Italiana. Intervista a Giuseppe Catozzella

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Tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo, si è registrata una particolare attenzione verso il Risorgimento italiano. Diversi sono stati i romanzi ambientati in quel periodo. Di tutti quelli che ho letto, sono certo che Italiana di Giuseppe Catozzella, edito da Mondadori, sia il migliore. Tutto comincia con il ritorno di una sorella che, per anni, è stata solo leggenda. Non si tratta di un lieto evento quando si torna perché costretti dalla tragedia, quando tornare significa perdere ogni privilegio. La famiglia nobile che l’aveva adottata, avrebbe voluto anche sua sorella Maria. Il giorno che i componenti della famiglia escono per andare a prenderla, finiscono invischiati nella rivolta del popolo napoletano, quindi assassinati, abbandonati sulla strada, non sepolti, per giorni. Per questo Teresa, incolperà sempre Maria di averle rovinato la vita. Ma il ritorno della sorella ricca è soprattutto un inconciliabile confronto dialettico tra due mondi in conflitto. Maria cresce, si innamora, diventa combattente. Una belva, che obbedisce a leggi non del tutto umane. Violento, atroce e tenerissimo il nodo idiosincratico di Ciccilla si scioglie nel suono magico di un solo vocabolo: naturalezza.

Pierangelo Consoli

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La prima domanda che mi sono posto è relativa alla scelta di far parlare Maria Oliverio in prima persona, è stata ponderata, o le è venuto naturale?

La prima persona era il maggior rischio possibile, la massima esposizione al fallimento come scelta letteraria, ma sentivo che dovesse essere Maria a raccontare la sua storia con la sua voce e quindi, come mi era già accaduto in altri romanzi, ho fatto esclusivamente da tramite, ho lasciato che fosse lei a raccontare la sua vita attraverso di me. La sua è la storia di una donna in rivolta, come era in rivolta l’uomo di Camus, e la sua è la nostra rivolta, quella di cui ci siamo dimenticati di essere capaci ma che sentiamo ribollirci dentro sotto forma di rabbia, frustrazione, malcontento, sfiducia nelle istituzioni, lotta di tutti contro tutti in cui a vincere è solo il più potente. Ma è, sempre e per questo, una vittoria a metà.

Perché, questa, è una storia “Italiana”?

È la storia di una donna che combatte per la sua liberazione ma, allo stesso tempo, è la storia di un Paese che combatte per la sua liberazione, e per diventare più giusto. E perde la battaglia. La storia di Maria, l’unica capobrigantessa della storia d’Italia, la cui esistenza ho messo insieme dopo un lunghissimo lavoro di documentazione e archivio sui processi in cui è stata imputata tra il 1864 e il 1875, combatte per lasciare a noi un Paese più giusto, e perde. La sua storia coincide con quella della Guerra civile italiana, mai raccontata prima, che per cinque anni dopo l’Unità ha contrapposto il Nord e il Sud Italia. Raccontare le vicende della sua vita, e innanzitutto quelle di un amore feroce con la sorella Teresa prima e col marito Pietro poi, vuol dire raccontare il nostro Paese è il tradimento sul quale è fondato. La sua storia, in maniera incredibile, racconta chi siamo noi oggi.

Leggendo, a un certo punto ho avuto la sensazione che questa di Ciccilla, più che una lotta politica sia stata la battaglia di una creatura che nel mondo difende uno spazio e che risponda a leggi del bosco, più naturali che umane. È d’accordo?

La Guerra civile italiana si è combattuta nei boschi e sulle montagne, come poi è accaduto alla guerra partigiana alcuni decenni dopo. Maria, prima di cambiare nome in Ciccilla, è proprio nel bosco e nella montagna che sente risuonare più forte il richiamo della parte più autentica e originaria di se stessa. Sarà solo quando si abbandonerà a questa parte più selvatica di sé che troverà se stessa, e insieme la forza di combattere per fare dell’Italia un Paese più giusto. Ma, come detto, perderà.

Ho riscontrato, Nella nostra letteratura degli ultimi anni, riscontro un rinnovato interesse per il Risorgimento italiano. Sempre più storie ambientate in quel periodo storico, come mai secondo lei?

Noi italiani, proprio per come è stato fatto il nostro Paese, in quattro e quattr’otto senza che esistesse lo spirito di una nazione, sentiamo un bisogno fortissimo di sapere chi siamo. Ecco perché siamo così suscettibili all’uomo forte, da sempre: perché l’uomo forte ci dice chi siamo. Ci dà una identità. E noi smaniamo per avere una identità. Siamo infatti l’unico popolo che si vergogna della sua nazionalità, di fatto perché non sa di cosa è fatta. Siamo gli unici al mondo il cui sport preferito è denigrarsi (e naturalmente non è un passatempo, ma è l’unico modo che abbiamo per parlare di noi). Abbiamo un bisogno terribile di sapere chi siamo. 

Certe volte le storie nascono per un’esigenza dell’autore, anche per lei è così? E qual è stata, in questo caso? Cosa voleva raccontare Catozzella attraverso Ciccilla?

Volevo raccontare la fuoriscita dal dolore, il meccanismo dentro di noi che nel momento più buio porta alla scoperta della fiammella inestinguibile che ci anima e che niente e nessuno potrà mai spegnere. La scoperta della nostra unicità, insomma, che coincide con la rivolta. Volevo raccontare il mio essere in rivolta come momento più autentico della mia esistenza.

Per concludere le pongo una domanda che è tra il lombrosiano e il marzulliano: Catozzella, è l’Italia che ha fatto Ciccilla, o Ciccilla che ha fatto l’Italia?

È l’Italia che ha fatto Ciccilla ma è Ciccilla che ha fatto noi, come figli di un tradimento e di una guerra persa. Ciccilla abita dentro noi italiani senza che neppure lo sappiamo. Ho scritto questo romanzo sperando che chi lo legge si riconosca.

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