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Intervista ad Alba Triana

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Alba, prima luce del giorno che precede il sole e lo annuncia. Periodo di tempo che fa uscire il mondo dall’oscurità e lo tinge di una luce nuova, intermedia, e dove c’era oscurità, compaiono rilievi, colori, trame. Alba Triana sembra seguire il suo nome come un’indicazione, un segno. Come qualcuno che ha la missione di svelarci cose del mondo che non vediamo.

Conosco Alba Triana a partire dall’incontro con il curatore Eugenio Viola che in quel momento esponeva una sua mostra al MAMBO, museo di Bogotà. La mia attenzione viene catturata da alcune linee, perfetti disegni rossi, simmetrici come mandala, diversi tra loro e che sembrano danzare e trasformarsi nel vuoto.

È musica o è disegno? È scultura, installazione, performance? Non lo so ma attrae, suscita curiosità e voglia di saperne di più.

Nata in Colombia, in una famiglia attraversata dalla musica e dalla poesia, Alba coltiva sin da bambina delle domande essenziali; suona il violino e ama la matematica come scienza rivelatrice di ciò che non può vedere e per la quale ha un grande talento. Terminati gli studi, la vita la porta a Miami e da lì in poi vivrà tra Miami e Bogotà, sperimentando senza preoccuparsi di rispettare troppo i confini tra arte e scienza, avvalendosi di ciò che il mondo le pone a disposizione per imparare, per provare a delineare le risposte alle domande l’accompagnano da sempre.

Alba Triana cerca nell’invisibile. Intuisce i segreti del vuoto, gli pone domande, cerca e crea le condizioni perché esso sveli i suoi misteri e si riveli a noi vibrante e interconnesso. Ci incontreremo in una videochiamata Miami-Milan e parleremo della sua vita e del suo lavoro.

Mercedes Viola

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Come nasce la tua inclinazione verso l’arte?

E’ stato un percorso lungo. Io immagino sempre che i processi degli artisti inizino nell’infanzia, ma così è stato in verità com’è iniziato il mio. Mia madre, audace e visionaria, mi diede un’educazione che gravitava intorno alle arti, specialmente la musica, interese che proveniva dalla mia famiglia paterna. Sin da quando avevo otto anni ho frequentato il Conservatorio, dove suonavo il violino e cantavo, e anche un collegio sperimentale focalizzato nelle arti. Mio nonno paterno era una poeta e io nutrivo un grande interesse per la matematica. Sento che fino ai dieci anni è stata un’epoca determinante. Lì si è formato quello che a me interessava, le grandi domande che poi ho realizzato di avere.

Com’è stato il passaggio dalla musica a quello che fai oggi?

Siccome la cosa principale per me era la musica, sono andata all’Università dove ho studiato composizione, perché sentivo che la mia vocazione era legata alla creatività più che all’interpretazione. E nella composizione ho lavorato fino a quando c’è stato un evento che mi impedì di lavorare.

In quel momento di alta frustrazione, ho pensato di contrattare un’assistente a chi poter dare delle indicazioni. L’ho fatto, e siccome non pensavo di stare lavorando, potevo fare degli esperimenti che m’interessavano. Era un momento mio più personale e non c’era nessun interesse professionale dietro quello che stavo facendo.

Un momento di molta libertà.

Sì, dove mi diedi la libertà di sperimentare e, grazie al tempo che avevo a disposizione, ho potuto riconoscere le domande profonde che io avevo circa il funzionamento del tutto. Domande che non potevo porre in parole. A volte uscivamo a fare una passeggiata la sera con mio marito e io gli dicevo: mi fa male la testa tanto pensare e non so nemmeno cosa sto pensando.

Ad un certo punto, seguendo questo processo, mi sono accorta di stare facendo opere e che alcune fossero già pronte. Ho realizzato che stavo facendo quello che volevo fare nella vita, e che ciò aveva un collegamento profondo con la mia infanzia, con quella educazione segnata dalla diversità, in contatto olistico con le arti in generale, con un centro che era la musica e con quel talento e attrazione che avevo da piccola per la matematica.

Cosa trovavi nella matematica?

Era come se fossero un altro senso, come la vista e l’olfato, che mi permetteva di vedere cose che non potevo vedere. Mi piacevano, erano qualcosa in cui io non vedevo la divisione scienze-arte ed era molto valutato nella mia famiglia.

E così nascono le tue prime opere. Di cosa si trattava?

Da lì sorge Musica en una cuerda templada. C’è un parlante e una corda legata in due punti, come uno strumento a corda, ma invece di ascoltare il suono che emette lo strumento, il suono si vede.

Avevo, per la prima volta, un materiale che non si ascoltava ma si vedeva. Ho continuato a creare come compositrice dei pezzi che si sviluppavano nel tempo, accettando la manifestazione percettiva del materiale, che era visuale.

Mi sono resa conto che per me la cosa importante non è se qualcosa si ascolta, si vede, si sente, si annusa, l’importante per me ha più a che vedere con quali sono le domande e come l’opera stessa risponde. Con quell’opera si vedeva l’onda sonora nel mondo fisico, perché non era una simulazione. Allora dopo ho deciso d’incorporare la luce, e fare pezzi nei quali interagivano onde di suono visibile con onde di luce, e mi sono resa conto che io l’intendevo come paesaggi vibrazionali. C’era un’esperienza di contemplazione di paesaggi ai quali solitamente non abbiamo accesso.

Come un esercizio di rivelazione?

Esatto. E ho realizzato di avere domande circa come funziona il tutto, su cosa applica e governa assolutamente tutto; mi sono accorta del posto che occupa il suono udibile, perché esiste anche il suono che si può vedere, sentire. Per esempio, nella poltrona del cinema possono inserire un suono affinché uno lo senta nei momenti forti del film.

Un suono che non si ascolta?

Esatto. Allora realizzai che ero interessata a esplorare diverse forme di vibrazione e di energia, perché questa è la cosa fondamentale che costituisce assolutamente tutto, che desideravo utilizzare la mia opera per accedere a certe esperienze dall’arte, cioè, in un opera d’arte. Perché l’esercizio non è quello di tentare di far visibile la vibrazione, ma che sia un’opera che ci porti a stabilire una connessione profonda con la propria essenza.

Cosa è l’arte?

Io credo che l’arte ha a che vedere con l’interconnessione, con il fatto che tu ed io stiamo parlando attraverso internet, e tu voglia fare un’intervista affinché altre persona la leggano. L’interconnessione è qualcosa che è molto radicata nella natura. La natura è completamente interconnessa. Il mondo naturale, a un livello fondamentale, vibra, è fondamentalmente attivo. Anche se uno percepisce le cose come solide, tutto, internamente, ad un livello che noi non possiamo percepire, è attivo, animato, e ci sono molte interazioni che sono quelle che producono le cose.

Ho sempre creduto che l’arte sia un veicolo profondamente collegato a questa interconnessione, qualcosa che ci permette di connetterci, in maniera molto profonda, con aspetti dell’esistenza ai quali normalmente non possiamo accedere. E’ come meditare. Ci sono attività dell’essere umano che gli permettono di navigare, approfondire certe sfaccettature dell’universo alle quali non necessariamente possiamo accedere attraverso la nostra ragione, i nostri sensi.

Qualcosa che si percepisce ad un altro livello.

Sì. Avere una connessione che non necessariamente si deve poter esprimere in parole. Lungo la mia vita c’è gente che mi ha chiesto: a cosa serve l’arte?, sperando che dicessi qualcosa di concreto, come: si può avere un lavoro come attivista e contribuire al cambiamento di problematiche sociali. E questo è vero. L’arte può servire a molte cose pratiche, ma credo che ci sia un contenuto fondamentale dell’arte: il contenuto poetico, che è potente e al quale, nella cultura occidentale nel mondo di oggi, si tenta di dare un senso utilitaristico.

A cosa serve? Perché lei fa questo? Sono domande difficili da rispondere, perché vi sono altri obiettivi, di connessione, di messa in risonanza. Quando ascolti musica vi è un’inter-relazione non soltanto con chi l’ha composta, ma una messa in risonanza con altri esseri umani. Io credo, ed è una mia interpretazione, che c’è anche una connessione con qualcosa di molto profondo, che è ciò che veramente ci costituisce, con la nostra essenza.

Ho visto per la prima volta le tue opere in una mostra che hai realizzato al MAMBO a Bogotà. Di cosa si trattava?

In quella mostra sto lavorando con un piatto orchestrale al quale mando energia con una tecnica che ho sviluppato affinché vibri naturalmente. Tutti gli oggetti hanno modi di vibrazione naturale. Se uno sviluppa il modo di attivarlo, l’oggetto vibra naturalmente. Per esempio: quando uno è a casa, passa un camion e qualcosa nella stanza trema, è perché vi sono state delle frequenze che si sono sintonizzate con il modo di vibrazione di quell’oggetto facendolo vibrare.

Io mando energia al oggetto affinché vibri naturalmente e in quel momento uno ascolta quelle vibrazioni, perché il suono è una vibrazione udibile. Nella stessa opera ho utilizzato un sistema di laser affinché quelle vibrazioni si potessero anche vedere. Non sono simulazioni. Le vibrazioni si odono e si vedono.

E’ molto bello perché mano a mano che si sviluppa, si vedono onde che rivelano come si sta comportando la vibrazione del piatto, e il pubblico cammina in quello spazio vibrazionale vedendo e sentendo qualcosa che accade con un oggetto, metafora di tutti gli oggetti.

Si può dire che siamo immersi in un mondo di vibrazioni che potremmo coloreare?

Qui, tra di noi, ci sono vibrazioni che non vediamo ne udiamo perché ci siamo evoluti in modo di avere i sensi che ci permettessero di sopravvivere. Il processo evolutivo non ha come scopo che noi percepiamo la realtà oggettiva, ma che noi sopravviviamo. Vediamo e udiamo ciò di cui abbiamo bisogno.

Hai trovato risposte alle domande che ti eri posta nella tua infanzia?

Io sento che sì, ho avuto delle risposte. Quelle inquietudini che avevo nell’infanzia, e dopo sono riapparse in quel periodo in cui non potevo lavorare, io non potevo formularle. Quando ho iniziato a fare opere ho cominciato a rendermi conto di stare capendo qualcosa, qualcosa che non posso dire a parole. C’è stata la serenità di avere compreso.

Io credo che ci siano diverse forme di conoscenza, diversi saperi, e c’è un’informazione che si può capire soltanto attraverso il vissuto. E’ per questo che gli essere umani abbiamo i rituali, per questo esiste l’arte, per questo esiste le poesia.

Possiamo andare da un neurologo che ci spieghi cose sull’amore, e potrà parlare dei circuiti neurologici coinvolti e i cambiamenti ormonali che accadono, ma per capire l’amore, l’unico mezzo è sperimentarlo. Allora credo che l’importante nella mia opera, e quello che cerco di più, è il tipo di vissuto che porta ad una conoscenza profonda della nostra essenza, su ciò che ci costituisce, che è impercettibile e anche incomprensibile.

Io ho lavorato con scienziati e molti sono interessati alla collaborazione scienza-arte, perché ogni disciplina ha i propri limiti ed è solo quando si integrano che si può arrivare ad avere un panorama ampio delle cose.

Nel mio studio io uso strumenti propri dell’arte, come il vissuto e la speculazione. Precisamente per questo esiste l’arte, perché presumo che ci sono elementi della nostra esistenza che non possono essere compresi solo attraverso la ragione o i sensi, aspetti che eccedono, al meno finora, le nostre capacità sensoriali e cognitive.

Come il mistero che le religioni abbracciano.

Esatto, e penso che l’essere umano abbia una necessità profonda di connettere e conoscere la sua essenza, e di sviluppare diverse strategie. Il mistero, le religioni, l’arte, le scienze umane, le scienze esatte, sono sforzi per comprendere la nostra esistenza e insieme danno un panorama più ampio.

Ci sono domande che non hanno tempo, che sono fondamentali, a quelle domande m’interessa dare un contributo. Può essere che non arrivi mai a una soluzione razionale, non si tratta di questo. Di sicuro nel nostro mondo occidentale cerchiamo la funzione e l’utilità, io non sento questa inquietudine. Credo che tutto ciò che l’umano voglia fare e conoscere è valido. Che vi è un’utilità di un’altra indole in questo tipo di attività umane, che ci permettono di stabilire connessioni più astratte.

Io, venendo dalla musica, mi sento molto comoda con l’astrazione, e nelle arti visive è molto importante la concettualizzazione. Nella mia opera c’è – di fatto te la sto raccontando – ma a me non interessa ridurre l’opera solo alla concettualizzazione, perché perderebbe la parte più potente dell’arte: il suo contenuto poetico, quella connessione, l’informazione astratta.

Da qui l’importanza del vissuto, dell’incontro con la tua opera.

Sì, come un vento che trasforma. Per me l’opera di Bach, per esempio, è qualcosa che ha a che fare con l’universo, e chiaro che uno può spiegare, parlare di questo, inserirlo in un contesto socioculturale o analizarlo musicalmente, ma la cosa più importante è quella trasformazione e quella capacità di indurre qualcosa in te. Quando io presento la mia opera, l’importante è che quando le persone entrino, abbiano il loro vissuto. Io creo le condizioni per donarli qualcosa, perché la possano vivere. E’ più indispensabile questo vissuto dell’avere tutta l’informazione.

Come potremmo chiamare le tue opere?

La composizione nel mio caso è ibrida, come diceva Eugenio Viola: questo è disegno, è performance, è un’istallazione, è una scultura. E’ un’opera ibrida multidimensionale. Io non ho bisogno di dividere per stare tranquilla. Sento che l’opera è un’espressione dell’universo come un tutto, indivisibile, interconnesso, internamente attivo, e in questo modo lavoro.

Gli essere umani, vibriamo?

Si, tutto vibra.

Hai mai fatto visibile la vibrazione umana?

A questo sto lavorando ora. L’anno scorso ricevetti il premio de CIFO (Cisneros Fontanals Art Foundation Grants & Commissions Award) e quest’anno sto lavorando ad un pezzo che si chiama Yo vibrante, in inglese Vibrant Self. Dopo essere arrivata fin qui, il seguente passo logico era porre l’essere umano in questa equazione artistica. L’opera sarà presentata al prossimo Ars Electronica Festival in Austria.

Credi che gli essere umani siamo interconnessi al di là dello spazio?

Attualmente vi è una controversia su se la coscienza sia qualcosa di individuale o qualcosa che c’è in tutto. Se è qualcosa che c’è in tutto, quando uno medita si connette a quella grande coscienza. Io tendo a credere in questa teoria. Non immagino la coscienza come qualcosa propria ed esclusiva degli essere umani. Jane Bennet ne Vibrant mater dice che la cosa più essenziale della natura ha ingerenza in come noi ci organizziamo. Qualsiasi cosa espanda la nostra conoscenza è beneficioso.

Per chi è l’arte?

L’arte è per tutti. Credo anche che l’arte sia inevitabile. Ci sono cose che l’essere umano fa perché fanno parte della sua essenza. E’ inevitabile che abbiamo il bisogno di stabilire una connessione profonda con quello che siamo.

A me interessa molto meditare, diverse forme di meditazione. Una cosa che mi chiama l’attenzione è che, anni fa, ai miei amici più razionali sembrava qualcosa di grazioso, ma oggi esiste molta ricerca in neurologia che illustra i benefici profondi per il cervello e per il corpo, per la salute quando qualcuno medita, anche quando si prega o si contempla un paesaggio. Camminare un’ora al giorno nella natura è più efficace degli antidepressivi. Credo che sia per via di quella connessione con la natura che è importante ristabilire.

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