J.G. Ballard, Un gioco da bambini

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Colui che crede che ci siano peccati che egli non può commettere, non è cristiano”.

Léon Bloy

J.G. Ballard, Un gioco da bambini

La casa era al centro di un giardino abbandonato dietro la basilica.

Non dimenticheremo mai più, i miei convitati ed io, il momento inatteso in cui la campana scandì i colpi solenni in tre riprese. Vedemmo allora quei corpi vecchi di secoli , alzarsi e tracciare il segno dei martiri e recitare a bassa voce il mistero.

Terrificati su strade fangose ci inoltrammo, consapevoli che quei sentieri non ci avrebbero condotto dove avrebbero dovuto.

Se è facile immaginare che non ci si bagni sotto una pioggia di foglie, sarebbe interessante comprendere che alcuni momenti rivelano l’orrore, alcune volte la verità.

Pochi attimi e si ha la percezione che qualcosa accadrà, e ci sarà del sangue e non sempre sarà innocente.

Da questa idea dei pochi attimi significativi e terribili nasce il libro di J.G. Ballard, un gioco da bambini (Running wild, 1988).

Si tratta di un posto idilliaco, Pangbourne Village, pochi chilometri fuori Londra, di una strage e della scomparsa di tredici adolescenti, ragazzi felici, praticamente obbligati ad esserlo.

Ad ogni pagina ne divorerete l’altra, e Ballard/Greville (consulente psichiatrico incaricato di risolvere il caso) protagonista del romanzo, avrà i vostri stessi dubbi e le vostre stesse ipotesi. Sarete nel libro, sarete sorpresi, e ci starete poco. Il libro è brevissimo, il mistero è facile da risolvere, ma proprio questo è il punto. A Ballard interessa il dopo, il nostro dopo quotidiano. Il libro è quella stella danzante che molti indossano, inconsapevoli testimoni di Nietzsche. Siamo carichi di tecnologia, abbiamo accesso a milioni di informazioni e risorse, paghiamo e ci relazioniamo con la tecnologia, ci guardiamo a distanza e facciamo finta di sorriderci, eppure l’orrore quotidiano ha scavato dentro di noi un abisso. Non abbiamo sicurezze e ci sveliamo al mondo. Siamo circondati da figli unici e ci siamo già arresi.

«Incapaci di manifestare i propri sentimenti o di reagire a quelli altrui, soffocati sotto una coltre di elogi e approvazioni, si sentivano imprigionati per sempre in un universo perfetto. In una società totalmente sana, l’unica libertà è la follia.»

Recensione di Edoardo M. Rizzoli