Inedito. Daniele Garbuglia. Occhiolino

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Daniele Garbuglia

La nostalgia e il ricordo sono al centro di questo meraviglioso racconto inedito che Daniele Garbuglia, scrittore marchigiano autore tra gli altri libri, del romanzo Fare fuoco uscito con Sem a maggio scorso, regala a Satisfiction. Quanto sono importanti il passato, i suoi ricordi e le persone che accompagnano la nostra infanzia? La risposta è scontata: moltissimo. Ma occorre ricordarlo, sempre. Attraverso quei momenti vissuti e lontani appartenenti a una dimensione andata, quella d’infanzia, ciascuno di noi è diventato l’adulto che è, intessendo la trama della vita fatta di passaggi, ponti, strade e conservando da qualche parte nel cuore quegli sprazzi di felicità così da poterli andare a ripescare per rifugiarvisi anche dopo molti anni, anche dopo vent’anni come nel caso della protagonista di questo racconto inedito. A distanza di tanto tempo, la protagonista ritorna nei luoghi dove è stata amata e si chiede “perché le persone possano voler bene, perché qualcuno l’ha amata così tanto, e dove si è accumulato questo amore, in quale ripostiglio segreto.” E allora forse basterebbe cullarsi nel senso di benessere che quel lontano ricordo fa riaffiorare alla mente perché allora da bambini sì, vi era tutta la pienezza poi sempre inseguita. “Vive nella nostalgia di quella pienezza e nel dolore di averlo perso.” C’è anche il dolore nella vita adulta che spesso lascia il posto a lacrime amare perché quanto si è perduto non potrà più essere e allora non resta che chiudere gli occhi, anzi non resta che fare l’occhiolino a quello che è stato che, nonostante le vicissitudini della vita, non potrà mai andare perso perché fa parte di quella storia personale che ci accompagnerà per sempre.

Silvia Castellani

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Occhiolino

(20 anni dopo)

Ha un bicchiere d’acqua in mano e aspetta la pioggia con le gambe che sfiorano il tavolino. Tira fuori dalla tasca del cappotto una vecchia cassetta c120 dolby stereo, la guarda, rilegge le parole che ha visto così tante volte scritte lì sopra, una calligrafia infantile, sbiadita, la sua di tanti anni prima. Accarezza la plastica rigida trasparente. Sul pavimento di legno scuro risuonano i passi del cameriere, un ragazzo con i capelli neri pettinati all’indietro. Si accende una sigaretta. È lì per lei, dopo tutti questi anni. Si stringe il bavero del cappotto addosso, lungo sopra la gonna. Ha ancora freddo, nonostante sia al chiuso e faccia caldo. Guarda fuori e non c’è nessuno, ma sa che dovrà passare da lì. Infila le cuffiette, preme il tasto play, muove la testa seguendo il ritmo e tamburella sul tavolino. A volte la musica del locale è più forte e si mischia a quella che sente nel lettore; all’improvviso si sente il boato di un aereo sopra le loro teste e lei si abbassa d’istinto come gli altri per ripararsi. La brace consuma il tabacco rimasto e la cartina intorno si accartoccia.

Da lontano, una donna sbuca dal fondo della strada, eccola, è lei. Sola, il passo lento e il peso delle borse. I capelli corti come li ricordava, ma ora indossa un paio di occhiali dalla montatura scura che non le aveva mai visto prima. Quella donna l’ha pettinata per tanti anni prima di andare a scuola la mattina e l’ha baciata sulla fronte davanti al cancello, confusi tra gli altri bambini e i loro genitori.

Fa molto freddo e ha iniziato a piovere sulla città priva di colori; alberi senza foglie lungo i viali e le panchine di ghisa sui marciapiedi ricoperte da una pellicola di gelo. La vede, non ha un ombrello, solo le borse e lo sguardo fisso davanti, sembra indifferente a quanto succede intorno. Non si sono più riviste da quando lei ha lasciato questa città. Ma quanto tempo è passato? Giorni, che sono diventati mesi, che si sono trasformati in anni. Gira il cucchiaino del caffè nella tazzina vuota e non riesce a pensare, sente solo il rumore metallico contro la porcellana.

La vede passare di fronte alla finestra del caffè, se non ci fosse il vetro potrebbe toccarla. Deve chiudere gli occhi perché la nostalgia le toglie il respiro, non credeva di reagire così. Poi alza lo sguardo verso di lei. Un attimo, un attimo appena. Le sembra che stia facendo l’occhiolino, proprio rivolta a lei, seduta in quel bar. Come lo faceva sempre da bambina, per farla ridere, o prenderla in giro se piangeva per niente. Un occhiolino che le sollevava il lato della bocca in un sorriso, le illuminava il volto. Ma non è possibile, è solo un’impressione, e come avrebbe fatto poi a riconoscerla dopo tutto quel tempo? Accarezza più volte il ripiano del tavolino per togliere la polvere che non c’è. Passa un’unghia sul legno rigato. Si alza di scatto e girandosi fa cadere con il cappotto la tazzina vuota sul pavimento, che si rompe in tanti pezzi. Le poche gocce di caffè rimasto si spargono sul pavimento di legno scuro. Esce con il passo deciso, prova a rincorrerla ma la vede allontanarsi, non può seguirla, non ci riesce.

Vaga senza meta per quelle strade che ricorda ancora bene, dopo tutto quel tempo. Passa davanti a una lavanderia automatica, la centrifuga accesa dentro il negozio gira così veloce che lei non riesce a distinguere niente. Il rumore delle lavatrici automatiche è sordo, morbido, ossessivo. Ha freddo lì fuori, sul marciapiede, nonostante il cappotto. Entra nella lavanderia. Osserva a poca distanza il vetro di una lavatrice in azione e non può staccare gli occhi dalla spirale. Tutto perde forma, diventa astratto. Nell’oblò vede riflessa la propria faccia sopra la spirale che gira a tutta velocità. Fatica a ricomporre il volto, il naso, la bocca, il taglio dei capelli, ogni cosa appare deformata. Cercando la faccia riflessa le sembra di scoprire sul proprio volto i segni di un altro volto, una leggera piega del sorriso, gli occhi grandi e curiosi. Nella propria faccia riflessa in quel vortice incolore la riconosce, guardandosi ha visto lei. Si è presa cura di lei quando era bambina, l’ha fatta crescere, le ha voluto bene come se…

Fissa lo sguardo fuori dalla porta della lavanderia e non vede niente; è in una bolla, rapita dai ricordi, da quel volto che è riapparso guardando il proprio volto. È come se volesse ritornare in un luogo dove è già stata, al ricordo di quel luogo, ma sa che se mai è esistito ora non c’è più, non è possibile tornarci. È il ricordo a lasciarle il senso di benessere di quel luogo, una pienezza poi sempre inseguita, vagheggiata. Vive nella nostalgia di quella pienezza e nel dolore di averlo perso.

Le cose sembrano confuse, viste attraverso le lacrime che assapora con la lingua e che le scendono in gola miste a saliva. Si chiede perché le persone possano voler bene, perché qualcuno l’ha amata così tanto, e dove si è accumulato questo amore, in quale ripostiglio segreto.

Ha i brividi, si stringe nel cappotto. È grigio di lana con la trama grossa da uomo; se avvicina lo sguardo sembra di scoprire una rete misteriosa, fatta di passaggi, ponti che salgono e scompaiono nel vuoto, linee che si intrecciano fino a confondersi con scale che non portano da nessuna parte. Le sta largo, forse un paio di misure più grandi. Ma era di suo padre.

Stringe nella tasca la vecchia cassetta c120 dolby stereo. La centrifuga aumenta di pressione, come se la lavatrice volesse decollare da un momento all’altro – è un aereo che sta staccando le ruote dall’asfalto verso il cielo, gira a gran velocità per il risciacquo finale. Le incrinature nella ruggine sono così profonde che sembrano potersi aprire da un momento all’altro. Gira a tutta velocità.

Daniele Garbuglia