IO BUGIARDO, TU JANE

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Evitate di litigare con uno stupido in pubblico,
rischiereste che i presenti vi diano torto…

  1. Forse il monaco resterebbe tale anche se privato dell’abito e probabilmente Garibaldi, cittadino del mondo, sarebbe diventato un simbolo persino senza i suoi jeans da marinaio genovese, senza la camicia in panno tipica dei macellai di Montevideo (rossa per nascondere le macchie di sangue) e senza il poncho andino a righe verticali.
    Vedendolo diverso da un europeo, Cavour probabilmente pensò di trovarsi al cospetto di una divinità pagana, o di un contadino con il culto dell’ostentazione. Era l’Italia del Risorgimento.
  2. Forse il monaco ci resterebbe male senza abito, perché in Corso Garibaldi tutti i cittadini lo vedono come un simbolo, anche quando indossa i jeans sportivi e la camicia rouge di Mont Video.
    Un prete un poco altino sempre verticale, con una sua diversa idea di Dio e di Europa. Probabilmente si trovava al Carrefour, a comprare ortaggi e carne con una prepagata per non cadere in tentazione. Tutto cibo di filiera Italia?
  3. Forse è un monco senza abiti, finge un male ma vive in Corso Garibaldi, una via simbolo, e va in giro per la città in jeans e camicia firmati.
    Si lamenta che prende poco, e che sta in piedi tutto il giorno. Odia l’Europa, ma usa la prepagata al supermercato che comunque non gli basta nemmeno per comprare due finocchi. Povera Italia, che messaggio vogliamo dare?
  4. È un finto invalido che percepisce il reddito di cittadinanza. Vive in Corso Garibaldi e passeggia in abiti griffati per la città. È stato sorpreso con la prepagata in un centro massaggi con due omosessuali. Questa è l’Italia!

Da bambino soffrivo d’asma e avevo una serie di allergie che mi rendevano le vacanze in montagna una sorta di incubo. Per quanto mi ispirasse ogni cosa di quegli scenari, preferivo il mare: in spiaggia non starnutivo e anzi mi rinvigorivo, sui monti, al contrario, diventavo indifeso come la pecora più gracile di Heidi.

A tredici anni, durante una pubertà traumatica, che comprese mononucleosi, astigmatismo e apparecchio per i denti, affrontai le montagne piemontesi in un gruppo misto di maschi e femmine oltre ad alcuni animatori adulti.

Nascosi occhiali e apparecchio per un senso estetico che confinava con l’imbarazzo e la vergogna: si chiamava Laura, quel turbamento…

Una mattina c’era la gita: verso la catena del Gran Paradiso (che appariva in lontananza), per raggiungere una spianata dove avremmo mangiato un panino con il formaggino Galbani e bevuto “acqua di fiume a monte”.

Partimmo da millesettecento metri e arrivammo a duemila circa, in una vallata scoscesa dove ogni anno gli animatori creavano il campo base. In quel fiume quasi asciutto, non c’era un goccio d’acqua che non fosse preceduta da una cacca di mucca più a monte, e il panino aveva un sapore rancido.

Mi adattai e passai il pomeriggio con altri bambini inventando giochi stupidi nell’attesa che tornassero i temerari: quelli tosti che si erano spinti sino alla cima del monte Tovo, a duemiladuecento e trenta metri. Poi, ci incamminammo tutti per tornare al soggiorno alpino.

Dopo la doccia fredda come la montagna, venni colto da un male alla pancia che significava: rotolo e bagno al volo. Presi la carta igienica dallo zaino e mi precipitai nei bagni, dove una turca scomoda aspettava uno squat e tanta precisione.

Dentro il rotolo di Mondo Soffice, c’erano occultati i miei occhiali. Scivolarono fuori veloci come un’anguilla e furono travolti dai grassi saturi del formaggino rifermentato, dalla colazione e forse dalla cena della sera precedente. Il cesso si intasò in un lampo e i bagni si trasformarono in una sorta di palude poco alpestre.

Mentre i proprietari della struttura tentavano di bloccare i gorghi che fuoriuscivano dalle vetuste tubazioni della baita delle Scuole Pie, riemerse una montatura di occhiali senza lenti.

Quando chiesero di chi fossero, mi guardai attorno con abituali e stupiti dieci decimi.

Venne accusato di quel misfatto Arrigo Ardito: una sorta di audace bambino stambecco (appena miope) che aveva già scalato importanti vette alpine con i genitori, si era pisciato eroicamente addosso sotto la neve per capire da che parte scavare e risalire in superfice dalla “simulazione valanga” e aveva catturato un salmone a mani nude.

Quel giorno perse gli occhiali sul monte Tovo, ma non disse nulla, per orgoglio, essendo stato l’unico a vedere le marmotte.

Di lui si raccontò che ebbe una potente e anomala diarrea tra i monti e che, mangiando prevalentemente pesci vivi, fosse stato costretto a usare i suoi occhiali per pulirsi il culo dalle squame.

Non ebbi il coraggio di smentire nessuna diceria: non confessai mai.

Quando dieci anni dopo stavo svolgendo il servizio di leva tra acari e pollini vari, una notte esplosero i bagni della caserma. Le turche sputarono fuori uno sciroppo scuro primordiale che ribolliva come birra Guinness, oltre ogni primato immaginabile.

E qualcuno chiese ridendo: “Chi ha perso gli occhiali?”

Infine…

Chi non potesse ragionare sarebbe ovviamente un pazzo, ma chi si rifiutasse persino di riflettere è soltanto un ipocrita.

Chi poi si trincerasse dietro usi e costumi, morale e religione reciterebbe la parte dello schiavo felice.

La relazione dell’uomo con la verità è filtrata dalla sua coscienza e dalla sua istruzione, non certo dal passa parola e nemmeno dall’idea della massa.

L’unico ostacolo oggettivo per capire i fatti, o non capirli affatto, è la stupidità.

  • Ma sul serio Giuseppe Garibaldi indossava i jeans?
  • E Laura?
  • No… Laura la ricordo sempre con la gonna.

Angelo Orazio Pregoni