John Steinbeck inedito. Il dovere di ogni vero scrittore

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John Steinbeck

Il 31 maggio 1957 il drammaturgo Arthur Miller, nel pieno della caccia alle streghe maccartista, fu giudicato colpevole di vilipendio al Congresso per aver rifiutato di rivelare i nomi dei membri del circolo letterario che aveva frequentato, associazione sospettata di avere legami con il comunismo. La sua condanna fu commutata il 7 agosto del 1958 dalla corte d’appello. A prendere le difese dell’amico fu all’epoca lo scrittore John Steinbeck con un articolo sull’Esquire. Sono passati 50 anni dalla morte dell’autore di Pian della tortilla, Uomini e topi e Furore ma i suoi scritti sempre di un’attualità sconcertante.

L’autodidatta nato in California, il lavoratore cresciuto a Salinas, il cantore della “Grande Depressione”, degli scioperi e della denuncia sociale, delle storie di braccianti, contadini ed emigranti, si scaglia qui contro il maccartismo, proprio lui feroce anticomunista. In questo scritto inedito Steinbeck ribadisce la missione dello Scrittore, il dovere di essere ovunque, capire e raccontare. Alla presa di posizione a difesa degli umili ed emarginati della letteratura dei suoi esordi, si affianca la difesa presente (e futura) della comunità di cittadini americani e del suo stile di vita. Non è un’ideologia politica, né tantomeno di sinistra. È quell’American way of life che “nessuno sa definire né indicare una persona che lo viva, ma è ugualmente reale” e che porta a coltivare l’ambizione sana di “essere saggi giusti compassionevoli e nobili”, speranze che il Congresso sembrava tradire nel tentativo di salvare il paese dall’attacco rosso. La “predisposizione realista alla speranza” (atteggiamento di stile e di vita per lo scrittore) si scontrerà proprio con l’aderenza alla nuova stagione americana: quelli del processo a Miller sono gli anni che porteranno Steinbeck al Nobel ma anche quelli che culmineranno nell’assassinio Kennedy. Un’America più paranoica che depressa da cui Steinbeck sarà escluso per molto tempo.

Gian Paolo Serino

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Il processo ad Arthur Miller per vilipendio al Congresso ci avvicina a uno dei dilemmi più strani e spaventosi che un popolo e un governo abbiano mai affrontato. Non è il primo processo di questo genere, e con ogni probabilità non sarà l’ultimo. Ma Arthur Miller è uno scrittore – proprio uno dei nostri migliori. Quello che gli è successo potrebbe succedere a qualsiasi scrittore: anche a me. Dobbiamo affrontare un problema di soluzione tutt’altro che facile. Nessuno sa che cosa farebbe in una data situazione, e di certo molte persone si domanderanno come si comporterebbero se fossero nei panni di Arthur Miller. Io mi domando che cosa farei. Supponiamo che io stia per subire un processo per vilipendio al Congresso come succede a lui. Forse penserei più o meno quello che segue: non c’è dubbio che il Congresso abbia il diritto, per legge, di farmi qualsiasi domanda e di punire il mio rifiuto di rispondere con un’accusa di vilipendio. Il Congresso ha il diritto di fare pressoché qualsiasi cosa sia concepibile. Basta che definisca una situazione o un’azione “un evidente attuale pericolo” per la sicurezza pubblica, la morale pubblica o la salute pubblica. Dato che molti genitori allevano male i figli, l’amore materno potrebbe essere definito un pericolo per il benessere generale. Certo, il Congresso ha il preciso diritto di chiedermi qualsiasi cosa su qualsiasi argomento. La questione è: il Congresso deve avvalersene? Diciamo che la Commissione del Congresso ritenga che il Partito comunista e molti gruppi a esso connessi – a volte arbitrariamente- costituiscano un pericolo reale per il paese. Ebbene, in realtà se non mi iscrivo a qualche organizzazione non è né per virtù né per buon senso. Semplicemente, per natura non sono uno che s’iscrive. A parte i boy-scout e il coro episcopaliano, non ho mai avuto impulsi a far parte di qualcosa. Ma supponiamo che io abbia ammesso di avere partecipato a uno o più di questi gruppi indicati come pericolosi.

In quanto scrittore, ho il dovere di interessarmi a tutto, sento parte della mia professione conoscere e capire ogni genere di persona e di gruppo. Dopo aver ammesso questa mia partecipazione, ora la Commissione mi chiede di fare i nomi delle persone che ho visto alle riunioni di questi gruppi. Spero che allora il mio ragionamento sarebbe il seguente: le persone che ho conosciuto non erano e non sono, secondo la mia valutazione, traditori del paese. Se lo fossero, li denuncerei all’istante. Se do i nomi, è ragionevolmente certo che queste persone verranno convocate e interrogate. In alcuni casi perderanno il lavoro, comunque la loro reputazione e posizione sociale ne risentirebbero. E ricordate che sono persone che in tutta onestà credo siano innocenti. Forse non ritengo di avere quel diritto; penso che fare i loro nomi sarebbe non solo sleale ma proprio immorale. La Commissione mi chiede quindi di commettere un atto immorale in nome della virtù pubblica. Se accetto, calpesto uno dei nostri fondamentali codici di condotta, e se rifiuto sono colpevole di vilipendio al Congresso, condannato alla prigione e multato. Una scelta offende il mio senso della decenza e l’altra mi marchia come colpevole. E questo marchio non si lava. Ebbene, supponiamo che io abbia figli, una proprietà, un posto nella società. La minaccia dell’accusa di vilipendio mette in crisi tutto ciò che amo. Supponiamo che, per preoccupazione o codardia, acconsenta a ciò che mi viene chiesto. Non riuscirei mai a cancellare la vergogna. La storia recente della Commissione non mi rassicura. Da anni leggo quotidianamente la testimonianza di bugiardi e spergiuri confessi le cui accuse sono state usate per distruggere la pace e la felicità di persone che non conosco, e molti dei quali sono stati distrutti senza essere stati processati. Che strada scegliere? Sono in mezzo a due fuochi. Potrei pensare che da una persona che è sleale coi propri amici non ci si possa aspettare che sia leale col proprio paese. La morale non si può fare a fette. Le nostre virtù cominciano a casa nostra. Non cambiano in tribunale, a meno che non ci costringano con la paura. Ma se sono preso tra due orrori, lo è anche il Congresso. La legge, per sopravvivere, dev’essere morale. Costringere un uomo all’immoralità personale, ferire la sua virtù privata, mina la sua virtù pubblica. Se la Commissione mi spaventa a sufficienza, è addirittura possibile che io inventi le cose per soddisfare gli interroganti. Si sa che è successo. Una legge che è immorale non sopravvive e un governo che perdona o promuove l’immoralità è davvero in reale pericolo. Le leggi sul proibizionismo erano disprezzate a livello così generale che ne soffriva la legge nel suo insieme. Abbiamo visto l’Unione Sovietica incoraggiare le spie e i delatori, incoraggiare i figli a denunciare i genitori e le mogli a dare informazioni sui mariti, e ciò ci ha disgustati. Nella Germania di Hitler, era considerato patriottico denunciare amici e conoscenti alle autorità. E noi in America ci siamo sentiti al sicuro da queste cose, superiori. Ma siamo davvero così al sicuro e superiori? I rappresentanti al Congresso devono essere consapevoli della loro scelta terribile. Il loro diritto legale è chiaro, ma non dovrebbero pensare anche alla responsabilità morale? Nel tentativo di salvare il paese dall’attacco, potrebbero benissimo minare la profonda moralità personale che è la difesa finale del paese. Il Congresso è in realtà sotto processo insieme con Arthur Miller. Lasciatemi scambiare ancora di posto con Arthur Miller.

Mi rifiuto di fare i nomi delle persone. Vengo accusato, condannato, mandato in prigione. Se l’accusa fosse omicidio o furto o estorsione sarei soggetto a punizione, perché io come tutti so che queste sono cose sbagliate. Ma se mi mettono in prigione per qualcosa che dalla nascita mi hanno insegnato che è una cosa buona, vado in prigione con un profondo senso di ingiustizia e le onde di quell’ingiustizia sono destinate ad allargarsi come un’infezione. Se sono coraggioso quanto basta per patire per i miei principi anziché salvarmi ferendo altre persone che considero innocenti, mi sembra che la legge ne soffra più di me, e che il vilipendio alla legge e al Congresso sia un disprezzo effettivo, non giuridico. In base alla legge, Arthur Miller è colpevole. Ma sembra anche coraggioso. Il Congresso ritiene di dover perseguire l’accusa contro di lui, mantenere vive le proprie prerogative. Ma non possiamo sperare che i nostri rappresentanti esaminino criticamente questo dilemma? Il rispetto per la legge può essere tenuto alto solo se la legge è rispettabile. Qui c’è un pericolo reale, non per Arthur Miller, ma per il nostro modo di vivere in continua evoluzione. Se fossi nei panni di Arthur Miller, non so che cosa farei, ma potrei desiderare, per me e per i miei figli, di essere abbastanza coraggioso da farmi forza e difendere la mia moralità privata come fa lui. Ho la profonda convinzione che il nostro paese si giovi più del coraggio e della morale dei singoli che del patriottismo sicuro e pubblico che Johnson ha chiamato “l’ultimo rifugio dei farabutti”. Mio padre era un grand’uomo, come deve essere il padre di qualsiasi persona fortunata. Mi ha insegnato regole che non credo siano state abrogate da questi tempi isterici. Queste norme di comportamento non sono state annullate. Mi ha insegnato a glorificare Dio, a onorare la famiglia, a essere leale con gli amici, rispettoso della legge, ad amare il mio paese e a ribellarmi alla tirannia, che venga dal bullo in cortile, dal dittatore straniero o dal demagogo locale. E se questo è tradimento, signori, approfittatene.