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La “Gaia” Utopia. Scuola, educazione e sessualità nella riflessione pedagogica di Paolo Mottana

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Che la scuola non debba soltanto istruire ma anche e soprattutto educare è il mantra che accompagna ogni discussione intorno alle potenzialità pedagogiche dell’insegnamento. Che poi nel gergo burocratico-ministeriale «educare» raccolga ogni sorta di iniziativa o pratica che appaia “etica” (educare all’affettività, all’inclusione, alla diversità, alla resilienza, alla cittadinanza, alla corretta alimentazione, al rispetto dell’ambiente …), anche questo è risaputo.

Alla scuola non si sfugge e nulla più ormai sembra sfuggirle. Nemmeno sembra che essa voglia mollare l’osso e lasciarsi scappare l’occasione di essere in prima linea contro l’analfabetismo, la violenza, la disoccupazione, la disuguaglianza, i problemi di adattamento sociale, i disturbi dell’apprendimento, tutto, insomma, meno che insegnare cos’è il fallimento o la rovina, come cadere, come sopportare il dolore o incassare una sconfitta.

Inoltre, la scuola si regge sul precetto dell’obbligatorietà. Tutto è obbligatorio tra le sue mura: l’età per entrarvi e quella per lasciarla; l’orario d’ingresso e quello di uscita; i compiti da svolgere a casa; il permesso per andare in bagno, quello per parlare e persino quello per annoiarsi. Tuttavia, ciò che si dimentica è che obblighi e precetti appartengono al diritto e alle leggi, non alla conoscenza. Nessuno apprende per obbligo e, di fatto, in pochi riescono veramente a farlo. Come un’epifania, la conoscenza si manifesta nei posti più impensati, sul ciglio della strada, al cinema, al bancone di un bar, sul portone di casa, ovunque, perdìo! (Non è Nietzsche che racconta di aver ricevuto la folgorante illuminazione dell’eterno ritorno mentre camminava ai bordi del lago di Silvaplana, o a Cardano si aprì un mondo di conoscenze con il morso di un cane?). Chi scrive crede fermamente che la conoscenza sia dovuta a un avvenimento inatteso, a un’azione imprevedibile, a un’esperienza non programmata o a un incontro fortuito. Si apre per caso un libro et voilà, il verso di una poesia ci tramortisce; si apre una porta anziché un’altra et voilà, due occhi di Circe ci mandano il cuore in fibrillazione. La conoscenza è ciò che accade senza un particolare motivo, come un’evidenza o la famosa tegola che cade sul capo. Essa non può essere distribuita, ope legis, da nessun programma ministeriale. La conoscenza, insomma, è regolata dalla stocastica.

Nemmeno l’educazione può essere politica, nel senso che non può scaturire da riforme e protocolli. Seguendo il pensiero di Hannah Arendt (La crisi dell’istruzione), infatti, la scuola si colloca esattamente nel solco di ciò che è apolitico giacché è prima ancora della politica. Essa è in anticipo su ciò che in seguito si costituirà come «politico». Il bambino – lo studente – si prepara a essere soggetto politico ma, quando frequenta la scuola, di fatto non lo è, e non può essere oggetto di azioni pedagogiche prese addirittura in anticipo, cioè prima che lui nascesse, da uffici e organismi statali.

Nel XVIII secolo Joseph Jacotot – un anti-maestro, un anti-pedagogista – aveva sovversivamente dimostrato che si può insegnare anche quello che non si sa e non si conosce. Come? Con l’emancipazione intellettuale ossia con il credere, prima di tutto, di poter imparare senza l’ausilio di lunghe lezioni, di tediosi maestri e di inutili “spiegazioni”. Un sovvertimento inedito contro quella tirannia che dichiarava (e dichiara tuttora) gli uomini incapaci di servirsi della propria capacità di pensare e di conoscere. Commentando questa prospettiva capovolta di educazione, il filosofo Jacques Ranciére afferma: «[…] prima della tirannia dichiarata, evidente, che proibisce agli individui la libera espressione dei pensieri, c’è la tirannia ben più radicale che impedisce loro di pensarsi a pieno titolo come esseri pensanti. Questa tirannia non ha bisogno di alcun apparato repressivo perché si identifica con un ordine delle cose che essa fa riconoscere come evidente da quelli stessi che opprime» (Prefazione a J. Jacotot, Insegnamento universale. La lingua materna).

Ebbene sì, ammettiamolo, in molti casi l’insegnante non è una guida, un mentore o colui che traccia il sentiero su cui il discente dovrà muovere in autonomia i propri passi, ma colui che insegna all’alunno che, senza il suo – si fa per dire – “indispensabile magistero”, egli non potrebbe imparare alcunché. In altre parole, da costui l’alunno apprende prima di tutto che, da solo, senza il professore (e di rimando senza la scuola), egli non potrà avanzare in direzione di una conoscenza o di un sapere. Impara, insomma, di essere incapace, inetto, buono a nulla. La pedagogia, questa pedagogia, instituisce una ferale dicotomia: al mondo ci sono quelli che sanno e quelli che non sanno, e quelli che non sanno devono essere educati, istruiti, indottrinati.

Di questi problemi si è fatto carico Paolo Mottana con una ricca e seria riflessione condensata nel fulminante ed eretico Piccolo manuale di controeducazione. Rifuggendo l’ammorbante forma saggistica cara all’università, Mottana confeziona un esile libello in cui la verità appare sacrilega e l’evidenza intollerabile. Il motto che aleggia nel suo scritto è Controeducare! Tuttavia, per non cadere nella rete dalla quale egli stesso si tiene a distanza, l’autore non tratteggia un metodo pedagogico alternativo a quelli classici ma fa della controeducazione una pratica di diserzione muovendosi in un territorio affine all’anarchismo pedagogico con una fortissima attenzione estetica ed esperienziale.

Con Mottana siamo ormai lontani dallo sberleffo provocatorio del Papini di Chiudiamo le scuole, dalla verbosa invettiva di Illich di Descolarizzare la società o dalla spietata analisi marxista di Ideologia e apparati ideologici di Stato di Althusser. Quei temi, per quanto significativi, sono stati acquisiti e infine dialetticamente superati. Non vi è traccia nemmeno di quelle educate critiche primonovecentesche espresse da Prezzolini con una lunga serie di articoli giornalistici, scritti in un italiano lustro, raccolti nel volume Paradossi educativi. No, il punto di partenza del pensiero di Mottana si situa su un altro meridiano e, come si è detto, avanza usando il grimaldello dell’ironia sprezzante, dell’estetica e del valore educativo dell’esperienza.

È proprio questo, infatti, il punto di forza dell’argomentazione di Mottana, riportare l’esperienza viva dei sensi, dell’emozione, del sentimento (se si vuole anche del dolore e della sconfitta), al centro dell’apprendimento là dove invece la scuola e gli istituti di educazione separano artificiosamente sapere e vita, trasformano il desiderio di conoscere in obbligo e produco soggetti valutabili, comparabili, normalizzati. Non si tratta, dunque, di sostituire un’ortodossia con un’altra, ma di sabotare le evidenze e di smontare i rituali scolastici (lezione, voto, programma, competenza, ecc.) che invece vengono dati per naturali.

Anche per Mottana l’educazione autentica è eventuale, accade cioè ai margini, negli interstizi, mai nei luoghi ufficialmente deputati a produrla. Ed è in quella direzione che occorre spingere la controeducazione perché produca «Un’osmosi tra fuori e dentro dove però il dentro non è necessariamente una scuola ma l’appartamento del gruppo di compagni, la base, la casa dell’insegnante del momento», scrive il pedagogo. Ma, avverte, anche gli spazi vanno ripensati, rimodellati e conformati alle nuove esigenze dell’esperienza viva per diventare «[…] covo, spazio di espansione e di espressione, teatro, campo di gioco, laboratorio, nascondiglio. Spazio curvilineo, fitto di zone d’ombra, multimaterico, sonoro, danzante» (p. 25), poiché soltanto così la controeducazione può valorizza e rendere efficace l’esperienza diretta, l’erranza cognitiva, la perdita di tempo feconda e l’immaginazione come forza sovversiva.

Nella controeducazione di Mottana il corpo, mortificato dalla coatta sedentarietà delle aule scolastiche o dalle limitate dimensioni delle stanze domestiche, emendato delle sue naturali pulsioni nella catechesi delle polverose sagrestie e ridicolizzato da asimmetrici e storpiati esercizi ginnici nell’ora di educazione fisica, diventa finalmente signore, padrone assoluto che riconquista spazi e territori a lui proditoriamente sottratti. Per questo, nella riflessione magmatica dell’autore finanche la sessualità e l’eros devono riaffermarsi come esperienze formative controeducanti in cui il corpo si espanda incontrando altri corpi «[…] come copula diffusa, bellezza che si infonde tra cose alberi e case, desiderio che fluisce impetuoso e ricettività riconoscente dove prima il pudore e la continenza costipavano gonadi e seme, rendendo iracondi e sbilenchi. Il sesso come spezia collettiva, di cui cibarsi con frequenza e con sapienza, scoprendo e scambiando consigli, fomentando la cosmesi e l’irradiamento della bella apparenza come terapia di un mondo finalmente appagato» (p. 32).

Assumere il corpo, il desiderio e il piacere come dimensioni costitutive dell’esperienza formativa fanno sì che Mottana possa addirittura proporre un orientamento educativo alla sessualità come quello che irradia dalle pagine di un altro suo minuscolo trattatello intitolato emblematicamente Elogio delle voluttà. Per una gaia educazione sessuale.

Qui egli non intende propinare le solite educate e fin troppo edulcorate best practices sessuali e nemmeno trattare il sesso in senso igienico, tecnico-scientifico o sanitario. La sua intenzione, piuttosto, è quella di fondare una critica dell’educazione moderna a partire dall’affermazione sistematica della voluttà come categoria antropologica ed educativa. La sua gaia educazione (così la chiama con evidente ed esplicito riferimento nietzscheano in cui, tuttavia, la parola «gaia» non è affatto ornamentale) si oppone a una pedagogia del controllo, del pudore disciplinare e della normalizzazione biopolitica che, secondo l’autore, ha storicamente operato una separazione violenta tra sapere e godimento, conoscenza e corpo, pensiero e affettività.

Chi ha letto anche poche pagine di Fourier, di Foucault o di Marcuse troverà queste tesi di poco interesse oppure non proprio sprizzanti novità. Eppure, riconoscere alla voluttà, così come fa Mottana, una forza conoscitiva, un’energia immaginativa e un principio di attrazione-relazione non strumentale con l’altro e con il mondo tanto da evidenziarne addirittura il valore educativo, è sicuramente illuminante. Qui la sessualità non è riducibile all’atto sessuale, all’intima dazione, ma diventa modo di abitare il corpo, di sentire il tempo, di entrare in risonanza con l’ambiente. L’educazione, se vuole essere emancipativa, deve smettere di addestrare soggetti funzionali e cominciare a coltivare sensibilità, senza ricadere né nel permissivismo ingenuo né nella normatività moralistica. Cosicché «[…] la gaia educazione sessuale intende porre rimedio e rilanciare una prospettiva edonista nella quale fin da piccoli si prepari il corpo a perfezionare la propria sensibilità al contatto, alla cura, al piacere» proprio mentre psicologi, pedagogisti, maestri, insegnanti e altre ingombranti figure di sostegno dell’ortosessualità appaiono preoccupate «[…] di tenere alla larga i giovani da una sessualità non normata in maniera stretta» (P. Mottana, u.o.c., p. 44). Questa è dunque la «gaiezza» di cui parla Mottana, una vera e propria opposizione alla pedagogia della paura (delle malattie, degli abusi, della devianza), della prevenzione ossessiva e dal linguaggio emergenziale, una «gaiezza», infine, usata come contro-dispositivo che, sebbene non neghi i rischi, rifiuta categoricamente che diventino il principio ordinatore del discorso educativo.

Da qui, quella che in titolo abbiamo definito la forma utopica della posizione di Mottana, ossia il rifiuto di accettare come naturale ciò che naturale non è. Un’utopia, insomma, che non promette mondi nuovi à la Fourier, né coincide con un modello educativo alternativo e neppure propone una riforma scolastica più audace. La sua «gaia» e «utopica» forma educativa pare voglia soltanto incrinare lo status quo di un mondo regolato da abitudine, rassegnazione e supina accettazione. In questo senso, la «gaia utopia» di Mottana non indica un altrove da realizzare, bensì un presente da disattivare.

C’est tout!

Vincenzo Liguori 

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Paolo Mottana, Piccolo manuale di controeducazione, Mimesis, Milano – Udine 2011, pp. 120 – EAN 9788857508191

Paolo Mottana, Elogio delle voluttà. Per una gaia educazione sessuale. Trattatello incostante in spazi, soggetti e oggetti adibiti all’uopo, Mimesis, Milano – Udine 2019, pp. 81 – EAN 9788857557526

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