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La misura del proprio desiderio

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Nicola Samorì, Mistify the Ominous Tapestry, 2024

(Il mio intervento dedicato agli alunni ed ai genitori, giugno 2026)

Ogni persona è la misura del proprio desiderio.

Lo dissi con leggerezza ad una amica, Manuela… fu lei a farmi rendere conto dell’importanza di questa frase.

La responsabilità di un educatore è offrire gli strumenti affinché quel desiderio costitutivo dell’essere umano, possa essere innanzitutto intuito per poi essere compreso e perseguito.

Il desiderio non è qualcosa di astratto; è una necessità vitale che ci permette di superare gli ostacoli per crescere. Il desiderio è l’unica possibilità che abbiamo di superare noi stessi, di uscire dalla nostra vergognosa e statica zona di comfort, dalle nostre emozioni instabili, dai nostri sentimenti incerti e dall’ego che, a volte, ci tiene prigionieri.

Il desiderio ci obbliga a realizzare qualcosa di grande, e quel qualcosa di grande si chiama opera.

Per questa ragione le arti — la musica, le arti visive, la danza, la letteratura — sono importanti, perché ci aiutano a mettere in gioco tutto ciò che siamo per costruire qualcosa che ci porti al limite di noi stessi per poi superarlo.

Ogni volta di più, ogni volta meglio. 

L’opera ci obbliga a rimanere in secondo piano, perché ciò che conta davvero è lei.

Un educatore sa perfettamente che senza desiderio non c’è crescita, che senza difficoltà non c’è superamento e che la conoscenza ci colloca costantemente in una zona di disagio, perché quella zona è l’unica che permette a uno studente di superare se stesso.

Rispettare significa riconoscere il valore di questa misura infinita dell’essere. Riconoscere che i bambini che abbiamo davanti possono essere una possibilità affinché il mondo cambi, affinché il mondo diventi un luogo un po’ migliore. Tra i nostri figli potrebbero esserci dei Michelangelo, dei Mozart o degli Shakespeare, ma perché possano fiorire hanno bisogno di questo sguardo e della serietà che da esso ne deriva.

Non basta offrire loro una vita facile e comoda; al contrario: bisogna dare loro sfide e ambizioni, bisogna dare loro sogni e possibilità, bisogna strapparli dal mondo facile e confortevole nel quale la nostra società vuole mantenerli.

Io credo nei miei alunni allo stesso modo in cui credo in mio figlio. E credo in loro perché so che possono arrivare a fare cose meravigliose, come il dipinto che ho dietro di me, realizzato da un bambino di appena cinque anni. Lui non sa che il giorno in cui lo dipinse mi fece sognare, mi fece respirare e mi fece capire, più che mai, che quella è la strada verso la meraviglia e verso la costruzione di qualcosa di importante.

Forse non lo capirà. Forse non lo capirete. Ma anche se fosse stato solo per quel disegno, per me sarebbe valsa la pena condividere quest’anno con i vostri figli, i miei alunni.

Un educatore sa che gli unici a cui deve qualcosa non sono né i genitori, né la direzione, né le ideologie, né le pedagogie, ma i suoi alunni e l’enorme e infinita possibilità di splendore che essi portano con sé.

“Ogni persona è la misura del proprio desiderio”, dicevo all’inizio. Ai miei alunni voglio lasciare questa frase, e spero che li accompagni per il resto della loro vita, perché nessuno potrà togliere loro le parole pensate, nessuno ha il diritto di limitare l’immensità del loro desiderio.

Voglio lasciarvi con due domande:

La libertà consiste nel fare ciò che vogliamo, oppure nello sforzarci di comprendere e imparare per acquisire gli strumenti che ci permettano di esprimerci con profondità?

Educare significa dare priorità agli stati emotivi e passeggeri di un bambino in ogni momento, oppure educarlo affinché quegli stati trovino la loro vera dimensione di fronte all’immensità e alla vastità delle possibilità che i vostri figli, i miei alunni, possono raggiungere?

Grazie a tutti.

Paolo Maggis 

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