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Kader Abdolah anteprima. Quello che cerchi sta cercando te

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Una lingua di seta che si stende tra montagne e fiumi, tra città polverose e bazar pieni di voci. Quello che cerchi sta cercando te (Iperborea 2025, pp.496, € 20,00, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo) è un viaggio affascinante tra Oriente ed Occidente che Kader Abdolah intraprende insieme al lettore.

Era il 1207, l’anno in cui un bambino nacque a Balkh, sotto cieli antichi e libri che parlavano di mondi lontani — ma la storia era pronta a cambiare la sua traiettoria. L’invasione di Gengis Khan si avvicinava come un vento feroce, e la città, con le sue torri e le sue madrase, tremava già sotto la minaccia. Il bambino fuggì con suo padre, e da quel momento il tempo si fece nomade. Rumi attraversa la Via della Seta come chi attraversa sé stesso: Baghdad, Aleppo, La Mecca, e infine Konya, dove la luce del Sole di Tabriz lo incontra. Shams appare come un’ombra luminosa, come un richiamo che dissolve le regole del mondo e accende il cuore di una poesia senza fine. In quella città nuova, tra casa e famiglia, Rumi impara che l’amore può essere anche ferita, che la gioia può nascere dal dolore, e che ogni parola è un filo capace di unire l’anima all’infinito. Kader Abdolah guarda Rumi attraverso lo specchio dell’esilio. Iran, Paesi Bassi, lingue diverse: ogni passo è memoria e nostalgia. Abdolah non racconta solo la vita del mistico, la trasfigura. Le poesie si intrecciano ai racconti, le storie si piegano ai pensieri, e il lettore cammina tra Medioevo e presente, come chi percorre un ponte sospeso sul tempo. Lo stile di Abdolah è lento e musicale, fatto di frasi che respirano, di immagini che si posano leggere e poi esplodono nella mente. La voce dell’autore diventa un luogo dove la storia non è cronaca ma esperienza dell’anima, dove l’esilio non è pena, ma occasione di incontro e trasformazione. Leggere Abdolah significa ascoltare una lingua che vibra tra secoli e continenti, percepire la nostalgia e la gioia insieme. Rumi diviene un compagno che continua a parlare, attraverso il silenzio e la luce delle parole, al cuore di chi sa ancora ascoltare.

Nancy Citro

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Come nell’allegoria di Platone, dopo la morte di Termezi Rumi visse per cinque anni come chiuso in una caverna, all’ombra della realtà, scrivendo poesie che erano solo un riflesso delle sue vere poesie.

L’anziano incisore d’oro era il suo unico sostegno, ma non poteva aiutarlo oltre, perché non sapeva niente né di libri né di mistica.

Nel bel mezzo di quel periodo frenetico, in cui Rumi era ovunque, ma quasi mai a casa, sua moglie Gowhar Kathun morì. La causa della sua morte non è scritta in nessun documento. Del resto, quasi non abbiamo notizie di lei, viene menzionata solo brevemente. Sappiamo che era la figlia di un noto studioso, la moglie di Rumi e la madre dei loro figli.

Dopo la morte della moglie, Rumi affidò la casa a un vecchio servitore che da quel momento si occupò anche dei suoi figli.

Era rimasto vedovo da poco quando conobbe un’altra donna. Fu in occasione di una festa a casa di una famiglia benestante, la donna si chiamava Kera Banu. Era divorziata e aveva due figli: un maschio di dieci anni e una femmina di dodici. Rumi la sposò nel giro di breve e la portò a casa con i due bambini perché si prendesse cura anche dei suoi figli.

Kera Banu era una donna colta e di rango. Fece del suo meglio per assicurare a Rumi pace e serenità, ma scoprì ben presto che era un’impresa impossibile. Lui preferiva cercare la tranquillità da Zarkub, che lo seguiva come se fosse la persona più importante della sua vita.

Mentre non sappiamo quasi niente della prima moglie, su Kera Banu abbiamo molte informazioni, anche se in realtà non riguardano tanto lei quanto la giovane figlia in un momento specifico della sua esistenza, intorno ai quattordici, quindici anni. Si chiamava Kimia. Senza volerlo, la giovane e bella Kimia causò a Rumi un dolore indimenticabile e senza rimedio. In realtà la vita aveva generato questa fanciulla per aiutare Mowlana Rumi a uscire dalla cosiddetta caverna di Platone. Ma adesso Kimia aveva solo dodici anni e non attirava ancora l’attenzione di nessuno. Il nuovo matrimonio non aveva cambiato la vita di Rumi, che continuava a sentirsi smarrito e a cercare il senso della vita nei libri di filosofia. Fu ancora una volta Platone a dargli un’idea.

Secondo la mitologia greca, l’uomo in origine era stato creato con quattro braccia, quattro gambe e una testa bifronte. Ma Zeus, il re degli dèi, era geloso del potere che gliene derivava e per questo lo divise in due esseri distinti, condannandolo a cercare per tutta la vita l’altra metà.

Partendo da questo mito, Platone argomentò che l’amore nasce insieme a ogni essere umano, e che è l’amore a cercare l’altra metà perché la ferita della natura umana possa guarire.

Rumi non aveva ancora trovato la sua metà. La cercava e aveva letto da qualche parte «Quello che cerchi sta cercando te.» C’era qualcosa di speciale in quella frase; gli pareva uno dei codici segreti della vita. Predicava quelle parole, ma nemmeno lui riusciva ancora a comprenderne il significato.

Che cosa cercava in realtà?

Non avrebbe saputo dirlo, ma continuava a cercarlo.

Un giorno, seduto sul suo cavallo, Rumi attraversò il bazar di Konya scortato dai suoi seguaci. Un anziano che pareva un filosofo afferrò di colpo le redini e disse: «Siete il famoso Mowlana Rumi?»

«Sì, sono io», rispose lui, senza sapere che la vita gli stava giocando uno dei suoi grandi scherzi.

«Vi stavo cercando», disse l’uomo.

E accadde ciò che doveva accadere.

Rumi invitò il viaggiatore a casa sua, si accomodarono insieme nella sua stanza e chiusero la porta a chiave.

Quell’uomo si chiamava Shams di Tabriz.

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