Juan Rodolfo Wilcock riedito. Il libro dei mostri

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Sono passati cinquant’anni dall’ultima pubblicazione de Il libro dei mostri di Rodolfo Wilcock, tornato in libreria grazie ad Adelphi. Che ci restituisce questo splendido “bestiario” che sfugge a qualsiasi catalogazione, in un’iperbole del surreale e del grottesco, su cui primeggia un elemento su tutto: l’impressionante capacità di Wilcock di costruire immagini. Così i personaggi mostruosi che animano la sua galleria sembrano uscire con forza dalla pagina scritta, prendendo corpo come esempi eccellenti dell’assurdità e dell’incomprensibilità che caratterizza l’umano. Così il Fantastico e il Reale diventano un’unica materia da plasmare: mostruosità e aberrazioni non sono altro che lo specchio della “normalità”. La schiera multiforme e perturbante formata dai diversi Piramide Veso, Angolo Spes, Berlo Zenobi e Arrigo Ploz è multiforme e perturbante a partire dal nome, che disvela altrettante vite strambe e a volte inquietanti. Lo sguardo di Wilcock è senza pietà, colpisce ipocrisie arrivismi e conformismi, e il viaggio fantastico in salsa surreale e grottesca rendono la mannaia ancora più deliziosa.

Paolo Melissi

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È molto raro o addirittura impossibile che gli uomini si mettano d’accordo in tema di bellezza, eppure tutti sono d’accordo nel riconoscere che Anastomos è bellissimo. È tutto fatto di specchi, o per essere precisi tutto ricoperto di specchietti, più piccoli sul viso, più larghi sulla schiena e sul petto. Anche gli occhi sono specchi, grossi specchietti mo bili azzurri nei quali ci si vede riflessi su uno sfondo turchino come in un cielo felice, come in acque irresistibili. Alla luce del sole, sulla spiaggia, è un’apparizione così abbagliante che la gente rimane a bocca aperta, e non osa avvicinarsi, colta da una specie di terrore stupito come davanti a qualcosa di sacro e di intoccabile, solo i bambini gli corrono dietro; quando entra poi nel mare, tra le onde spumose, è un tale riverbero reciproco di scintille iridate dagli specchi alle gocce e dalle gocce agli specchi, che sembra di vedere una divinità primordiale dalla forma umana sorgere dall’acqua e dal fuoco contemporaneamente.

E forse è una divinità, perché non è concesso agli uomini di essere così belli. Nei suoi specchi vediamo riflesse quelle cose che veramente, senza ipocrisia, amiamo; non le cose umane, così afflitte di caducità e di mutamento, bensì gli alberi e le nuvole, gli uccelli e i fiori, le cascate e le isole, gli astri e le fiamme, tutto ciò che nella nostra mortalità sentiamo come eterno, e che non ameremmo se non lo sentissimo, oscuramente, intoccabile. Anche Anastomos, se è per questo, è intoccabile: nessuno oserebbe mettere le dita sui suoi specchi, queste dita che anche quando sono più pulite, sempre sporche sono. Con la sua pelle di specchi, Anastomos è per noi la geometria, quindi la musica.