Il fatto che Aldous abbia chiesto il trattamento moksha mentre stava per morire è una conferma del suo lavoro, e quindi è importante non solo per noi, ma per il mondo intero. Certamente qualcuno dirà che che Aldous è stato dipendente dalla droga per tutta la vita e da drogato è morto, ma la storia ci insegna che Huxley ha fermato l’ignoranza prima che l’ignoranza abbia potuto fermare Huxley.

Anche dopo la nostra corrispondenza, ho avuto molti dubbi sul fatto di tenere Aldous all’oscuro riguardo le sue condizioni. Dopo tutto quello che aveva scritto e detto sulla morte, poteva sembrare che non si dovesse lasciarlo andare incontro alla fine senza esserne conscio.  E poi lui aveva una tale fiducia in me – probabilmente dava per scontato che qualora si fosse avvicinato al punto di morire io glielo avrei certamente comunicato e lo avrei aiutato. E quindi ora provo un immenso sollievo per il suo improvviso risveglio e la sua immediata capacità di adattarsi. Non credete anche voi?

E quindi ora mi chiedo se il modo in cui è morto debba rimanere tra noi, per il nostro unico sollievo e conforto, o se sia giusto che anche altri ne possano trarre beneficio. Cosa ne pensate?

[Laura Huxley]