Inedito. Marco Vichi racconta le poesie di Paola Cannas

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Marco Vichi

Vi racconto una storia: una signora di ottantaquattro anni, che già da molto tempo mi domandava senza troppa insistenza se volessi dare un’occhiata alle sue poesie, un giorno mi chiese con più convinzione di leggerne almeno una, così, solo per farle un favore, e se poi non mi fosse piaciuta non mi avrebbe mai più scocciato. Eravamo a pranzo in un bel ristorante, al mare, in estate. Lessi la prima poesia, e rimasi di sasso: era bellissima, semplice e profonda, e il ritmo delle parole dava forza ai significati e alle emozioni. Insomma una vera poesia. Lessi le altre. Avevano la stessa forza e la stessa delicatezza, erano sincere, senza virtuosismi. Era il tipo di poesia che avrei sempre voluto scrivere, anzi che avevo provato a scrivere, con risultati pessimi. E adesso scoprivo che mia mamma non era solo mia mamma, ma era una poetessa sconosciuta, e che dal dopoguerra in poi aveva scritto sì e no una poesia all’anno, su foglietti e quaderni, senza nessuna pretesa, tenendo le sue parole in un cassetto. Finché, sulla via del tramonto aveva sentito il desiderio di farmi leggere i suoi versi, affrontando il rischio con la preoccupazione che il “figlio scrittore” sorridesse di tali puerilità, e che magari con imbarazzo facesse un gran giro di parole per non dirle quello che pensava. Anche io ero pronto a questa eventualità, e certamente mi avrebbe fatto male ferirla, dirle che in realtà i suoi scritti non erano poesia (quante ne leggo che altro non sono se non raccontini con molti capoversi). Non sarei mai stato capace di fingere, di lusingarla solo per farla contenta. Non riesco a mentire, nel campo della scrittura. Nemmeno a mia mamma. E invece scoprii che mi sbagliavo, che mi ero sempre sbagliato. Quel giorno decisi di copiare tutte le sue poesie e di mandarle a un direttore editoriale che stimavo, senza dire che erano di mia mamma. Così feci, e la risposta del direttore arrivò in pochi giorni: aveva apprezzato molto le poesie, e le avrebbe senz’altro pubblicate. Lo dissi a mia mamma, e lei sorrise: “A me bastava che piacessero a te…” Quando le spiegai che non le stavo “regalando” il libro pagando una tipografia per stamparlo, ma che era un vero editore a pubblicarlo, lei mi disse: “Non vorrai mica dirmi che sono piaciute anche a lui?” Aggiunsi che avrebbe addirittura ricevuto dei diritti d’autore, e lei mi guardò di traverso: “Non voglio soldi, darò tutto in beneficenza.”

All’inizio non volevo che si sapesse che Paola Cannas era mia mamma, per lasciare che il suo libro camminasse con le proprie gambe. Ma poi, dopo questa sua decisione, ho pensato che per dare più forza alla sua volontà potevo invece incuriosire i lettori dicendo appunto che lei era mia mamma. È uscito anche un bellissimo articolo di Gabriele Ametrano sul Corriere Fiorentino, che aveva intervistato mia mamma al telefono alla fine di febbraio del 2013, mentre lei era in un centro di riabilitazione. Adesso che mia mamma non c’è più (se n’è andata nel 2013) mi sento in missione per promuovere il libro.

Ho scelto un’associazione di amici, di cui mi fido completamente, che opera in Bangladesh, e così le poesie di Paola Cannas verranno trasformate in “bambini che sanno leggere e scrivere”. L’associazione si chiama Filo di Juta, (http://www.filodijuta.it), che con i primi proventi di questo piccolo grande libro, hanno fondato una nuova scuola in Bangladesh, intitolandola a Paola Cannas.

Lei ne sarebbe stata felice.

Ho ricevuto e continuo a ricevere dai lettori di queste poesie messaggi bellissimi, che purtroppo lei non ha potuto leggere. Posso aggiungere che alcune di queste poesie hanno avviato tra mia mamma e me dialoghi mai avuti prima, rivelandomi momenti della sua vita che non conoscevo, alcuni così personali e intimi che non racconterò mai a nessuno: teneri segreti da portare nella tomba.

Poi le sue poesie, così potenti, sono diventate le poesie della mamma del commissario Bordelli, che spesso, prima di addormentarsi, se le ripete in mente a memoria, come faccio anche io. 

Marco Vichi

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Di seguito le poesie di Paola Cannas.

GLI AMICI

I vivi ormai

più non ti stanno accanto

e non ti fanno compagnia;

invano cerchi di fermare

il loro sguardo su di te,

stringere la loro mano nella tua.

I loro occhi volgono altrove,

si chiudono le dita su se stesse,

la fretta allontana i loro passi.

Ma ecco sulla sponda del tuo letto,

siedono, sorridendo,

i morti,

che pazienti ascoltano

ogni voce del cuore.

Dolce è la compagnia di chi non ha più fretta.

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NOTTE DI GELO

La luna

crudele

bagnava di luce

il soffice

biancore della neve.

Gente entrava nei caffè

illuminati.

Voci

s’intrecciavano nella via

guantata di gelo.

E io non volevo.

Rumore di scarponi nella neve,

musiche

fuggivano

dagli usci socchiusi.

Risate brevi

si infrangevano

contro i tetti bassi

delle case.

Il bosco era buio,

là oltre il paese.

La valle muta nel gelo.

E io non volevo.

La brezza

notturna

sfiorava il mio viso

con mano di gelo.

Io non volevo.

Il mio amore

morire,

così.

In una notte di gelo.

Io non volevo.

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AUTUNNO IN TOSCANA

Parlate, o mura dell’antica torre

e dite, quale sguardo posò

dalle finestre anguste

sull’oro della valle

così dolce e amica.

Voci di cavalieri antichi

e scalpitare di cavalli sul sentiero,

dove corrono adesso i miei bambini,

e canto di madonna,

che lieta contemplò le azzurre nebbie

e le dorate foglie della vita.

In un mattino quieto come questo

solo il gallo si sente,

solo ogni tanto uno sparo di fucile.

E lentamente il sole inonda la campagna

in questo autunno dolce come allora.

E i secoli son nulla.

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CREPUSCOLO D’ESTATE

Immobili gli olivi

giù nel campo,

luna nuova nel cielo

ancora chiaro.

La terra giace,

tiepida di sole.

Cantano i grilli,

il viottolo è deserto.

Esco pian piano dal cancello aperto,

avidamente bevo quel silenzio.

Guardo le stelle

e m’abbandono

al liquefarsi lento delle ore,

paga di andare per gli eterni spazi,

cullata dalla buona madre terra.

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L’ALBERO TAGLIATO

Hanno tagliato il ramo nuovo:

al pudico verde, dura la lama

balenava accanto.

Passi ignari calpestano per via

giovani foglie

che più l’albero non sanno.

Sogni nati al mattino,

a sera morti.

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SARDEGNA

Se il piede

un giorno affonderà

nella cocente sabbia,

se le mani grondanti ritrarrò

di azzurro mare,

mentre lo sguardo disegnerà

la costa,

allora vorrà dire

che son venuta a te,

mia vera terra,

Sardegna non mai vista,

sempre amata.

Allora,

come l’esule, prostrata,

bacerò le zolle aride assolate,

e poi tremando

accosterò l’orecchio

alle dischiuse labbra della roccia,

ascoltando la voce dei miei padri.

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LA RAGAZZA DEL METRÒ

La vidi sul metrò

con gli occhi di gazzella,

una ragazza dolce,

una ragazza snella.

La vidi sul metrò

era sola e pensosa;

in quel buio frastuono

pareva luminosa.

La vidi sul metrò:

sarà una ballerina?

o forse una modella?

So per certo che non è felice.

La vidi sul metrò

con gli occhi di gazzella,

una ragazza dolce,

una ragazza snella.

Paola Cannas

Paola Cannas. Respiri e sospiri