Intervista a Luigi “Grechi” De Gregori

Home / Spike / Intervista a Luigi “Grechi” De Gregori

Roma 27 Febbraio 2015 Gianicolo.  Roma è perfetta oggi, o almeno lo sembra. Non ci sono nuvole, né passaggi di stagione.  Il sole è gonfio sul Gianicolo, ed io come sempre scoppio di ansia che ho riversato in un pacchetto di Marlboro che è una marca che non sopporto (per sbaglio o  per agitazione ho preso queste). Sono curiosa di un mondo che mi appartiene poco. Parliamo di musica folk, parliamo di un artista, un personaggio che per mia onestà conoscevo non bene  e che in questi giorni ho dovuto studiare come e dove potevo, come ho potuto.  L’intervista è a Luigi “ Grechi”  De Gregori , che avevo avuto il piacere di conoscere due settimane addietro all’Asino che Vola, in una serata dedicata ai giovani del folkstudio “Noi non ci sanremo”. In quella stessa serata si era esibito insieme al fratello Francesco e per me è stata la serata dove dalla vita ho avuto tutto.
Ecco, la mia curiosità, la voglia di parlare con Luigi “Grechi”  De Gregori nasce da quella sera, da quanta bellezza c’era in quel locale, da quanto quell’uomo alto alto riusciva a trasmettere con la sua chitarra e con il suo accennato sorriso. Mi interessava la sua storia. L’ho ascoltato con la massima attenzione, come chi sapeva che avrebbe appreso qualcosa di bello che con il tempo non avrebbe lasciato  andare via. “ Le parole sono importanti” come diceva Nanni Moretti, quelle di Luigi “Grechi” De Gregori lo sono state, lo saranno. A lui dunque, artista, cantautore, cantastorie, bibliotecario, a lui va un ringraziamento di tutto cuore.

Un meraviglioso viaggio, che ho fatto partire da Dublino (da una delle sue canzoni), viaggio  che ha svoltato verso l’America, per ritornare a Roma. Un cerchio che non si chiude e che magicamente torna sempre a casa, torna sempre da dove tutto iniziò, ovvero con le parole di Herman Hesse che lui stesso ha scelto per il suo sito “ Luigi il crudele era caduto dal cielo, tutto d’un tratto egli era lì…il girovago, l’imprevedibile che aveva per dimora la ferrovia e per atelier lo zaino “ ( da L’ultima estate di Klingsor)

L’IRLANDA. GLI STUDI, IL VIAGGIO

Studiavo letteratura inglese all’università, avevo degli amici lì,  colleghi di università a Dublino americani di origini irlandese, di famiglie  emigrate e i genitori li avevano mandati a Dublino sia per un fattore affettivo sia per un fattore economico perché costava molto di meno che studiare in America. C’era un ambiente molto vivo, molto bello. Diciamo che mi sono divertito molto… e poi ho smesso di studiare perché ho conosciuto la Guinnes (sorride)  e mi sono appassionato ancora di più alla musica.

L’AMERICA, IL FOLK 

Quando entrai al folkstudio – era gestito ed era stato aperto da questo Harold Bradley, americano di pelle scura, ex giocatore di football, artista pittore che faceva dei “ folkstudio happening” – in cui se non c’era un’artista che potesse cantare qualcosa, era lo stesso Bradley a prendere un blocco di pietra che teneva sotto al pianoforte e un martello e si metteva a battere il martello sulla pietra e cantava a tempo John Henry, una canzone di un perforatore che doveva scavare una galleria e fare una gara contro una nuova macchina perforatrice  che avevano inventato scommettendo di essere più veloce della macchina ma alla fine muore per lo sforzo. E questa canzone è una work song che veniva cantata nelle prigioni, scandita da questo battere del martello su una pietra. E quindi io ho conosciuto il folk americano abbastanza singolarmente da un nero e ho capito che questa musica, come molti pensavano, non era la musica dei bianchi razzisti ma era una musica che era di tutti,  di tutte le classi subalterne americane . Lui non cantava solo gospel e spiritual insieme al suo gruppo,  ma anche le ballate tradizionali dei bianchi. Negli anni 20 e 30 non c’era negli Stati Uniti questa distinzione fra musica bianca e musica nera . C’era una distinzione fra musica pop che era dei cantanti con l’orchestra e musica folk che era quella fatta da due o tre persone e da piccoli gruppi.

LA PASSIONE PER LA MUSICA, GLI INIZI

La passione è nata al Folkstudio appunto c’era una ragazza, Janet Smith, che insegnava la chitarra  fingerstyle  americana,  gratis, il sabato pomeriggio. Già sapevo suonare gli accordi ma lì imparai lo stile tradizionale americano.

GLI ALBUM , LE CASE DISCOGRAFICHE, I CHILOMETRI 

Sono stato fortunato a fare i dischi perché avrei potuto non farne nessuno. Ne ho fatti pochi perché la realtà è che non ho scritto molte canzoni. Quando sono nati i primi tre vinili  lavoravo come bibliotecario e quindi anche tempo per scrivere non ne avevo, per incidere un disco dovevo prendere le ferie e i concerti li facevo la sera dopo l’orario di lavoro e a volte andavo a suonare nel raggio di due trecento chilometri uscendo da lavoro e rientrando la notte tardi e il giorno dopo tornando a lavorare. Anche per questo all’inizio non sono stato prolifico e, a dire la verità, anche dopo sono stato molto lento: molte canzoni che ho scritto sono state tirate fuori dal cestino della spazzatura,  cose che pensavo mentre le  annotavo e poi mi dicevo che erano sciocchezze,  ma non le buttavo via.  Tornandoci sopra anni dopo pensavo  “ma no questa così qui è bella può funzionare”, così sono nate molte canzoni.

I CONCERTI DAL VIVO, LE SALE DI REGISTRAZIONE 

Preferisco il live, la musica è live. La cosa strana è il documento, il fermare un momento, ma l’umanità se ci pensate  è andata avanti benissimo per millenni senza bisogno di fotografie, di dischi, e non per questo la musica è stata meno bella e meno forte o meno importante. Oggi è un po’ il contrario, ci sono artisti che fanno i concerti tendendo a riproporre nota per nota l’album, sonorità per sonorità, e questo è distruggere il live: così questo non ha senso andare ad un concerto, conviene  sentirsi l’album a casa, con un bicchiere della bevanda preferita in mano con i piedi sul tavolino con due o tre amici anziché sentire un live malamente ricopiato. Poi ancora peggio ci sono delle cover band che non solo rifanno nota per nota il concerto, ma si vestonoe  si pettinano come in quel concerto,  quindi non in un concerto generico dei Beatles ma in quel concerto dei Beatles con gli stessi strumenti, gli stessi amplificatori, gli stessi microfoni, è questo significa aver fatto diventare il rock musica classica e secondo me anche questa è una brutta cosa.

I MEZZI DI COMUNICAZIONE,  INTERNET E TV 

Non c’è nessuna tv che mi interessi. Internet mi piace, dà molte possibilità per chi sa usarlo. Io ho avuto il piacere di ritrovare dischi introvabili, di persone che ho conosciuto ai tempi del folk studio, persone non famose di trovarle su Spotify …. basta sapere cosa cercare. Certo che se uno non ha in testa le domande non può trovare le risposte. Per esempio alcuni miei album  su Spotify  vorrei che non ci fossero, magari quelli degli inizi perché forse non erano fatti come avrei voluto io non ero abbastanza bravo.

COME NASCONO LE SUE CANZONI 

 Le canzoni nascono con in mente un verso. Una canzone è fatta di parole cantate, non nasce prima la musica e dopo le parole o viceversa, quindi quando penso ad un verso lo penso già con una melodia, perché sono già le parole che danno ritmo alla melodia. Per quanto semplice io penso già ad una frase cantata.

UNA BIOGRAFIA, LA SUA STORIA

Si mi piacerebbe, ma forse dovrei essere più famoso per scrivere un libro e pensare che sia letto. Un libro lo componi a casa tua, in digitale lo stampi te lo fai rilegare e già c’è. Però a che serve fare un libro se nessuno lo legge?  E’ una cosa che mi piacerebbe fare ma preferisco fare canzoni per il momento. Poi verrà il momento di sedersi e scrivere.

PASTORE DI NUVOLE, LA DINAMICA DEI SOGNI 

Quella  canzone è nata in cinque minuti, mi piacciono molto le nuvole, mi piace guardare le nuvole, ci vedo delle forme…Ho pensato a me stesso in realtà all’inizio era “Io sono un pastore di nuvole “ poi ho tolto l’Io perché non tutto è riferito a me, tutte le cose che dico non riguardano me. E’ una canzone   semplice potrebbe andare avanti per diecimila versi con questi tipi di contrasti, tutti espedienti retorici, una cosa che è assurda una cosa che è contraria a un’altra sono tutte figure letterarie retoriche,  usate , consumate.Diciamo che quelle che ho trovato erano belle, o cmq funzionavano. Anche perché parecchie sono nate da incubi o sogni veri “camionista senza volante” oppure “ lo scalatore dei monti di sabbia”  sono immagini di un film “ la collina del disonore “  dove c’erano dei legionari che per punizione dovevano salire su questa collina di sabbia , con tutto l’equipaggiamento e salire sulla sabbia…una fatica mostruosa soprattutto calcolando il sole del deserto. Questa canzone è si legata molto al sogno, al film, alla visione. La frase “un prete senza l’altare “ lo troviamo in tutta la letteratura. L’ho fatta in cinque minuti proprio per questo, una volta iniziata la prima strofa potresti andare avanti all’infinito. Musica e parole insieme, anzi la musica è scritta da Guido Guglielminetti, però quando gli dissi “la musica falla te “ lui rispose che non c’era voluto molto perchè era già praticamente nelle parole “.  La coda finale è molto bella , lì c’era un grande contrabbassista ad aiutarci Greg Cohen, contrabbassista di Tom Waits e è poi tutto il suo lavoro di  arrangiamento di Guido. Insomma Greg Cohen,  poi Elio Rivagli batterista dei più prestigiosi, quindi musicisti coi fiocchi. La coda strumentale è senz’altro affascinante.

IL VALORE AFFETTIVO DI UN ALBUM O DI UNA CANZONE

Quelli che mi piacciono di più sono gli ultimi tre da Pastore di nuvole a Ruggine  e Angeli e fantasmi. Questi sono tre dischi che io preferisco . Come canzone sono molto legato a “Tutta la verità su Manuela“ , naturalmente “ il bandito e il campione “ ma non la considero la più bella- E’ quella che ha avuto più successo ma non è la più bella.

IL FUOCO E LA DANZA

Anche questa è un bel pezzo , difficile da suonare dal vivo con due persone. Se la fai solo con la chitarra diventa una ballad classica. Il fuoco e la danza poi ha tutta una mia storia mentale che è una canzone che parla della preistoria di certi popoli che avevano la cultura dell’olocausto, dell’olocausto vuol dire che erano nomadi e dopo aver soggiornato in una zona per quattro stagioni diciamo  bruciavano tutto così si rigenerava il bosco , la foresta e ripulivano tutto il territorio da quello che avevano modificato e si spostavano facendo un cerchio che durava una vita, cioè l’esistenza di una vita. In modo che quando ritornavano nel posto d’origine tutto era ricresciuto facevano un percorso in cui la natura aveva il tempo di rigenerarsi e  i vecchi erano quelli che sapevano dove tornare e tornavano in tempo per guidare i giovani. E quindi era un ciclo vitale che era nello stesso tempo corretto, bello… era l’età dell’oro. E’ una canzone sulla trasmissione dell’esperienza…io ti lascio la mia strada perché altro io non ho.

LA LETTERATURA E LE INFLUENZE

Uno degli scrittori che mi ha influenzato di più è Bruce Chatwin, che era proprio uno che teorizzava questo ovvero   che la cosa più importante è il viaggio , che l’uomo nasce nomade ed è solo una costruzione che lo rende stanziale  ed è da li nascono tutte le cose storte, quello è il peccato originale. E’ da lì che l’uomo costruisce le recensioni , recinta un terreno dicendo  “ questo è mio “, da lì che nasce la suddivisone del lavoro, le caste , i sacerdoti. Mentre in una società nomade  non si conserva niente, i morti vengono seppelliti con i loro averi. Tu non porti niente altro se non  he le tue cose, niente che sia di tuo padre o dei tuoi nonni. Non puoi,  altrimenti dovresti avere con te una carovana.

LA DIMORA

Oggi non si può essere nomadi, per essere nomadi bisogna avere un territorio enorme, erano nomadi veri i nativi americani che mi pare fossero 200mila in tutto il continente. Allora c’era spazio per tutti, oggi non c’è così tanto spazio. Oggi sì,  ci sono i nomadi , i rom,  ma stanno ai margini della società non è quella la tendenza dominante.

 LEONARD COHEN E L’USO DELLA PAROLA 

Come cantante ha una bellissima voce, un bel timbro, molto affascinante ma in effetti è molto narrativo. Le canzoni di Cohen sono identificabili dalle parole più che dalla melodia. E’ un po’ come una predica. Nella musica folk americana c’è molto di questa cosa, cioè il parlato.  Musiche e parole  stanno sempre insieme. Pensa ai poemi omerici, Omero leggeva,  cantava , narrava. La cantava o la narrava l’Iliade e l’Odissea con la sua arpa? Quindi a quel punto li che poteri c’ha di musica o di poesia? Le parole e la musica non sono così distanti, Cohen è una  per una persona che ha parole da dire. O sole mio è una canzone bellissima, ma come testo non dice niente, ha una bella melodia. E’ un bel pezzo per i tenori, per cantanti, ma è meno canzone,  più scissa,  parcellizzata fra parole e musica. Infatti ha un autore delle parole e un autore della musica. Leonard Cohen invece scrive la cosiddetta musica e le parole insieme. Le canzoni di Cohen non sono pezzi di bravura per i cantanti. Cohen lo possono rifare tutti, l’importante è farlo con una personaltà, con una fascinazione non imitando Cohen , trovare un’altra strada. Io me la cavo perché facendolo in italiano non lo imito , cambia il fraseggio, l’ mpostazione vocale  e quindi è più facile staccarsi dal modello.

BOB DYLAN, IL SUCCESSO NON E’ BOHEMIENNE

Sono stato fulminato da “ Blowind in the wind “,  l’ho sentita al folkstudio, ma non da Dylan. Quando l’ho  sentita era cantata da una cantante scozzese.  Nel folk non si bada molto agli autori , la  presentò dicendo che era di Bob Dylan, ma io non sapevo nemmeno chi fosse allora. Poi quando uscì “ The freewheelin “   mi rimase impresso  tutto il disco. E così via per i primi dischi. Poi mi ha continuato a piacere ma mi interessava di meno, andava tutto bene però non aveva più lo stesso impatto . Leggendo  “ Crhonicles Volume 1 “ anche lo stesso Dylan ammette il fatto di non essere riuscito a scrivere delle cose che avevano lo stesso impatto, la stessa forza con quell’energia. Poi è andato avanti ha scritto cose bellissime tutte degne di essere ascoltate. Dylan ha pagato un prezzo,  perché lui era un folk singer però quando un folksinger ha un successoo in un certo modo è una cosa drammatica . Non sei più quel personaggio. Dylan tutto sommato si è chiuso, non si comporta da star, si è molto chiuso anzi,  ma non può certamente fare il  vagobondo con la chitarra in spalla. Non può fare il bohemiene e questo è un prezzo che si paga .

I RAPPORTI CON I GIOVANI MUSICISTI, I TALENT  

Con i giovani che mi capita adesso di conoscere mi piace comunicare e a quanto pare piace anche a loro farlo con me .  Non sospettavo di trovare personalità già così formate sulla buona strada, i tempi stanno cambiando, per citare Dylan , forse li stanno cambiando in meglio almeno in un piccolo settore, che però non è così piccolo. Bisognerebbe che i media si accorgessero che non c’è solo la musica pop ufficiale, ma che esiste una musica più ruspante, una musica che vive fuori dagli schemi commerciali. Ci sono molti nomi che sto scoprendo e magari  ci sono dei personaggi che mi vengono segnalati da amici del tutto casualmente., e uno di questi è Luca Rovini, che non ho ancora capito bene che tipo sia, devo inquadrarlo. Secondo me dovrebbe un po’ staccarsi da Dylan però intanto ha una sua personalità , una sua originalità , soprattuto nel fraseggio,  nel modo di cantare. Credo che abbia delle carte in mano.  Tipo su un pezzo come “ Avanzi e Guai” , una delle sue migliori canzoni,  mi piacerebbe metterci mano , limare alcuni spigoli. Magari un giorno, se lui vorrà mi piacerebbe cantarla insieme, quella è una canzone che mi ha colpito veramente. Ritornando ai talent,  tutto è legittimo, ma credo che il mestiere di scrivere canzoni di fare canzoni non si può insegnare, soprattutto non lo può insegnare chi presume di insegnarlo. Per fare canzoni bisogna ascoltarne tante, di tutti i generi, di tutti i paesi. Occore leggere molto, amare la parola,  conoscere la parola.  questo non vuol dire diventare intellettuali ma bisogna avere il “ bernoccolo”.  Uno può insegnare a fare delle canzonette, insegnare i trucchetti,  scegliere  quello che tira in questo momento.  ma diventa un lavoro meccanico che non ha niente a che fare con l’arte. Non credo che si possa insegnare, ci sono molti corsi di scrittura creativa ma non  credo che da lì escano fuori buoni romanzieri. Escono fuori dei libri piacevoli da leggere, niente di più. Le persone più brave che ho conosciuto io non sono mai uscite da un talent.  Poi in un contest,  addirittura una gara è ancora più priva di senso. Non posso dare un punteggio a Mozart, a Bach ….Non ho idoli non so se era , meglio Elvis o  Jerry Lee Lewis o se è meglio Guccini o De Gregori. Ognuno ha i suoi gusti ….è difficile anche dare dei voti a scuola al di là dei veri asini .

JUAN CAPRA, RINO GAETANO E IVAN GRAZIANI (UN BASTONE, UN CILINDRO E UNA CHITARRA)

C’era uno che si chiamava Juan Capra, cileno amico di Violeta Parra, della canzone di protesta folkloristica cilena . Era una persona con molti problemi, aveva la tubercolosi ossea, era zoppicante, secco , brutto , camminava con il bastone , gay in un’ epoca in cui i gay non avevano tutto questa risonanza. Poi il suo essere gay,  e lo sapevo perché me l’avevano detto ,  non lo aveva mai manifestato. Quando lui saliva sul palco però acquisiva una grazia, diventava un maciste diventata una cosa di una forza incredibile. Lui suonava la chitarra con questa energia , suonava queste tipiche musiche “cueca” , battendo il piede, suonando con una faccia contratta, le vene del collo che gli venivan fuori . Una potenza straordinaria. Per fortuna su spotify ho trovato un suo disco  e ho scoperto che c’è un sito ufficiale  a lui dedicato,   dove ci sono tutti i suoi dischi. Ha fatto una vita tremenda, costretto a vagabondare  visto che in Cile c’era la dittatura di  Pinochet. Visse fra  Parigi e Roma poi tornò in Cile dopo la caduta della dittatura  e morì lì. Lui era un grande scultore e pittore, l’essere chitarrista era una cosa secondaria. Mendicava su una sedia a rotelle costruita da lui stesso. Insomma  una vita tristimma ma le sue canzoni avevano un’energia che mi entusiasmavano. Rino Gaetano  ho avuto il piacere di consoscerlo personalmente , mi piaceva moltissimo. Era geniale. Fosse ancora vivo  sarebbe diventato un personaggio davvero significativo.Era bella la sua figura di spettacolo,  il suo modo di presentarsi, il suo cilindro, il suo ukulele. Ora l’ukulele è di gran moda ma ai tempi non era proprio così : era davvero una particolarità.  Poi lui veniva fuori dall’accademia teatrale quindi aveva una presenza sul palco…aveva molte più doti di quelle che sono uscite fuori. A parte le cose stravagnati e innovative che ha scritto, ma c’erano canzoni molto dolci , molto tradizionali, c’era anche molto la sua calabresità, la a sua grecità. Era un grande personaggio, come un altro grande personaggio (purtroppo sono morti tutti quelli che mi piacevano ) era Ivan Graziani, anche lui era particolare, un grande frontman , forse il più grande rocker italiano . E poi prima ancora mi piacevano Buscaglione e Carosone.

L’EDUCAZIONE MUSICALE

Ascolto pochissima musica,ma ne ho ascoltata tanta. Navigo e scopro un sacco di cose interessanti. Non dedico molto tempo all’ascolto della musica. La musica ce l’ho in testa. Ascolto radiotre quando viaggio e scopro anche le musiche che ho frequentato poco . Ho ascoltato anche tanta musica classsica, tanta musica sinfonica , capisco poco del jazz contemporaneoe  della musica elettronica a volte mi impegno e scopro che il jazz per esempio va ascoltato in maniera diversa dalle canzoni. Nel jazz il gioco è un altro, è un altro livello , bisogna capire delle cose più sottili , anche quello apparatentemente più ostico . In realtà se uno è bravo nell’ascolto si riesce a capire quando non vendono fuffa . Ci vuole molta pazienza e molta educazione , molto ascolto .

GRECHI , DE GREGORI, “ GRECHI”  DE GREGORI , UNA FAMIGLIA , IL FUTURO

Da giovane uno è ossesionato dalla propria identità , io non volevo essere confuso  “ mi dia un album di De Gregori “  si ma quale De Gregori ?  Poi  ho pensato che  il cognome della famiglia di mia madre era un cognome semplice, breve, bello. Una volta cresciuto diciamo  questo bisogno di identificarmi non ce l’avevo più e già pensavo di prendere il nome completo , e anche Francesco mi disse una volta “ forse sarebbe ora che tu usassi il tuo nome completo “.  Senza lasciare “ Grechi”  ho inziato a firmarmi con Luigi “ Grechi” De Gregori …l’ho fatto nel momento in cui ho cominciato a  produrre dischi  da me, scegliendo io a chi affidarmi,  sciegliendo io musicisti. Per la parte musicale mi sono affidato a Guido Guglieminetti , Paolo Giovenchi . Sto per pubblicare una compilation degli ultimi tre album . E’ un disco che farò in maniera super economica spartana come confezione . Ci saranno 18 canzoni le più belle dei tre album.

RISCOPRIRE I VERI LUOGHI DELLA MUSICA

Ho  scoperto con le serate che organizziamo all’Asino che Vola “Folkstudio giovani” che dovrebbero esserci più locali così, che si sente il bisogno,   bisogno di questi posti , perché se il pubblico sa che ci sono posti del genere  si appassiona e sarebbe davvero un bene per la musica che altri seguissero il nostro esempio”.

A Roma è già  buio, torno a casa . Ognuno ha il viaggio che può.