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José Ovejero anteprima. Mentre siamo morti

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Una manciata di racconti, sedici in tutto, che si rincorrono come schegge di uno specchio caduto: Mentre siamo morti (Voland 2025, pp. 160, € 18,00, traduzione di Bruno Arpaia) di José Ovejero è una storia che non si lascia afferrare intera, ma che continua a pulsare tra le dita. Siamo negli anni finali del franchismo, quando la luce sembrava voler entrare di forza nelle case, senza riuscirci. In quel paesaggio opaco si muove una famiglia operaia, minuscola e infinita: un figlio che ascolta i rumori del mondo, una madre che trattiene il respiro, un padre che porta addosso la fatica come un odore, e animali che conoscono la strada della fuga meglio di chiunque.

La storia comincia con la morte di un cane — un tonfo secco nella quiete stanca delle periferie — e si chiude con una sepoltura, quando la terra riprende ciò che le spetta. In mezzo, la rabbia dell’infanzia che batte contro le pareti, le crepe dentro casa, la violenza che muta forma come una bestia notturna, il desiderio di scavalcare il muro della propria classe, anche solo per respirare un po’ più in alto. Ovejero non racconta: incide. La sua scrittura è una lama sottile che non fa rumore ma lascia il segno. Ogni frase è un varco aperto nella carne viva dei sentimenti, un bisturi che lavora con mani ferme. Nessuna concessione, nessun velo. Il dolore, quando arriva, arriva intero.

Eppure, in questo mondo così ruvido, c’è un ritmo nascosto, una musica trattenuta che tiene insieme i racconti come se fossero i frammenti di un unico sogno inquieto. Vita e morte si guardano da due rive, la verità veste i panni della menzogna, e la memoria, fragile come vetro, rischia a ogni pagina di andare in frantumi. Ovejero lo sa, e per questo scrive come chi attraversa una stanza buia con una candela tremante: illumina l’essenziale, lascia il resto nell’ombra.

In questo libro ogni racconto è un travestimento che rivela invece di nascondere. Quello che rimane è una ferita lucida, una verità che non consola ma continua a vibrare, come un’eco che sale dalle profondità.

Ovejero accompagna il lettore fin lì, dove le emozioni non si lasciano addomesticare. E ciò che racconta somiglia terribilmente a quello che, in qualche modo, abbiamo vissuto tutti. Per questo Mentre siamo morti non è soltanto un libro: è un ritorno nell’ombra da cui veniamo. Un luogo dove i morti osservano, e i vivi imparano a ricordare.

Nancy Citro

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Tutti i cani che abbiamo avuto in famiglia finivano per impazzire. Questo è un modo di iniziare la storia.
Mia nonna si è lasciata morire per vendicarsi di mio padre.
Questo sarebbe un altro modo di iniziare, e non so quale sia il migliore.
In realtà le due storie sono la stessa.
In realtà si tratta di due storie che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra.
È il brutto dello scrivere, sapere che stai imponendo alla vita una logica e una struttura di cui è priva.
È il bello dello scrivere, poter mettere in ordine il mondo anche se solo per qualche pagina. Tutti i cani. Mia nonna. Due modi di iniziare una storia per raccontarne forse una terza.
Per esempio, quella di un cane di cui non ricordo il nome.
Forse si capirebbe tutto meglio se raccontassi la storia del cane che avevamo, ma non so se voglio farlo. Non voglio, ma è necessario. Così si capiranno meglio le altre storie. Così le capirò meglio io.
Il cane era pazzo. Dico il cane perché ripeto che non ricordo il suo nome: lo chiameremo Cane. Però ricordo che Cane era piccolo e scarmigliato, color caffellatte, e faceva giri in giardino a velocità incredibile come se inseguisse qualcuno o se lo inseguissero, correndo sul prato lungo una pista invisibile per gli altri. Giro dopo giro. Io all’inizio ridevo, perché era ridicolo mentre correva come se avesse senso farlo, come se stesse vivendo un’esperienza molto intensa che noialtri non capivamo. Era divertente vederlo correre senza andare da nessuna parte. All’inizio. Poi ha cominciato a ricordarmi le persone che per un problema nervoso non possono smettere di ripetere senza tregua un determinato gesto con la mano o con la testa e sono consapevoli del gesto, e anche che la gente li osserva di nascosto, ma non possono evitare di farlo, loro il gesto e la gente di osservarli.
Mio padre aveva portato Cane un pomeriggio tornando dal lavoro. L’aveva lasciato libero in giardino e sorrideva sentendo le lamentele di mia madre.
Mia madre si infuriava quando mio padre portava dei cani a casa. Anche quando portava dei conigli. I cani erano vivi. I conigli erano morti. E lei doveva occuparsi dei primi e scuoiare i secondi. Mio padre si limitava a sorridere mentre mia madre protestava. E continuava a portare cani vivi e conigli morti. I cani si rimpiazzavano via via gli uni con gli altri; i conigli si ammucchiavano nel congelatore.
Cane smise all’improvviso di correre e cominciò a immaginare che correva. Non soltanto erano inventati il nemico o la preda, anche l’azione. Invece di fare giri in giardino, si stendeva a terra a pancia in su e muoveva le zampe molto in fretta fino a rimanere esausto. Non ridevamo più di lui né lo aizzavamo.
Nell’ultima fase, prima della sua scomparsa, gli attacchi lo lasciavano soltanto steso sul prato mentre cacciava schiuma dalla bocca.
Qui posso fermarmi per mettere in relazione la storia di Cane con quella di tutti i nostri cani: a casa mia tutti i cani impazzivano. Alcuni in modo assurdo, come questo, altri con più intelligenza, come Tula, un segugio per il quale non sono mai arrivato a provare affetto. In realtà non ho mai provato affetto per i miei cani perché così non soffrivo quando mio padre li maltrattava. Quello è stato un insegnamento per la vita: se non ti affezioni, non si soffre.

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