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James Lee Burke anteprima. Un mondo di bellezza e orrore

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Fin dalla sua fondazione, la Louisiana è stata patria di pirati, bordelli, sale da gioco, politici corrotti, schiavitù legale e illegale e terrorismo. La torcia e la frusta.”

È in libreria Un mondo di bellezza e orrore di James Lee Burke (Jimenez Edizioni 2026, pp. 492, € 22,00 con traduzione dall’inglese di Gianluca Testani).

L’azione inizia nel 1999, con una figura ammantata che lascia un sacco della spazzatura contenente il cadavere di una giovane donna nella proprietà di Robicheaux:

Ho visto molti cadaveri, all’estero e in questo paese, e ogni volta non volevo vedere come erano morti. Mi sono sempre sentito un guardone, un intruso che non aveva il diritto di violare il momento più privato della vita di una persona.”

Questo romanzo ipnotico e visionario affronta molti temi familiari ai fan dell’autore 89enne, dalla devastazione ambientale nel sud della Louisiana ai peccati razziali americani:

«Schiavi incatenati a un albero. Un ragazzino nero di quattordici anni fritto due volte sulla sedia elettrica. Poliziotti che dicono “Temevo per la mia vita” e piazzano una pistola vicino a un cadavere disarmato. Cazzo».”

Quell’eredità intrisa di sangue è ovunque: “In una quercia sul bayou erano conficcati degli spuntoni di ferro e dei pezzi di catene lasciati lì dopo le aste condotte da James Bowie e Jean Lafitte in violazione del divieto del 1808 sull’importazione di schiavi dalle Indie Occidentali”.

Burke ci colpisce con riflessioni sull’alcool e sulla vita:

Con ogni probabilità, il mio subconscio stava cercando un’altra strada per farmi andare al negozio di liquori. Vedete, l’alcolismo è una malattia che dice che non hai una malattia. E “malattia” è la parola giusta. Il portatore contamina tutto ciò che tocca o su cui respira. Familiari, amici, datori di lavoro e persino altri alcolisti. Il mio amico Clete Purcel sostiene che gli alcolisti dovrebbero indossare quelle vecchie tute da palombaro con i caschi di ferro. Per meglio dire, l’alcolismo è una forma di follia psicologica e morale. Gli inganni che perpetri su te stesso sono i più letali di tutti”.

Con una prosa visionaria e febbrile, James Lee Burke racconta la Louisiana di fine Novecento stretta tra la colpa e la violenza. Un mondo di bellezza e orrore mostra la vocazione di Dave Robicheaux nell’affrontare il male di ogni tempo.

Carlo Tortarolo

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Gli eventi narrati in questo racconto si sono verificati poco prima della fine del secolo scorso, quando i festeggiamenti anticipati facevano esplodere fuochi d’artificio e piovere scintille sul Bayou Teche, anche se le raganelle non vi prestavano attenzione e gracidavano a un volume così alto che l’aria notturna sembrava avere una voce propria. Chi avrebbe mai pensato che una tale complessità sarebbe piombata su di noi?

Come al solito, i saturnali acadiani erano un grandioso e innocente mix di paganesimo e cristianesimo, con una brezza mite che odorava di uova di pesce, come se fossimo in primavera piuttosto che in inverno, come se un fecondo e pastorale angolo di paradiso si fosse staccato dai Mari del Sud. Ma per quanto mi riguarda, mentre ero sdraiato sul letto della mia casa shotgun che scricchiolava di solitudine e ascoltavo la trapassata voce di Jimmie Rodgers che gorgheggiava al buio, mi interrogavo sul mondo delle piantagioni in cui ero nato e su quello in cui ora vivevo. A volte mi sembrava di essere nel 1861, anche se la mia famiglia acadiana non discendeva certo dall’aristocrazia agraria che i lettori di Via col vento tendono ad associare al Sud storico.

Entrambi i miei genitori erano analfabeti, anche se mia madre avrebbe tanto voluto studiare. L’istruzione, di qualsiasi tipo, era un lusso nel mondo in cui viveva. Lavorava in una lavanderia per venti centesimi all’ora, insieme a donne nere che non parlavano nemmeno inglese.

L’ambiente di mio padre era sicuramente più redditizio, ma anche più duro. Montava tubature su una piattaforma di perforazione in mare aperto e pensava che il bere, le avventure con le donne e il suo modo spensierato di vivere sotto le stelle non sarebbero mai finiti, finché la trivella non perforò un banco di sabbia e fece esplodere petrolio, gas e metà del Golfo del Messico attraverso la piattaforma, con i chiodi del pavimento che schizzavano come tappi di sughero e i tubi che rimbalzavano e sferragliavano nel reticolo di montanti d’acciaio. Mio padre agganciò la cintura di sicurezza al cavo Geronimo e si lanciò nell’oscurità proprio mentre la testa del pozzo scoppiava lanciando una palla di fuoco verso il cielo e trascinando mio padre sul fondo del Golfo. Il calore faceva ribollire la superficie, i morti con i volti bruciati galleggiavano tra le onde, il petrolio non ancora infiammato nero e lucido come vernice rotolava tra le onde.

Erano queste le immagini che mi passavano per la testa mentre Jimmie Rodgers cantava, forse perché lui era tubercolotico e destinato a una morte prematura. Magari quello era il vero Sud, il meglio sparso in un campo di grano a Dunkers Church o davanti ai cannoni a Cemetery Ridge, il peggio nella frusta dei cockney sulla schiena di un nero.

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