James Ellroy: il Demon Dog della narrativa americana

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Ellroy il 22 giugno del 1958Il mio lavoro è mosso da una grande curiosità, da urgenze emotive, da un forte desiderio di superarmi e migliorare. E più passa il tempo, più sono assetato di fama, il che mi fa credere che scriverò un sacco di libri cazzuti“, James Ellroy (intervista del 1995).

Erano sbirri corrotti e artisti del ricatto. Erano intercettatori, soldati di fortuna e cabarettisti froci. Se solo un istante delle loro esistenze avesse imboccato un percorso diverso, la Storia americana come noi la conosciamo non sarebbe esistita. E’ tempo di demitizzare un’era e costruire un nuovo mito, dalle stelle alle stalle. E’ tempo di abbracciare la storia di alcuni uomini malvagi e del prezzo da loro pagato per definire in segreto il loro tempo. Dedicato a loro” (James Ellroy, “American Tabloid“, 1995).

Dopo il successo della Tetralogia di Los Angeles avviene il cambio di soggetto per Ellroy. Stilisticamente la cesura è presente in “L.A. Confidential” (1990) un manoscritto originario di 809 pagine ridotto fino a ottenere lo stile sincopato divenuto il marchio della letteratura di Ellroy. Più siamo curiosi della vita -dice l’autore- più lo siamo del nostro passato, ognuno a modo suo. Non necessariamente il nostro, ma almeno quello storico, perché contiene degli elementi in codice che possono rivelarci chi siamo e come siamo arrivati dove siamo arrivati: ecco il passaggio alla crime fiction di matrice storica.

Nell’ottima raccolta di interviste curata da Tommaso De Lorenzis, “Ellroy Confidential” (minumum fax, 2015) è contenuta anche una vera visione epica della deflagrazione avvenuta dopo la pubblicazione di “American Tabloid“: è un’introduzione, del curatore, che descrive il passaggio dal noir a un genere particolare il crime historical fiction; per Ellroy il noir è morto? “Defunto. Kaputt”. D’ora in poi scriverà solo romanzi dove la Storia si mescola alla finzione nella definizione di un crime novel di portata più ampia. Naturalmente, lo si è visto con “Perfidia“, primo libro di una trilogia che parte dall’attacco a Pearl Harbour e si ricollega alla Tetralogia di Los Angeles, i protagonisti sono quegli sbirri corrotti, artisti del ricatto di cui parla in “American Tabloid“. De Lorenzis parla del prologo di quest’ultimo libro così: “Milleottocento caratteri in una forma asciutta e telegrafata, che dicevano tutto. Milleottocento battute che s’impressero nella testa di molti [anche se poi non ci sono rimaste], che furono mandate a memoria come un mantra iniziatico. Quell’incipit svelava l’inganno della presunta innocenza (“L’America non è mai stata innocente”); irrideva la liturgica epopea del kennedismo [Jack Due Minuti Kennedy: Freddy Otash1 raccontò a Ellroy che facendo una media delle prestazioni del presidente non si superavano mai i tre minuti, la più breve fu di due. Kennedy dava la colpa al mal di schiena, per cui veniva costantemente curato, perciò in “American Tabloid” viene spesso chiamato Jack mal di schiena]; denunciava imbrogli di ogni retorica agiografica (“La mercificazione della nostalgia ci propina un passato che non è mai esistito”). Ma c’era altro [un punto nevralgico nella poetica di Ellroy]: “Soltanto una verosimiglianza senza scrupoli è in grado di rimettere tutto in prospettiva“.

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Le ultime battute del prologo di “American Tabloid” sono una dedica a questi picchiatori, razzisti, corrotti, alcolizzati, ricattatori che sono diventati dal 1995 i protagonisti della fiction di Ellroy: “E’ tempo di demitizzare un’era e costruire un nuovo mito. E’ tempo di abbracciare la storia di alcuni uomini malvagi e del prezzo da loro pagato per definire in segreto il loro tempo. Dedicato a loro“.

E’ chiaro che lo scrittore, il Cane Randagio, il Demon Dog come si definisce lui stesso, non *è* quei personaggi, ma vuole suscitare una sensazione di ambivalenza nella mente del lettore. “Voglio trascinare chi legge nelle mie ossessioni, elettrizzarlo, immergerlo nella storia“.

La scrittura e le ossessioni di Ellroy nascono da un omicidio: verso le tre della mattina del 22 luglio del ’58 la madre dello scrittore viene uccisa brutalmente, dopo essere stata stuprata. Il caso rimarrà irrisolto. Nei suoi romanzi Ellroy inseguirà questo assassino sotto varie forme fino alla scrittura di “My dark places” (1996). Anche i suoi primi contatti con la lettura, intesa come mezzo di conoscenza, hanno la stessa motivazione: “I libri mi fornivano un sacco di stimoli nonché un dialogo sublimato con la morte di mia madre“: il giovane Ellroy a dieci anni divora romanzi gialli a un ritmo sorprendente: “Mio padre mi comprava due libri ogni sabato [la serie degli Hardy Boys], io li leggevo in un battibaleno e per il resto della settimana pativo crisi d’astinenza. Per soddisfare la mia smania cominciai a rubare libri. La narrativa era la mia lingua etica. Ma nell’estate del ’65 non lo sapevo” (“I miei luoghi oscuri“, 1996).

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Riguardo alla sua vita, Ellroy è il più grande pubblicitario di se stesso. Tra il 1965 e il 1977, anno che Ellroy fa coincidere con la sua totale disintossicazione da alcol, benzedrina e altro, sicuramente l’autore visse una vita randagia. In alcune interviste dice di essere stato arrestato cinquanta volte, in quegli anni, in un’altra addirittura settanta: in realtà dagli archivi risultano quattordici arresti tra il ’68 e il ’73 (dodici da parte del LAPD e altri due dagli uffici degli sceriffi della contea di Santa Barbara).

 Quando inizierà a scrivere il 26 gennaio del 1979 dopo gli anni, che si diverte a ingigantire, fatti di alcol e droghe e furti con scasso (con il feticismo per la biancheria femminile), James Ellroy trasferirà nella narrativa poliziesca la stessa tensione emotiva che lo legava alla lettura: “Ogni libro che leggevo era un contorto omaggio a lei. Ogni mistero era un’ellittica manifestazione del mio inconfessato amore” (“I miei luoghi oscuri“, 1996).

Il romanzo che segna una svolta decisiva verso quello che sarà “My dark places” (il suo primo libro di non-fiction) è “Black Dahlia” del 1987 (“un’elegia ai miei luoghi d’infanzia“). James Ellroy non fa mistero del collegamento tra Betty Short, la Dalia Nera, e propria madre Geneve Jean Hilliker Ellroy (1915-1958). Gli omicidi avvengono a Los Angeles a quaranta chilometri e a undici anni di distanza.

L’autore ha espresso più volte l’idea che la Tetralogia di Los Angeles sia stata scritta come un’opera in crescendo fino all’ultimo volume, “White Jazz” descritto come “il delirio lucido di un cattivo tenente, sotto forma di flusso di coscienza, e non ci sono trucchetti narrativi: ogni cosa è quella che è, e basta distrarti un attimo per perdere pezzi. O ti adegui al ritmo mentale di Dave Klein o non capirai niente di quel libro. In molti non l’hanno capito. Ha venduto meno degli altri tre libri della Tetralogia. E’ un rischio che valeva la pena correre. […] Il succo del discorso è: se non ti piacciono i miei libri puoi attaccarti al cazzo“.

Una delle caratteristiche che emerge dalle varie dichiarazioni di poetica di Ellroy è la necessità di densità e complessità. “Ogni singola parola è lì nei miei libri per far funzionare il plot. Non ci sono incoerenze, o scene superflue. Se ci sono dialoghi sono sempre funzionali all’intreccio. […] Con me ti basta sbattere le palpebre per perdere il filo. Ma se vuoi un’intensa esperienza di lettura, ottimo, allora sono l’uomo che fa per te“.

 

Nelle sue interviste, fin da una delle prime del 1984, James Ellroy mette spesso in chiaro l’esigenza di migliorarsi romanzo dopo romanzo, ogni volta l’opera è bigger rispetto alla precedente.

Voglio costruire un immaginario tragico complesso e soltanto mio, e perfezionarlo di romanzo in romanzo nell’arco della mia carriera“, 1984.

Ho fatto un patto con me stesso, un patto di coscienza. E il patto è più o meno questo: ogni libro deve essere più grande (bigger), potente e stilisticamente evoluto dell’altro, perché se così non fosse starei buttando un sacco di tempo nel cesso e dovrei essere considerato uno scrittore di serie B“, 1995.

 

Dopo lo stressante, e poi interrotto, tour promozionale per “Sei pezzi da mille” nel 2001, secondo volume di Underworld USA e primo hardcover a entrare nella classifica nel New York Times, James Ellroy sviluppa una dipendenza da sonniferi e finisce per tre volte in overdose da medicinali. L’autore ha seguito un programma di riabilitazione, ma il suo matrimonio con la giornalista Helen Knode finì (si separarono nel 2005, pur rimanendo, fino a oggi, in ottimi rapporti). Questo spiega il lungo iato tra il secondo e il terzo e ultimo volume della Trilogia Underword USA: otto anni. Nel frattempo uscirono diversi racconti ed Ellroy ha continuato a lavorare su sceneggiature che si dice certo “non verranno mai realizzate”2. Nel 2006 pubblicò un lungo articolo autobiografico, sostenendo che non avrebbe più parlato della sua vita privata. Tornerà a farlo con la sua seconda opera di non-fiction “Caccia alle donne” (The Hilliker Curse, 2010) che è un omaggio a tutte le donne della sua vita a partire dalla madre Jean Hilliker (da qui il titolo originale).

 

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Il processo creativo delle opere più mature di Ellroy si è raffinato e consolidato, tanto da essere un punto più volte ribadito in numerose interviste e presentazioni: l’autore immagina la trama del romanzo (“sono le voci e le situazioni a venire da me e non il contrario. Non penso a moltissime cose, ma a quelle poche penso molto intensamente“), poi alcuni ricercatori preparano la gabbia storica del periodo in cui si svolgerà, quindi Ellroy prepara una bozza che assomiglia, come mole, a una prima stesura, infatti in genere supera le trecento pagine, e da qui in poi questo “schema” viene romanzato, in media producendo almeno cinque pagine al giorno: calcolate che l’ultimo romanzo di Ellroy è di circa ottocento pagine e capirete cosa intende l’autore, quando parla della scrittura come di “un’esperienza totalizzante e sfiancante“.

La scrittura di sceneggiature rappresenta per l’autore un lavoro meno logorante, e soprattutto velocemente remunerativo: a differenza di molti autori del passato, come Chandler, non ha un rapporto conflittuale con Hollywood (“ehi, mi serve per pagare tasse e alimenti alle mie ex mogli!“).

 

Nella maturazione del progetto delle Trilogia Underworld USA ebbe un’influenza enorme “Libra” di Don DeLillo: anche qui il debito è riconosciuto più e più volte. (Ellroy spedì “American Tabloid” a DeLillo che lo ringraziò con un biglietto datato per errore 1955). Dopo quella lettura Ellroy divenne ossessionato dall’assassinio Kennedy, ma non ne poteva scrivere “perché il libro di DeLillo è troppo perfetto“. Quindi decide di prendere segmenti di cinque anni di storia americana a partire dal 1958 e farne tre romanzi, ponendo l’omicidio Kennedy all’interno di una vasta serie di fatti storici, come la collusione tra CIA e mafia, il mito di Howard Hughes, J. Edgar Hoover, Freddy Otash, personaggi realmente esistiti che intrecciano le loro azioni a quelle di “sbirri corrotti, soldati di fortuna e cabarettisti froci” (“American Tabloid“, prologo).

La morte di Kennedy rappresenta la perdita di un’innocenza mai posseduta, ma di cui da ora in poi non rimarrà neppure l’illusione. L’assassinio di Kennedy è la ferita aperta, la conoscenza del male.

L’intera opera di Ellroy si configura come una caccia a chi è fuggito, una sfida a confrontarsi ancora una volta con le proprie vittime in cerca di giustizia. (Enzo Baranelli).

 

(Le citazioni, dove non indicato, provengono da “Ellroy Confidential” a cura di Tommaso De Lorenzis, minimum fax, 2015).

 

1. Alla figura e alle alterne avventure di Freddy Otash è dedicato il libro “Ricatto” (Shakedown, 2012), Einaudi, 2013.

2. Trai racconti va ricordata la raccolta “Destination: Morgue“: Bompiani ha recentemente ripubblicato un’antologia in cui è contenuto l’irriverente e famoso “Jungletown Jihad” definito dall’autore “una commedia sui terroristi arabi. Metà di loro vuole far saltare in aria grattacieli, l’altra metà andare in locali di lapdance e farsi fare pompini. Una fedele ricostruzione dei fatti, sì…“. Nell’eccellente volume sono raccolti “Tijuana Mon Amour“, “Scasso con stupro” e “Jungletown Jihad“, precedentemente pubblicati separatamente: “Il paradiso è per sempre“, (pp. 223) Bompiani, 2015.