JAVIER MARÍAS INEDITO. LA FORTUNA DI ESSERE DONNE

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Lo sguardo di Javier Marías (autore tradotto in tutto il mondo, vincitore dei più importanti premi letterari) attento, preciso e appassionato in questo inedito dal sapore romantico, si sofferma sulla “fortuna” della donna grazie a uno sprazzo di conversazione tra amiche che l’autore ascolta trovandosi a passare per la strada. Alcune frasi lo colpiscono e diventano pretesto per immaginare e raccontare un universo generoso, tenace, che sa commuoversi e insieme ridere di sé, l’universo delle donne così sempre piene di cose da fare, vedere, amare, mosse da energia vitale allo stato puro. Come fossero eterne ragazze nel cuore capaci di mantenere intatto l’entusiasmo attraverso lo scorrere delle stagioni della vita. “Le donne sono sempre state in larga misura l’elemento civilizzatore, quelle che hanno reso la vita più felice e amabile, e anche più affettuosa, e anche più compassionevole. Non serve ricordare che sono le donne quelle che educano in prima istanza e loro quelle assistono e aiutano di più le persone quando la fine si avvicina.” In questo scritto che si rivela un atto d’amore verso la Donna, Javier Marías ci ricorda anche la piacevolezza di riuscire ancora, per chi non è privo di immaginazione, a “rizzare le orecchie” cosa sempre più difficile oggi per i troppi auricolari che invadono la nostra quotidianità e ci isolano, ma quando ciò accade, di sentire uno scampolo di conversazione umana, allora è lì che accade, che attraverso “raffiche volanti” si aprano mondi di inedita bellezza da narrare.

Silvia Castellani

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È tanta la gente che oggi va in giro con le orecchie tappate, dagli auricolari o dalla voce che strilla loro dal proprio telefonino, che si perde una delle cose che mi sono sempre piaciute: frasi proferite a metà o stralci minimi di conversazioni che uno sente involontariamente al suo passaggio. Se uno non rizza le orecchie a proposito né adatta la sua camminata a quella dei passanti loquaci – e questo non mi sembra bello farlo: è pettegolezzo – ciò che gli giunge è molto poco: in un dialogo scritto riempirebbe solo due o tre linee. A chi è solito immaginare quisquilie, risulta tuttavia sufficiente per farsi un’idea della relazione tra i due interlocutori, o rappresentarsi un abbozzo di racconto o storia. Alcuni giorni fa, percorrendo Postigo de San Martín (strada di Madrid, N.d.T.), sentii una di quelle raffiche volanti che mi fece sorridere e mi rimase impressa in testa. Passai vicino a tre donne che probabilmente si stavano congedando, ferme vicino a un negozio di cioccolata, se non ricordo male. Erano di mezza età, senza dubbio avevano già passato i cinquanta, anche se non ebbi il tempo di soffermarmi sul loro aspetto. Una di loro disse: “Che bene che stiamo noi donne!”. Un’altra rispose veloce: “Ah! Come hai ragione”. E la terza chiosò: “E ce la passiamo alla grande”. Io continui a camminare, questo fu quanto. Ma captai bene il tono, e non era forzato, ma compiaciuto, non era che stessero tentando di convincersi di ciò che dicevano, bensì ne erano pienamente convinte e ne erano contente, come se avessero siglato verbalmente il fatto di essere state bene quel poco tempo passato assieme. Non so bene il perché, ma mi misero di buon umore e mi piacquero.

Sarebbe difficile sentire questi stessi tre apprezzamenti in bocca a degli uomini, tanto più a signori in età simile. Sarebbe strano che si lodassero così tanto sul sesso (“Che bene che stiamo noi uomini!”), perfino che ridessero così apertamente e con voglia come quelle tre signore simpatiche e così coscienti delle loro enorme fortuna. La fortuna di poter divertirsi con le amiche, di condividere il divertimento e una chiacchierata, con una specie di giovanilismo naturale, non forzato né impostato, irriducibile. È una vita che osservo che non ci sono troppe donne amareggiate né eccessivamente melanconiche. Ovvio che ci sono le odiose, e in politica abbondano. Ci sono quelle che si sforzano di perdere qualsiasi traccia di umorismo e mostrarsi dure; ci sono quelle con il dente avvelenato, velenose e malvagie (una legione quelle della televisione); tiranniche e brute, zotiche o di un’antipatia da far gelare il sangue; ci sono anche quelle insopportabilmente languide, che hanno optato per passare la vita come sofferenti eroine romantiche. Lungi da mia intenzione è fare una lode indiscriminata e adulatrice, ci sono donne di una crudeltà estrema e ci sono quelle tanto idiote quanto l’uomo più imbecille. Ma, dopotutto, e a dispetto del fatto che oggi tenda a proliferare il tipo serio e severo, la maggior parte possiede un buon carattere, per non dire piacevole. Ogni volta che vedo coppie sposate di una certa età, penso che sarà meglio che muoia prima il marito, perché conosco abbastanza vedovi desolati e che non alzano la testa mai, che si distolgono dal mondo e si lasciano andare e si gonfiano, che perdono la curiosità e la voglia di continuare a imparare, che diventano solo questo, dei “poveri vedovi” svogliati e sconcertati. E in cambio quasi mai ho visto i loro equivalenti nelle donne. Quasi non ce ne sono di “povere vedove”, cioè, signore o perfino anziane che decidano rinchiudersi, che non superino la tristezza, che passino a uno stato quasi vegetativo, di passività e indifferenza. Per quanto la perdita possa essere dolorosa, sono solite disporre di maggiori risorse vitali, maggiore resistenza, maggiore capacità per superare e incontrare incentivi nuovi all’esistenza.

Tra tutti è risaputo che le donne leggono di più, da tanti anni; ma anche vanno più al cinema, al teatro, ai concerti e alle esposizioni, e le sale dove si tengono conferenze sono piene di donne. Escono a passeggiare, a curiosare, si trovano con le loro amiche e viaggiano con loro. Ho conosciuto varie donne che già avevano compiuto i novanta (ricordo soprattutto a María Rosa Alonso, studiosa delle Canarie amica dei miei genitori, che ancora mi scriveva con calligrafia ferma e mente chiara e inquieta a cent’anni) e si lamentava del fatto che le mancasse tempo per tutto quello che voleva fare, o studiare, o scoprire. Parlavano con la stessa impazienza di aumentare le proprie conoscenze che si percepisce nei giovani svegli, mantengono intatti il loro entusiasmo, il loro senso dell’umorismo, la loro capacità di indignarsi di fronte a ciò che trovavano ingiusto, il loro calore, la loro pronta risata, il loro affetto senza pacchianeria. Le donne sono sempre state in larga misura l’elemento civilizzatore, quelle che hanno reso la vita più felice e amabile, e anche più affettuosa, e anche più compassionevole. Non serve ricordare che sono le donne quelle che educano in prima istanza e loro quelle assistono e aiutano di più le persone quando la fine si avvicina. In queste donne generose (ci sono anche quelle che non lo sono per niente), la generosità non ha limiti. Ma, al di sopra di tutto, mantengono in gran misura la giovinezza alla quale molti di noi uomini rinunciamo in quanto l’età ce lo reclama. Siamo pochi quelli a non avere piena coscienza degli anni che vanno passando, per adattarci. A numerose donne questo importa poco, per loro fortuna: tanto sono possedute dalle proprie energie di un tempo che non c’è maniera che le abbandonino. “E ce la passiamo alla grande!”. Che durevole è il sorriso che mi provocò quella frase gioiosa che colsi al volo.

Javier Marías