Liguria, valle Argentina.
Una lingua di terra che si arrampica dal mare e poi si ripiega su sé stessa.
Era il 1968, l’anno in cui la luce tentò di farsi rivoluzione — ma nella valle, invece, discese un’ombra antica. Il mare, lontano, respirava placido, ignaro delle tempeste che presto ne avrebbero increspato la quiete.
Il 16 dicembre, una nota dissonante spezza la melodia che sale dall’entroterra: una bambina strappata al sonno in una notte senza sogni, consegnata al silenzio. Scompare. E da quel momento il tempo si ferma. Otto mesi dopo, la terra restituisce il suo corpo, a pochi chilometri da Triora — il borgo che porta inciso nel nome l’eco di streghe e processi, di fuochi e sussurri. Un’eco rimbomba nel vuoto lasciato dalla mancanza definitiva.
Cinquant’anni più tardi, la valle riapre i suoi occhi di pietra. Il corpo di Osvaldo Russo affiora dal silenzio, privo di vita. Ancora una volta, una nota stonata. Ancora una volta, un mormorio che si gonfia fino a gridare contro l’ipotesi di suicidio.
A indagare è Raoul Sforza, detto il banchiere nero. Freddo, spietato, discende nella valle come dentro un sogno saturo, dove ogni passo affonda nella memoria e nell’ombra. Tra segreti e ferite antiche, segue le tracce di un delitto mai davvero sepolto.
Le colline respirano. I morti osservano.
E la verità lo attende — non come luce, ma come un’ombra che si dissolve appena la notte scompare. Una musica antica continua a vibrare tra i monti, in attesa che qualcuno la riconosca.
Questa è una valle che non ha ancora imparato a morire.
Con questo romanzo, Ippolito Edmondo Ferrario (Fratelli Frilli Editori, 300 pagine, €18,90) scrive una storia fatta di ombre e di respiri trattenuti. Non un semplice noir, ma un affondo nella carne viva della realtà — là dove la verità pesa più della fantasia. Una storia nata da una ferita vera: e da quella ferita scaturisce un’angoscia che nessun artificio narrativo potrebbe imitare.
Vediamo il letto vuoto, il silenzio che lo fascia come una coltre. Le case immerse nel buio sembrano custodire un segreto troppo grande per essere detto. La deformità dell’animo umano si specchia nei nostri incubi più antichi, nei luoghi dove la paura ha preso casa. Siamo in quella stanza, di notte.
Fuori, una calma irreale accompagna l’ultimo sonno di una bambina che resterà per sempre bambina.
È nella memoria collettiva — fragile, intermittente, smarrita — che si misura la civiltà di un popolo.
Questo romanzo è una forma di redenzione: un tentativo di riaprire una porta serrata dal tempo, di lasciar uscire i fantasmi che ancora ci abitano. Ferrario li guarda con pietà, li rende umani.
Perché l’uomo, nel suo abisso, è infinitamente più devastante di ciò che teme.
Nancy Citro
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Quando Raoul aprì gli occhi, all’inizio non vide nulla. Intorno a lui regnava una fitta oscurità. Impossibile distinguere qualsiasi cosa, a cominciare dal luogo in cui si trovava. Era supino, disteso su un pavimento dal fondo sconnesso e irregolare, composto da rozze lastre di pietra ricoperte da uno strato di detriti e rifiuti vari.
Nel riprendere i sensi avvertì, in maniera inconfondibile, il sapore del suo sangue che gli ovattava la bocca e saliva alle narici. Una sensazione già provata in passato, quando da ragazzo era rimasto ferito in alcuni scontri di piazza a Milano. Questa volta, però, il dolore, accompagnato da un senso di stordimento, era quasi insopportabile.
Si portò le mani al viso; fitte lancinanti come scosse elettriche, a causa di alcune costole rotte, gli spezzarono il fiato. Anche quel gesto semplice, naturalmente istintivo, richiese uno sforzo fuori dal comune. Il gelo che iniziava a invadergli il corpo passò in secondo piano rispetto alla sofferenza patita.
Con le dita tremanti tastò il viso tumefatto. Le ferite, inferte dalla spranga con cui il suo carceriere si era accanito, erano in alcuni punti profonde. Raoul aveva cercato di sottrarsi ai colpi riparandosi con le braccia, secondo un gesto di difesa quasi condizionato, ma debole e incerto a causa dei riflessi annebbiati. Era stato messo nelle condizioni di non reagire al punto che non si era reso necessario neppure legarlo.
La mandibola non gli parve rotta, ma dolorante, come tutto il resto del corpo; era come se un’auto lo avesse investito e gli fosse passata sopra devastandogli le ossa. Deglutì a fatica con la gola completamente arsa, come se non bevesse da più di un giorno e forse era davvero così visto che aveva smarrito la nozione del tempo.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per un solo sorso d’acqua. L’estrema secchezza di palato lingua e gola non era solo la conseguenza di un semplice stato di disidratazione, ma un preciso effetto collaterale dell’ultima cosa che ricordava di aver ingerito, ovvero la mistura avvelenata che lo aveva fatto soccombere.
Nonostante le difficoltà cercò di comprendere da quanto tempo si trovasse lì; tastando il sangue rappreso sulle ferite provò a ipotizzare svariate ore, ma non poteva esserne del tutto certo.
Il banchiere tentò di mettersi seduto; l’operazione fu più lunga e complessa del previsto. Si girò lentamente sul fianco sinistro, rantolando. Guadagnata quella posizione, si aiutò, con tutta la forza che aveva nelle braccia, per mettersi in ginocchio.
Il dolore acuto che provava rischiava di ottenebrargli la mente, di privarlo della lucidità necessaria per agire e cercare una via di fuga. Rimanere immobili, lasciandosi sopraffare dallo sconforto e dalla rassegnazione, sarebbe stato più semplice, ma egli non concepiva né la resa né tantomeno l’attesa passiva del proprio destino, qualunque esso fosse. Se avesse dovuto morire lo avrebbe fatto in piedi, tentando fino all’ultimo di opporsi alle circostanze.
Ansimando e sputando sangue fece per mettersi in posizione eretta, ma il soffitto basso del sotterraneo glielo impedì.
Picchiò la testa, barcollò e brancolò, muovendo le braccia in avanti, nel tentativo di afferrare qualcosa che non vedeva. Si ripiegò su se stesso, quasi a riccio, sperando di attutire la caduta. Crollò violentemente sul pavimento, sbattendo la spalla contro un oggetto metallico appuntito. Solo in quel preciso istante maturò la consapevolezza del luogo in cui si trovava, pur non essendoci mai stato prima.
Ripercorse gli attimi seguiti alla sua cattura.
Raoul era rinchiuso nella prigione sotterranea in cui decenni prima aveva trovato la morte una vittima innocente.
Il suo olfatto gradualmente iniziò a percepire le esalazioni ristagnanti di muffa, le note pungenti di marcescenza dei pezzi di legno della branda, ridotta ora ad uno scheletro di ferro arrugginito lì davanti a lui. Gli fu sufficiente allungare la mano destra per riconoscere l’intreccio metallico delle reti del giaciglio che aveva accolto la ragazzina durante i suoi mesi di prigionia. Il solo toccare quel pezzo di ferro generò in lui un eccesso d’ira che offuscò, seppur per poco, lo stato di prostrazione in cui versava. Pensò a Maria Teresa che lì aveva terminato i suoi giorni. Con tutta probabilità anche a lui sarebbe toccata la stessa sorte; l’idea di morire non lo atterriva, almeno non quanto quella di lasciare questo mondo senza aver portato a termine ciò che si era prefissato.
La consapevolezza di aver agito inutilmente e di essere caduto in una trappola, lo annichiliva. Aveva commesso un errore imperdonabile che non era da lui e al quale non poteva più porre rimedio. Da lì non si tornava indietro. Un altro, al posto suo, avrebbe solo sperato in un miracolo, in un accadimento dell’ultimo minuto che potesse cambiare il destino ormai segnato. Raoul invece era abituato a fare affidamento solo su se stesso e sulla sua forza di volontà spinta all’eccesso fino a diventare, in molti casi, cieco fanatismo.
Questa sua inclinazione a considerare anche l’impossibile, possibile, gli servì per non arrendersi, perlomeno non subito.
Riverso su un lato si mise a fiutare l’aria asfittica in cerca di un alito di vento, anche un debole afflato d’aria che potesse indicargli una via di fuga o qualcosa di simile. Rimase immobile, con i sensi tesi, in ascolto. Passarono i secondi, ma non sentì nulla al di fuori del suo respiro affannoso che si perdeva nel vorticare del pulviscolo da lui sollevato.
Quel luogo infondeva un senso mefitico di immobilità eterna. Scolopendre, ragni e millepiedi, annidati tra le crepe dei mattoni solfatati e nelle pieghe dell’intonaco distaccato, stavano anch’essi fermi, come pietrificati, in attesa degli eventi.