La cura

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Non abbiamo imposto noi agli altri di esserci o di restare, e nemmeno abbiamo preteso che ci vivessero accanto, o forse sì.

In quelle circostanze, non c’era alcuna possibilità di chiedere a Ogma di non andare.

Il giorno che decisi sarebbe stato l’ultimo insieme, lui aveva già visto il futuro e attendeva quel presente.

Nell’indecisione della più triste delle scelte, gli cucinai un uovo fritto: se lo concedeva di rado, ma ne andava matto.

Lo rifiutò, quasi fosse nauseante, anzi lo gettò lontano senza indugio, con un breve vigore che ripristinava la sua innata regalità: era stato immensamente grande.

Poi l’auto, sotto casa… Salì a bordo tremando non per il motore acceso, ma per le esigue forze. Lo aiutai a scendere dopo soli dieci minuti di viaggio: mi guardò negli occhi, oltre gli orizzonti dello sguardo, per confortarmi che fosse la cosa giusta e mi disse:

«Non hai mai sbagliato nulla, per me».

Aspettammo il nostro turno, mimetizzando le invisibili lacrime di entrambi con la falsa attesa di prossime allegrie, per non sbagliare gli istanti più preziosi, prima dell’addio.

«Non importa cosa…», diceva sempre, «Facciamolo con gioia».

L’acciaio dell’inverno che sgocciola via, le parole spruzzate simili all’odore chimico del pulito, i documenti firmati con la coscienza dell’ultima pioggia… infine un colpo possente di cuore: potente quanto occorra per difendere un residuo di vita lungo otto centimetri, come l’ago estratto di una siringa. Ogma era morto.

Ogma era morto: tra i miei piedi, tra le mie carezze, tra la mia fatica a tratti inutile e monca: «Coraggio, sino alla fine non lasciargli scorgere il tuo dolore, lascialo morire nel sorriso», mi sforzavo…

L’essere vivente che mi aveva cucito una vita addosso era morto. Il mio unico cane, il mio solo amore limpido e sincero, era morto.

Dopo otto notti feci un sogno.

In un distopico presente io e Ogma eravamo seduti al tavolo di un lussuoso ristorante. Il cameriere era il mio professore di Diritto Costituzionale: un esame che equivalse a un’indigestione di limoni.

Il magrissimo e indaffarato personaggio ci degnò di uno sguardo svogliato e insolente, con la presunzione di crederci inadeguati per una corrispondente spesa gourmand.

Quando Ogma ebbe deciso i primi e le pietanze, rispose, con fermezza ed eleganza, a una sgarbata domanda retorica del Professor Guastucci, esaurendo ogni ulteriore richiesta.

Domanda: «Niente antipasti?»

Risposta, puntando la zampa anteriore destra su un rigo della lista vini: «Barolo Riserva Monfortino di Giacomo Conterno, price 2755 €».

Cercai di scorgere la lista (il prezzo, per essere sincero), gettando le pupille su quella cifra fuori portata, ma ormai dentro il nostro personalissimo menù.

Guastucci tornò presto, camminando di fretta con la bottiglia appena impolverata che manteneva in orizzontale: etichetta, sguardo, candela, decanter.

«Chi assaggia?»

Ogma senza fiatare inclinò il suo calice.

Il docente versò.

Con la zampa posteriore sinistra, Ogma fece roteare la preziosa spremuta di nebbiolo sfiorando il bordo con il gorgo, poi si passò il bicchiere da una zampa all’altra e, con la sinistra anteriore, lo mise contro luce per osservare gli archetti di glicerina che colavano lenti. Allungò il vino dentro il cristallo, quasi per rovesciarlo, creando un’unghia che scrutò attentamente sul fondale bianco della tovaglia. Per concludere la degustazione, rimescolò con la zampa di dietro e se lo portò al naso:

«Monumentale! Mi fa rizzare i peli… Sentori di liquirizia e di rovere affumicato svaniscono in un lampo per più concrete sensazioni: prugna macerata, tenui note di radici, ciliegie mature, castagne arrostite e crocchette di cacciagione King Dog. Suppongo che in bocca potrebbe stupire: prevedo una impalpabile sapidità di orecchie di maiale essiccate e un gradevole retrogusto amaro di Trixie Naturalpet Snack. Ottimo direi! Meglio di una pallina da tennis lanciata lontano, meglio persino di un guinzaglio appoggiato su una panchina».

«Altrettanto non potrei dire del vostro abbinamento: avete scelto, Signori, tutti piatti a base di pesce, crostacei o molluschi. Insostenibile, direi!», volle puntualizzare il cameriere.

«Vede, amico mio! Io non sono affatto un cane comune, e i miei gusti non sono di certo suscettibili di qualsiasi giudizio: nemmeno del suo, caro Signore. Io sono il Cane del Signor Pregoni. Lei saprebbe dirmi quale sia la differenza tra me e gli altri cani?»

«Assolutamente no, Signor Cane del Signor Pregoni!»

«Ebbene, sono come quel vino. Tutte le bottiglie sembrano uguali, se non le si aprissero e assaporassero. Però una delle tante è stata conservata in verticale, ahimè! Un’altra ha preso una vampata di calore diventando aceto, e ancora una è stata esposta incautamente alla luce. Ma questa, Signore, questa davanti a me, questa bottiglia è unica, ed è la migliore di tutte le bottiglie possibili».

«E perché mai? Se posso permettermi di domandarglielo Signor Cane del Signor Pregoni».

«Perché la berremo tra amici, gentile Signore».

Come sempre, nel momento più bello dei sogni, ci si sveglia. Dunque, non rammento che sapore avesse il cibo e quanto perfetto fosse il vino.

Tuttavia, ricordo che, prima di alzare i calici e brindare, Ogma si avvicinò, mi fece una carezza sulla testa e mi disse:

«Piccolino, hai degli occhi stupendi!»

Angelo Orazio Pregoni