John Smolens, Margine di fuoco

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Quando l’amore è ossessione e possesso, quando l’amore non c’è. E tutto porta giù nel marasma dove la soluzione si confonde e allontana sempre di più. Impossibile, allora, districarsi da una situazione che non prevede vie d’uscita: non ci sono, è semplice. “La sua filosofia, se ne aveva una, era che le cose in questo mondo dovrebbero essere a piombo, in pari e a squadro, ma non lo sono quasi mai”: questo crede Pearly, cugino di uno dei protagonisti del romanzo, lui invece così pieno di gentilezza e affetto, così pronto a dare una mano a tutti e a stare nell’ombra, immolandosi.
Eppure sembra una storia come tante altre, protagonisti due adolescenti di “Whitefish Harbor, nella Upper Peninsula del Michigan, un paesino su un promontorio collinare che si protende verso il Lago Superiore”, 19 anni appena e una vita già segnata in partenza. Sean ha messo incinta Hannah e il padre di lui, poliziotto locale, l’ha mandato ad Ascoli Piceno a fare addestramento nell’aeronautica; pagando a lei le spese per l’aborto. Hannah è piegata da quel dolore, dal rifiuto che diventa emarginazione e stigma: può essere solo una di quelle ragazze. “Nell’approccio di Hannah al sesso c’era un che di convulso e disperato. Sembrava determinata a raggiungere un orgasmo e, subito dopo, era completamente spossata. Era un’auto-negazione, un purgante, come se soltanto in quei momenti di abbandono lei potesse espellere del tutto qualsiasi coscienza, qualsiasi memoria di chi o cosa era. Una volta, a cosa fatte, aveva detto: “Per un minuto, non c’è stato altro che questo.”
Poi, però, Hannah incontra Martin, di dieci anni più grande, e insieme ristrutturano la vecchia casa della zia di lui, dove, dopo parecchie traversie, vanno infine ad abitare. Il problema (classico) è che Sean, a causa di qualche fattaccio commesso ad Ancona – che si svela solo molto avanti nella narrazione -, viene congedato dall’esercito e torna in città. Scontato che le cose che male sono cominciate ancora peggio debbano proseguire. “Fu allora che capì che aveva paura, che la tensione nervosa che la attanagliava – le tremavano leggermente le mani – era causata da una paura che lei non aveva mai conosciuto prima, e in quell’istante capì anche questo: era una paura che andava nascosta”.  E’ così che deve vivere Hannah, a causa dei reiterati incontri con Sean, un ragazzo cresciuto con i diktat e le durezze del padre, con la (mai troppo) velata tendenza al bere della madre; un ragazzo che deve attraversare lungamente quell’inferno di violenza per riapprocciarsi alla vita con sentimenti puliti. “Talvolta aveva la sensazione che, se solo fosso riuscito a identificare la radice del problema, il momento in cui la sua vita aveva preso quella decisiva piega sbagliata, sarebbe potuto tornare a quel momento, e avrebbe potuto fare qualcosa di diverso che avrebbe cambiato tutto ciò che ne era conseguito. Non sapeva cosa fosse, però sapeva che lo stava annientando, lo stava schiacciando, giù tra i cuscini di quel divano”.
Qualcuno deve pagare perché le cose tornino a posto. E qualcun altro deve sopportarne le conseguenze, con la pazienza e l’amore che sembrerebbero impossibili da provare, all’inizio, soprattutto vivendo in una cittadina asfittica e pettegola dove l’abitudine al bere è solo la chiave per capire che hanno tutti bisogno di dimenticare il tedio di un’esistenza marginale. La soluzione sta allora nella pazienza, che è la qualità di chi non ha altri grilli per la testa che donarsi, completamente, nonostante quella vita di stenti e spaventi, nonostante non si veda via d’uscita. E si palesa solo attraversando il margine del fuoco.