Pubblicato per la prima volta nel 1965 e più volte rivisto dall’autore negli anni successivi, “Il Mago” (The Magus) – da oggi finalmente per la prima volta in Italia nella versione del 1977 e da oggi nelle librerie per Safara’ editore nella traduzione Gioia Zannino Angiolillo e Lucrezia Pei con curatela di Lucrezia Pei e Pasquale Donnarumma- è uno dei romanzi più enigmatici, affascinanti e discussi del Novecento. John Fowles, già noto al grande pubblico per “La donna del tenente francese”, con quest’opera compie un passo ulteriore nell’esplorazione dei temi che gli sono cari: la libertà individuale, il rapporto tra realtà e illusione, il peso delle scelte morali e la difficoltà di orientarsi in un mondo in cui le verità sono sempre molteplici, sfuggenti, contraddittorie.
Il protagonista, Nicholas Urfe, è un giovane inglese disincantato e insicuro, che cerca di sfuggire alla noia e al conformismo della società londinese accettando un posto come insegnante in una scuola privata su un’isola greca. Qui conosce il misterioso Maurice Conchis, un uomo ricchissimo e colto che abita una villa isolata e che lo introduce, lentamente e con metodo, in un intrico di rappresentazioni teatrali, esperimenti psicologici e messe in scena che sfidano continuamente la percezione della realtà. Nicholas non sa mai se ciò che vede è vero, se i personaggi che incontra recitano o agiscono spontaneamente, se le storie narrate da Conchis siano frutto di fantasia o di esperienze realmente vissute.
La forza del romanzo risiede proprio in questa ambiguità radicale. Fowles costruisce una narrazione labirintica, che procede tra rivelazioni e smentite, promesse e inganni, seduzioni e umiliazioni.
Il lettore, insieme al protagonista, è trascinato in un gioco di specchi in cui ogni certezza si sgretola. L’effetto è spesso perturbante: si ha la sensazione di muoversi in un grande esperimento esistenziale orchestrato da una mente superiore, dove nulla è gratuito e tutto rimanda a una lezione più profonda, sebbene mai esplicitata fino in fondo.
Conchis, figura centrale del romanzo, è al tempo stesso un burattinaio, un mentore, un manipolatore e un filosofo. La sua “magia” non è soprannaturale, ma fondata sulla psicologia, sull’arte, sulla capacità di creare illusioni e di costringere gli altri a confrontarsi con le proprie paure e i propri desideri. È un novello Prospero shakespeariano, capace di evocare scenari e di dissolverli subito dopo, un demiurgo che costringe Nicholas a guardarsi dentro e a scoprire la fragilità del proprio io.
Dietro l’artificio narrativo, Fowles mette in scena un grande interrogativo: sino a che punto l’uomo è libero? Le esperienze vissute da
Nicholas, per quanto dolorose e umilianti, hanno lo scopo di costringerlo a maturare, a prendere coscienza della responsabilità che ogni scelta comporta. In questo senso “Il Mago” dialoga con “La donna del tenente francese”, altro romanzo che esplora la tensione tra determinismo e libertà, tra vincoli sociali e possibilità di emancipazione. Tuttavia, se nel libro ambientato nell’Inghilterra vittoriana la riflessione passa attraverso il gioco postmoderno con le convenzioni del romanzo ottocentesco, ne “Il Mago” assume la forma di un’esperienza iniziatica, quasi esoterica, dove la dimensione psicologica si intreccia con quella filosofica.
Lo stile di Fowles, ricco e al tempo stesso controllato, alterna descrizioni minuziose a passaggi di grande intensità lirica. La prosa si fa strumento di seduzione e di destabilizzazione, rispecchiando il tema centrale dell’inganno e della ricerca di verità. Il lettore si trova costretto a condividere lo stesso destino del protagonista: dubitare di tutto, accettare l’incertezza, abbandonarsi a un percorso che non garantisce risposte definitive.
Non a caso, Il Mago è un romanzo che ha diviso critica e pubblico. Alcuni lo hanno accusato di eccessiva prolissità e di compiacimento intellettuale; altri lo considerano un capolavoro visionario, capace di tradurre in forma narrativa le inquietudini dell’uomo moderno. Resta il fatto che difficilmente lascia indifferenti: è un libro che mette alla prova, che richiede pazienza, attenzione, disponibilità a perdersi e a lasciarsi manipolare dall’autore stesso, che condivide con Conchis il ruolo di “mago” narrativo.
“Il Mago” è un’opera che non si lascia mai ridurre a una sola chiave di lettura. È un romanzo di formazione, ma anche un’indagine filosofica sulla libertà; un thriller psicologico, ma anche un’allegoria teatrale; un viaggio dentro la coscienza individuale, ma anche una riflessione sul potere dell’arte e della finzione. Leggerlo significa accettare di entrare in un labirinto senza uscita sicura, dove ogni porta aperta conduce a nuove domande.
Gian Paolo Serino
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Sono nato nel 1927, figlio unico di genitori della classe media, inglesi tutti e due, nati a loro volta – e mai abbastanza superiori alla storia da sottrarsene – all’ombra grottescamente allungata di quel nano mostruoso che fu la regina Vittoria. Venni spedito in collegio, sprecai due anni con il servizio militare, andai a Oxford; e lì cominciai a capire che non ero la persona che volevo essere.
Già molto tempo prima mi ero reso conto che non avevo i genitori e gli antenati di cui avrei avuto bisogno. Mio padre, perché aveva l’età giusta al momento giusto e non certo per un grande talento professionale, era generale di brigata; e mia madre era esattamente come doveva essere la moglie di un aspirante generale di divisione. Cioè, non discuteva mai con lui e si comportava sempre come se fosse in ascolto nella stanza accanto, anche quando era a migliaia di chilometri. Durante la guerra vidi pochissimo mio padre, e nelle sue lunghe assenze mi costruivo di lui una concezione più o meno immacolata, che generalmente – la metafora è banale ma appropriata – demoliva entro le prime quarantotto ore di licenza.
Come tutti gli uomini non proprio all’altezza del loro mestiere, era pignolo sulla forma e sulle piccolezze di ogni giorno; e al posto dell’intelligenza aveva accumulato un armamentario di parole chiave scritte con la maiuscola, come Disciplina e Tradizione e Responsabilità. Se mai osavo – e accadeva di rado – discutere con lui, tirava fuori una di queste parole totem e con quella mi prendeva a nerbate, come di sicuro domava i suoi subalterni nelle stesse circostanze. Se nonostante questo la vittima rifiutava ancora di sdraiarsi e morire, lui perdeva il controllo o, in un certo senso, decideva di perderlo. Per mio padre il controllo era come un cane rabbioso, e se lo teneva sempre vicino.
Secondo una tradizione che era più un desiderio che una realtà, la nostra famiglia era emigrata dalla Francia dopo la revoca dell’Editto di Nantes – nobili ugonotti vagamente imparentati con Honoré d’Urfé, autore de L’Astrea, fortunatissimo romanzo del Diciassettesimo secolo. Certo, escludendo un’altra parentela altrettanto poco dimostrata con Tom Durfey, l’amico imbrattacarte di Carlo II, nessun altro dei miei antenati ha mai dato prova di qualsiasi inclinazione artistica: una generazione dopo l’altra di capitani, ecclesiastici, marinai, nobili di provincia, contraddistinti solo dall’uniforme mancanza di una qualsivoglia qualità che li facesse in qualche modo emergere e da una spiccata tendenza a giocare d’azzardo, e a perdere. Mio nonno aveva quattro figli maschi, due dei quali sono morti nella Grande Guerra; il terzo scelse un modo equivoco di liquidare le conseguenze della sua atavica vocazione (i debiti di gioco) e scomparve in America. Mio padre, un fratello minore con tutte le caratteristiche che si presuppongono nei maggiori, non ne parlava mai come se fosse ancora in vita; e io non ho la minima idea se sia ancora fra noi, o addirittura se esista qualche cugino sconosciuto dall’altro lato dell’Atlantico.
Durante gli ultimi anni di scuola mi resi conto che quello che davvero non andava nei miei genitori era il loro totale disprezzo per il genere di
vita che volevo vivere. Ero “bravo” in inglese, alcune mie poesie uscirono con uno pseudonimo sul giornale della scuola, consideravo D.H. Lawrence il personaggio del secolo; i miei genitori certo non avevano mai letto Lawrence e probabilmente non avevano mai sentito parlare di lui se non in relazione a L’amante di Lady Chatterley. C’erano cose, una certa dolcezza emotiva in mia madre o qualche volta un’allegria euforica in mio padre, che avrei potuto tollerare in dosi più alte; ma di loro mi piacevano sempre quegli aspetti per cui non volevano essere apprezzati. Quando compii diciotto anni, e Hitler era già morto, per me ormai erano le peJohn Fowles rsone che mi mantenevano e basta, quelle verso cui ero tenuto a dimostrare una simbolica gratitudine, ma per le quali non potevo provare molto di più.
Avevo due vite. A scuola mi ero fatto una piccola fama di cinico e di esteta del tempo di guerra. Ma mi aspettava il reggimento: Tradizione e Sacrificio me lo imponevano. Io insistetti, fortunatamente appoggiato dal direttore della mia scuola, che dopo avrei voluto andare all’università. Durante il servizio militare continuai a fare una doppia vita, interpretando, con un certo disagio, la parte di figlio del generale di brigata “Blazer” Urfe in pubblico, e leggendo nervosamente il Penguin New Writing e libretti di poesia in privato. Appena mi fu possibile, mi feci smobilitare.
Nel 1948 andai a Oxford. Al mio secondo anno al Magdalen, poco dopo le vacanze estive, durante le quali avevo visto a malapena i miei genitori, mio padre dovette andare in India. Portò con sé mia madre. Il loro aereo precipitò, un rogo ad alto numero di ottani nell’infuriare di un temporale a circa sessanta chilometri a est di Karachi. Passata la prima emozione, provai un quasi immediato senso di sollievo, di libertà. L’unico parente prossimo che mi rimanesse, il fratello di mia madre, faceva l’agricoltore in Rhodesia, così non ci fu più nessun familiare a porre ostacoli a quello che consideravo il mio vero io. Posso essere stato scarso in carità filiale, ma nel credo in voga allora andavo forte.
O almeno, con un gruppo di altri nonconformisti del Magdalen, ero convinto fosse così. Fondammo un piccolo club chiamato Les Hommes Révoltés, bevevamo sherry molto secco e (in segno di protesta contro quei cenciosi anni del montgomery di fine Quaranta) alle nostre riunioni ci vestivamo in completo grigio scuro e cravatta nera. Lì parlavamo di essere e nulla, e chiamavamo “esistenzialista” un certo modo illogico di comportarsi. Gente meno illuminata lo avrebbe definito capriccioso o semplicemente egoista; ma non ci rendevamo conto che gli eroi, o antieroi, dei romanzi francesi che leggevamo non volevano essere realistici. Cercavamo di imitarli, prendendo le descrizioni metaforiche di complessi modi di sentire per chiare norme di comportamento. Provavamo debitamente le giuste angosce. La maggior parte di noi, fedele all’eterno dandismo di Oxford, voleva solo sembrare diverso. Nel nostro club, ci riuscivamo.
Acquisii abitudini costose e modi ricercati. Mi presi una laurea mediocre e coltivai un’illusione brillante: quella di essere un poeta. Ma nulla avrebbe potuto essere meno poetico della mia noia blasé verso la vita in generale e il guadagnarmi da vivere in particolare. Ero troppo ingenuo per sapere che ogni cinismo nasconde un’incapacità di affrontare la vita, insomma un’impotenza; e che sdegnare ogni sforzo è lo sforzo più grande di tutti. Ma assorbii una piccola dose di qualcosa che mi fu sempre utile, il più grande dono di Oxford alla nostra civiltà: un’onestà socratica. La quale mi dimostrò, in modo molto discontinuo, che non basta ribellarsi al proprio passato. Un giorno, parlando tra amici, mi espressi in toni fin troppo amari nei confronti dell’esercito; più tardi, tornato a casa, mi colpì all’improvviso il pensiero che affermare impunemente cose che avrebbero fatto venire un colpo al mio defunto padre non significava certo che non subissi ancora tutta la sua influenza. La verità è che non ero cinico per natura; solo per ribellione. Avevo abbandonato quello che odiavo, ma non avevo trovato un posto da amare, e così fingevo che non se ne potesse amare nessuno.
Con tutte le carte in regola per il fallimento, entrai nel mondo. Nel suo armamentario di parole essenziali, mio padre non aveva messo quelle di Prudenza Finanziaria; aveva goduto di un credito ridicolmente alto presso il noto allibratore Ladbroke e i suoi conti alla mensa militare raggiungevano sempre proporzioni sbalorditive, perché gli piaceva essere popolare e invece di fascino era costretto a dispensare alcool.