INEDITO ASSOLUTO. Lingua morta, racconto di John Smolens

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Non c’è riposo per me da quando l’amore se ne è andato

Né sonno da quando ho toccato il fondo del mare

E la fine di questa donna, mia moglie.

                       “Dreamer in a Dead Language,” Grace Paley

 

 

 

Cure palliative; come dire: nessuna speranza.

Eppure vi erano arrivati, la loro casa invasa da infermieri e badanti. Dopo due tumori al cervello e due operazioni in otto mesi, il marito poteva scorgerle negli occhi la confusione e la paura: Chi è questa gente in casa nostra? Ma dopo alcuni giorni i badanti la conquistarono tanto che, ogni mattina, al loro arrivo, sorrideva. Una cosa rara ormai, il suo sorriso.

Il letto ospedaliero fu sistemato nello studiolo, il suo mondo ristretto alla televisione e alla finestra che dava sugli alberi, verso il lago. Quando egli vide i badanti portare tante apparecchiature, pensò Non ci servirà tutta quella roba. Il letto da ospedale, sì; ma il deambulatore, la sedia a rotelle, la padella li mise in garage perché non voleva guardarli – finché, nel corso di dieci settimane, li riportò in casa, uno a uno. Ognuno di quegli aggeggi divenne necessario, compresi i tappetini antiscivolo, la scatola di guanti chirurgici, i flaconi di pillole, le fiale di morfina.

Il mondo di lei continuava a restringersi. Guardava fuori dalla finestra ma egli non era sicuro che guardasse davvero gli alberi. Oppure: guardava gli alberi ma non si rendeva più conto che fossero alberi. Oppure: non importava più che fossero alberi. Le prime settimane gli amici andavano a trovarli, brevemente. Gli offriva qualcosa da bere e loro si sedevano nello studiolo a parlare, fingendo che lei prendesse parte alla conversazione, e lei gettava uno sguardo dal letto, chiedendosi perché fossero lì. Dopo una o due visite non tornarono. Non potevano; era troppo difficile per loro. Meglio così, meglio che lui e lei affrontassero le cure palliative insieme, solo loro due, assistiti da infermieri e badanti.

Spesso sedeva sul divano alla sinistra del letto, ma raramente lei girava la testa per guardarlo, così si sedette sulla sedia ai piedi del letto, con la finestra alberata alle spalle. Quando guardava nella loro direzione, lui si chiedeva che cosa stesse pensando. I suoi occhi sembravano spesso disinteressati, o appariva confusa. A volte riteneva che la cosa migliore fosse semplicemente stare nella stessa stanza, a condividere il silenzio.

Cucinava le cose che le piacevano, ma raramente lei mangiava granché. Dimenticava di avere del cibo sul vassoio appoggiato in grembo: pancake, ogni tanto un piccolo uovo in camicia, e una volta un lavarello. Mangiava con le mani ora, le sue belle mani innnocenti, le sue lunghe dita sottili che avevano suonato Mendelssohn al piano, ricoperte di sciroppo d’acero, tuorli d’uovo, riso. Le lavava le mani con un panno caldo e umido, e poi le puliva la bocca e il mento, ma lei si infastidiva e girava la testa come una bambina.

La cucina divenne un laboratorio. Si sentiva come un chimico mentre riduceva le pillole in polvere, con pestello e mortaio, e ne mescolava poi i granelli finché non scomparivano nello yogurt al mirtillo. Passarono le settimane, e loro due sempre svegli nel mezzo della notte, lo studiolo in penombra una caverna, sui muri e sul soffitto ombre di geroglifici che divenivano parte dei loro sogni, di quelli di lui sul divano, quelli di lei nel letto. Si chiedeva che cosa sognasse e se i suoi sogni fossero più reali di quando era sveglia. Talvolta, quando non riuscivano a dormire, guardavano un vecchio film in bianco e nero in tv, ipnotizzati dalle spirali del fumo delle sigarette o dall’ultimo bacio nella pioggia sotto un lampione.

Inconvenienti. Merda e piscio. Nel letto. Nel bagno. Sul pavimento. Quando non riuscì più a farle fare i dodici scalini per il bagno, andò a riprendere la sedia a rotelle in garage. Portarla dal letto alla sedia, dalla sedia al gabinetto, e di nuovo al letto era estenuante. Il suo equilibrio era così instabile che talvolta gli era quasi scivolata, ma quando per alzarla si portava le sue braccia attorno alle spalle e per un breve attimo stavano aggrappati l’uno all’altra, il suo respiro sul collo, erano di nuovo amanti.

Una notte, mentre la spingeva nel corridoio verso il bagno, le sfuggì un singulto mentre fissava la porta aperta della loro camera.

– Che c’è?

– Chi è quella donna nel nostro letto?

– Quale donna?

– Quella con i capelli bianchi.

Guardò al letto disfatto, il loro letto. Il letto che non avrebbe mai più condiviso con lei.

– Non c’è nessuno nel letto.

Lei continuava a guardare il letto, e lui le posò le dita sulla guancia.

Sogni di morfina. Quando si chinava, lei apriva obbediente la bocca, un uccellino che riceve il cibo dalla madre, così lui poteva mettergliene qualche goccia sotto la lingua. Ora stava spesso con una mano sospesa in aria, a tracciare lenti archi con le dita. La maggior parte del tempo era altrove, eccetto una volta, dovevano essere le tre o le quattro di mattina, in cui gli parlò per circa mezz’ora. Era lei. Erano loro. Che parlavano di niente, che parlavano di tutto. Ritornò brevemente dal suo viaggio per accomiatarsi, e lui gliene fu grato. Era stata a spasso, ne era certo, su e giù per i suoi sogni di morfina, al di sopra delle querce e dei pini del cortile, nel cielo sopra il lago gremito di uccelli e di nuvole, sorvolando tutto ciò che conosceva. Gli ultimi giorni furono pieni di dolore: un lato della testa e la sua guancia destra si gonfiarono, deformi; e la morfina la rispedì fuori, nel cielo.

Quando lei non tornò, portarono via il suo corpo.

Era un sabato sera di una fredda notte di Aprile.

Stette nel loro letto al buio. Non c’era nessuna vecchia dai capelli bianchi. Cercò di immaginare come le fosse apparsa, quella donna, ma non riuscì a immaginare quello che aveva immaginato lei. Sdraiato da solo nel loro letto, poteva solo vedere l’oscurità e ascoltare il silenzio, confidando che fosse quello di lei.

*

Ti trovo bene.

Vecchi amici, conoscenti, parenti, tutti lo esaminano – il nuovo vedovo – con occhio indagatore. Cercano indizi nel suo aspetto, nella postura, tra i capelli, negli occhi, manifestazioni fisiche di dolore e decrepitezza, di morte. Affermando di trovarlo bene, effettuano un esame clinico o, in alcuni casi, l’inquisizione del prete (come se fossero in grado di valutare lo stato della sua anima). Non intendono bene nel senso che appare giovane, vibrante, sessualmente appetibile, niente di tutto ciò; parlano del semplice fatto che è vivo, ancora vivo. Alcuni sembrano delusi, sebbene la maggior parte di loro ne sia sinceramente compiaciuta, poiché davvero si aspettavano – senza nasconderglielo più di tanto – di veder convalidate o forse giustificate le loro peggiori paure. Si aspettavano di non trovarlo bene, per cui il constatare che così non fosse era una vera e propria forma di condanna.

Forse dovrebbe ricambiare, sarebbe una cosa cortese dire che trova bene anche loro, ma il più delle volte non era vero e avrebbe dovuto mentire, e il suo sforzo si sarebbe immediatamente rivelato per quello che era, un patetico tentativo di nascondere ciò che sapevano anche loro. Alcuni non li trovava bene per niente. Erano ingrassati. Con la faccia afflosciata, la pelle intorno agli occhi e alla bocca raggrinzita in maniera irrevocabile dall’ultima volta che li aveva visti. Sarebbe stato crudele, sarebbe stato ingiusto ricambiare il favore e dire che li trovava bene, perché avrebbe solo attirato la loro attenzione sull’ovvio.

Si chiese se lo “trovavano bene” perché ora era vedovo. Sarà una specie di trucco della natura, un riflesso, simile al fiore che ruota sul suo stelo per guardare il sole? Se ci fosse una giustizia, non lo troverebbero bene, e il fatto che invece lo trovino bene gli fa sorgere il dubbio che ci sia qualcosa, nella vedovanza, che agisce come un elisir. Sopravvivere a tua moglie ti ha fatto tirare fuori l’intrinseca vitalità che pensavi di aver perso, e se le cose stanno così, loro potrebbero davvero dire Per stare bene devo essere vedovo. Può darsi. Forse siamo arrivati al punto in cui sotto la vernice dell’educazione non c’è altro che l’autoconservazione e la sopravvivenza.

Il che significa che loro davvero non sanno, non possono sapere. Non è questione di come appari. Poteva anche apparire più giovane di vent’anni e non sarebbe servito a niente. Il tempo è diverso ora. Tolti gli ormeggi, è alla deriva tra le sue inesorabili correnti, ne cavalca perpetuamente i flussi, verso il vasto spazio vuoto dove le profondità sono insondabili, e l’orizzonte, quella linea in cui acqua e cielo si incontrano, è difficilmente distinguibile. Egli non si sente bene, mai. Dubita che potrà ancora sentirsi realmente bene. Il punto è un altro. Quando lei è morta, qualcosa in lui si è spento. È meno vivo. O meglio, è più vicino alla morte.

Così egli ora guarda il mondo come un osservatore esterno. Gli alberi e le nuvole lo affascinano, li studia perché gli permettono di tirare delle conclusioni. Gli offrono una rara consolazione quasi fossero prove del fatto che un giorno il mondo andrà avanti lo stesso, senza di lui. Può essere rassicurante, anche se, quando morirà, svanirà anche ciò che resta di lei, perché nessuno penserà a lei come fa lui, spesso quanto lui; e per di più, da vivo, nessuno pensa a lui come faceva lei. Inizia a trovare consolazione nel fatto che presto se ne saranno entrambi andati, liberi dal mondo.

*

Resti. Li trova ovunque. Ciocche di lunghi capelli scuri, viticci che fluttuano da una vecchia spazzola. Note scritte a mano: una lista della spesa, un indirizzo, un promemoria di un appuntamento. La grafia è aggraziata, sciolta ma precisa, la mano di una brava studentessa, una ragazza che sta attenta mentre i ragazzi come lui sognano a occhi aperti e si dimenticano i compiti. Lei conosceva la stenografia, onde crestate, linee, e cerchi che si spostano attraverso la pagina, e di tanto in tanto riemergono per rivelare una parola precisa. Un codice segreto che rivelava la traccia della perduta storia dei suoi giorni.

Ora non c’è storia, proprio come non c’è futuro. Solo verbi al passato. Era. E la prima persona plurale. Di frequente egli dice noi e nostro e ci. Quando le persone lo guardano, si accorge del loro sconcerto; dice che parlerà al plurale per il resto della sua vita. Quando annuiscono, comprensivi, non è sicuro che capiscano. Ma sarebbe stato difficile non parlare al plurale. Parlare al singolare, poi, sembrava impossibile; sbagliato, era falso.

E invece un uomo anziano se ne sta dalla sua parte del letto, vicino alla donna che non riesce a vedere. Aspetta lì al buio, cerca di sentirne la presenza, vuole riportarla nella stanza. Niente. Il fruscio delle lenzuola, un pelo sulla faccia, un brevissimo tocco, un flebilissimo respiro. Ma non c’è niente. Nessun fantasma, nessuno spirito, nulla di paranormale; questo mondo è privo di effetti speciali. Egli giace ancora nell’oscurità, vedendo solo ciò che ricorda, ed è abbastanza – deve bastare- lo invadono memorie senza fine, come fossero ioni, visioni casuali e perpetue, che diventano poi i suoi sogni, i loro, dove si parlano in una lingua morta.

[Traduzione di Rossella Pretto; supervisione di Marco Sonzogni]

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Dead Language

by John Smolens

 

 

There is no rest for me since love departed

no sleep since I reached the bottom of the sea

and the end of this woman, my wife.

                                                                                “Dreamer in a Dead Language,” Grace Paley

 

 

 

 

Hospice, the word without hope.

But there they were, their house invaded by nurses and aides.  After two brain tumors and two surgeries in eight months, her husband could see the confusion and fear in her eyes:  Who are these people in our house?  But after several days the aides won her over so that each day when they arrived she smiled.  A rare thing by then, her smile.

The hospital bed was set up in the den, shrinking her world to the television and the window that looked down through the trees toward the lake.  When he saw the aides bring in so much equipment, he thought We aren’t going to need all this stuff.  The hospital bed, yes; but the walker, the wheelchair, the portable toilet he put out in the garage because he didn’t want to look at them—until, one by one, over the course of ten weeks, he brought them back into the house.  Each contraption became necessary, along with the rubber bed mats, the box of surgical gloves, the bottles of pills, vials of morphine.

Her world continued to shrink.  She looked out the window but he wasn’t sure if she really saw the trees any longer.  Or:  she saw the trees but no longer realized they were trees.  Or:  it no longer mattered that they were trees.  The first few weeks, friends would visit, briefly.  He’d give them something to drink and they’d sit in the den and talk, pretending that she was a part of the conversation, and she’d watch from the bed, unsure why they were there.  After one or two visits they didn’t return.  They couldn’t; it was too difficult for them.  It was better this way, better that he and she go through hospice together, just the two of them, assisted by the nurses and aides.

He often sat on the sofa to the left of the bed, but she rarely turned her head to look at him, so he sat in the chair at the foot of the bed, with the window of trees behind him.  When she looked at him and the trees, he wondered what she was thinking.  Her eyes often seemed uninterested, or she appeared baffled.  Sometimes he believed it was best that he just be in the room with her, sharing the silence.

He cooked things she liked, but she rarely ate much.  She forgot that there was food on the tray across her lap:  pancakes, sometimes a little poached egg, and once whitefish.  She ate with her fingers now, her beautiful hands childlike, her long, slender fingers that had played Mendelssohn on the piano covered with maple syrup, egg yolk, rice.  With a warm, damp wash cloth he would wash her hands, and then wipe her mouth and chin, which she didn’t like, turning her head away like a child.

The kitchen became a pharmacy.  He felt like a chemist, grinding pills to dust with the mortar and pestle, stirring it until the granules disappeared in the blueberry yogurt.  And the weeks went by, the two of them always awake in the middle of the night, the dimly lit den a cave with hieroglyphic shadows on the walls and ceiling, which became part of their dreams, his dreams on the couch, her dreams in the bed.  He wondered about her dreams, suspecting they were more real than when she was awake.  Sometimes, when they couldn’t sleep, they watched an old black and white movie on the television, both mesmerized by how smoke curled from cigarettes or the last kiss in the rain beneath a streetlamp.

Accidents.  Shit and piss.  In the bed.  In the bathroom.  On the floor.  When he could no longer walk her the twelve steps to the bathroom, he brought the wheelchair in from the garage.  Getting her from the bed to the chair, from the chair to the toilet, and back again to the bed was exhausting.  Her balance was so poor that he sometimes almost lost her, but when he put her arms about his shoulders to lift her up there was that moment when they stood clinging to each other, her breath on his neck, lovers again.

One night, as he wheeled her into the hall to the bathroom, she gasped as she stared through the open door to their bedroom.

—What?

—Who’s that woman in our bed?

—What woman?

—That woman with the white hair.

He looked at the unmade bed, their bed.  The bed he would never share with her again.

—There isn’t anyone in the bed.

She continued to stare at the bed, and he put his fingers on her cheek.

Morphine dreams.  When he leaned down she would obediently open her mouth, a baby bird receiving food from its mother, so he could place a few droplets under her tongue.  Now she often lay with one hand raised in the air, her fingers inscribing slow arcs.  She was somewhere else most of the time, except once, it must have been three or four in the morning, she talked with him for maybe a half hour.  It was her.  It was them.  Talking about nothing, talking about everything.  She came back from her journey briefly to say goodbye, and he was thankful.  She had been traveling, he was certain, traveling up and away on her morphine dreams, above the oaks and pines in the backyard, into the sky above the lake filled with birds and clouds and all that she knew.  In the last days there was pain as the side of her head and her right cheek became swollen, misshapen, and the morphine sent her back out into the sky.

When she didn’t return, they took her body away.

It was a Saturday night, a cold night in April.

He lay in their bed in the dark.  There was no old woman with white hair.  He tried to imagine what that woman had looked like to her, but he couldn’t imagine what she had imagined.  Lying alone in their bed, he could only see the darkness and listen to the silence, believing it was her silence.

*

You look good.

Old friends, acquaintances, relatives, they all look at him, the new widower, with that assessing eye.  They search for signs in his complexion, his posture, his hair, his eyes, physical manifestations of grief and decrepitude, of demise.  When they pronounce that he looks good, it is as a doctor’s evaluation or, in some cases, the minister’s investigation (as though they were able to look into the state of his soul).  They are not talking about good in the sense that he looks young, vibrant, sexually appealing, none of that; they are talking about the simple fact that he is alive, still alive.  Some seem disappointed, though most are genuinely pleased, for they truly expected—and this is barely concealed from him—to have their worst fears validated, or perhaps justified.  They expected that he would not look good, thus their saying that he does is really a form of condemnation.

He suspects he should reciprocate, that it would be the polite thing to do, say that they too looked good, but often it was not the case and he would be lying, and his effort would be seen immediately for what it was, a pathetic attempt to conceal what they themselves already knew.  Some of them didn’t look good at all.  They’d gained weight.  Their faces had settled, the skin crinkled about the eyes and mouth in ways he did not recall from when he had last seen them.  It would be unkind, it would be unjust to return the favor and say they looked good because it would only draw their attention to the obvious.

He wondered if he “looked good” because he was now a widower.  Is this some trick of nature, some reflex, akin to a flower turning on its stem to face the sun?  By rights, he shouldn’t look good, and the fact that they think he does makes him wonder if there might be something about being widowed that acted as an elixir.  To survive your spouse brought out an intrinsic vitality that you thought you had lost, and if this was so, might they really be saying In order to look good, I need to be widowed.  Possibly.  Perhaps we have reached the point where beneath the polite veneer lies nothing but self-preservation and survival.

Which means they don’t really know, they can’t know.  It’s not a matter of how you look.  He could look twenty years younger and it really wouldn’t help.  Time is different now.  Unmoored, he’s adrift in its inexorable currents, perpetually riding downstream toward the vast empty place where the depths are unfathomable, and the horizon, that line where water meets sky, is barely discernible.  He doesn’t feel good, ever.  He suspects he will never really feel good again.  It’s beyond that now.  When she died, something went out of him.  He is less alive.  Rather, he is closer to death.

So he now looks at the world as an outside observer.  Trees and clouds fascinate him, and he studies them because they allow him to draw few conclusions.  They provide a rare consolation as they are proof that one day the world will also go on without him.  This can be reassuring, though when he dies the rest of her will go, too, for no one thinks of her the way he does, as often as he does; furthermore, while he’s still alive, no one thinks of him the way she did.  He’s beginning to find consolation in the fact that soon they will both be gone, free of the world.

*

Artifacts.  He finds them everywhere.  Strands of long, dark hair, tendrils floating off an old hair brush.  Handwritten notes:  a shopping list, an address, a reminder about an appointment.  The script is graceful, loose, yet precise, the hand of a good student, a girl who paid attention while boys such as he daydreamed and missed the assignment.  She knew shorthand, peaked waves, lines, and loops fetching across the page, occasionally surfacing to reveal an actual word.  It was secret code, revealing clues to the lost history of her days.

Now, there is no history, just as there is no future.  There is just past tense.  Was.  And the first person plural.  He says we and our and us frequently.  When people stare, he acknowledges their concern; says he will be speaking in the plural for the rest of his life.  When they nod, understanding, he’s not sure they do.  But to not speak in the plural, that would be difficult.  To speak in the singular seemed impossible; worse, it was untrue.

Instead an old man lies on his side of the bed, next to the woman he cannot see.  He waits there in the dark, trying to feel her presence, straining to will her back into the room.  Anything.  The rustle of sheets, a hair across his face, the briefest touch, the faintest inhalation.  But there is nothing.  No ghost, no spirit, no paranormal anything; this world is devoid of special effects.  He lies still in the darkness, seeing only what he remembers, and it is enough—it has to be enough—endless recollection invading him like ions, random and perpetual visions, until they become his dreams, their dreams in which they speak a dead language.

 

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