John Dos Passos. Norimberga

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John Dos Passos

Norimberga

La colpa è di Ernest Hemingway (per inciso – uno degli scrittori più sopravvalutati della storia). Fu lui a definire John Dos Passos un autore di seconda categoria. Un’etichetta che gli è rimasta appiccicata addosso per decenni, tanto che le opere dell’autore americano mancavano dagli scaffali. L’aneddoto lo riporta Piero Gelli nella breve postfazione a Tempi migliori. Hemingway disse che Dos Passos era come un pugile suonato, uno di quelli che colpiscono bene solo con una mano. Tutta invidia. Sembra che William Faulkner, nello stilare una classifica dei più grandi autori Usa, avesse inserito Thomas Wolfe al primo posto, se stesso al secondo, Dos Passos al terzo. Il vecchio Ernest doveva accontentarsi della medaglia di legno. Ecco il motivo del risentimento. Ovviamente, Faulkner aveva ragione. Leggete il reportage che segue, tratto da Servizio speciale, testo del 1945 poi ripubblicato da Baldini Castoldi Dalai. Dos Passos racconta il processo di Norimberga da cronista: basta questo per capire chi era davvero di seconda categoria.

Norimberga, 21 novembre

Il presidente Lawrence ha respinto un’istanza della difesa che contestava la competenza della corte e ha concesso una sospensione della seduta per dare tempo agli imputati di consultarsi con i difensori prima delle dichiarazioni di colpevolezza o non colpevolezza. In toni diversi – sfida, offesa, deplorazione – tutti si dichiarano nicht schuldig (non colpevoli) 2. Robert Jackson va al microfono per l’atto d’accusa. Ha fronte ampia e bocca atteggiata a buonumore, capelli tagliati cortissimi sul cranio tondeggiante che gli danno un aspetto giovanile, porta occhiali rotondi. Sembra totalmente assorbito dal compito della giornata che gli sta davanti. Parla piano, mantenendo sempre lo stesso tono esplicativo, senza il minimo segno di supponenza. «Il privilegio di inaugurare il primo processo della storia per crimini contro la pace mondiale è una grave responsabilità.» Gli imputati, tratti forse in inganno dai suoi modi temperati e non pretenziosi, ascoltano dapprima di buon grado. L’avere constatato, durante le dichiarazioni, che le loro voci si sentono nell’aula sembra averli rincuorati. Sono ancora personaggi pubblici, questo almeno gli resta. Il faccione di Göring ha perso l’espressione stizzosa da bambino viziato di quando il presidente gli ha negato il permesso di fare una dichiarazione spontanea. Adesso sta appoggiato allo schienale e ascolta con attenzione quasi indulgente. «Sul banco degli imputati ci sono venti uomini annientati, sotto il duro peso sia dell’umiliazione subìta da coloro ch’essi guidavano sia della sciagura di coloro che avevano aggrediti. La loro capacità personale di fare il male è finita, per sempre…» Man mano che le ore passano, e Jackson, razionalmente, spassionatamente e con mirabile chiarezza pronuncia l’accusa, documentandola con le loro stesse parole, con i loro ordini scritti, l’atteggiamento degli imputati cambia. Si dimenano a disagio sulle sedie. Sussultano e rabbrividiscono al sentirsi citare come evidenze contro di loro frasi tratte dai loro diari segreti. Quando si arriva ai crimini contro gli ebrei, si irrigidiscono in un’attenzione agonica. Alla voce dell’accusatore fa seguito – lacerante, vendicativa eco – quella della traduttrice tedesca. Attraverso lo schermo di vetro a lato del banco degli imputati si vede, tra i luccicanti auricolari, il volto teso della bruna che traduce. Le si legge in faccia l’orrore. Sembra a momenti che le si contragga la gola, al punto di renderle ardua la pronuncia delle terribili parole. Si fanno piccoli per la paura, adesso. Frank ha gli occhi fuori dalle orbite. Rosenberg si passa sul viso una mano irrigidita. La faccia di Schacht è come solcata da profonde rughe d’incubo. La testa di Streicher penzola come se stesse staccandosi dal collo per cadere a terra. Jackson tira avanti con calma e con metodo a descrivere le nefandezze di quei folli. Ogni tanto ha un momento di perplessità, quasi stentasse a credere alle carte che sta leggendo. La sua è la voce di un uomo ragionevole stravolto dai crimini di cui è venuto a conoscenza. La riecheggia la voce acuta e strozzata dell’interprete, incombendo sul banco degli imputati come un tafano. I capi nazisti torcono la bocca e fissano la luce bianca dell’aula. Forse per la prima volta si vedono come il mondo li vede. «…Direte che vi ho tolto il sonno. Sono queste le cose che hanno dato il voltastomaco al mondo intero.» Jackson passa alla pagina successiva del suo fascicolo. Allentandosi la tensione, si produce un certo movimento nel pubblico. Dietro le finestre di vetro sotto il soffitto si scorgono i volti tesi dei fotografi. Da qualche parte si ode il lieve ronzio di una macchina da presa. Un pallido soldatino – potrebbe essere un alunno delle superiori che va alla lavagna ad aiutare l’insegnante – solleva arrotolandola la tela bianca della parete laterale scoprendo una carta geografica su cui, con linee colorate, sono indicate le tappe dell’aggressione nazista. Con la voce pacata di un professore che fa una lezione di storia, Jackson comincia a esporre le vicende dell’attacco all’Europa, ogni tanto additando la carta. Gli imputati siedono attenti, a busto eretto. Guardare la carta è un sollievo. Ad alcuni passa sul viso un lampo d’orgoglio, pensando a come sono arrivati vicini alla vittoria. Sono riusciti a ricomporsi. Ribbentrop si è tolto gli occhiali e si sfrega gli occhi affaticati con la punta delle dita. Göring esce accompagnato da due guardie per andare al gabinetto: vacilla, inciampa come se gli si fossero offuscati gli occhi, ma quando ritorna ha un’aria baldanzosa e boriosa, e quasi un sorriso sul faccione grassoccio. Soltanto Hess è ancora accasciato sulla sedia, le scarne bluastre mascelle chine sul petto, incurante di tutto. Austria Cecoslovacchia Polonia, scorre la storia dei primi anni di guerra. Gli imputati stanno sempre eretti sulle sedie, ascoltando l’enumerazione delle loro vittorie. Non ci rendiamo conto del trascorrere del pomeriggio e a poco a poco smettiamo di guardare le facce allineate degli imputati. Jackson, con voce più ferma e alta, è passato a esporre la teoria secondo cui la guerra di aggressione è di per sé un crimine alla luce del diritto delle nazioni. «Applicare le sanzioni di legge a coloro di cui si assoda una condotta criminale sulla scorta delle norme che ho delineate è la responsabilità di cui è stato investito questo tribunale. È la prima corte che si assume il difficile compito di superare la confusione di lingue e le contrastanti concezioni che nei diversi sistemi giuridici si hanno della retta procedura, per arrivare a una sentenza condivisa… Qui la parte civile è la civiltà stessa… È lei a parlarci del logorio della carne, dell’esaurimento delle risorse, della distruzione del bello o dell’utile in tanta parte del mondo… Lei a domandarsi se così pigra è la legge da risultare impotente nei confronti di crimini di questa grandezza, commessi da criminali di questa importanza.» Jackson ha concluso. La Corte si alza, e così pure la gente, allontanandosi lenta e meditabonda dai posti a sedere. Penso proprio che nessuno dei presenti nell’aula non si sia reso conto della grandezza e dell’arditezza delle parole che sono state proferite. Quanto a noi americani, ci alziamo sentendoci un tantino orgogliosi, perché sono uscite dalla bocca di un nostro compatriota.