Che per i Greci la libertà degli uomini coincide con la Necessità degli dei, che le Moire tessono per noi la tela della vita e che Atropo dà il taglio finale, sicché precipitiamo come maschere vuote nell’ Ade, credo sia noto a tutti.
Che quel popolo, più gravido di senso di qualunque altro, si trascinasse ovunque la consapevolezza del precario a noi intrinseco, è ampiamente rappresentato in ogni ambito della loro vita e della letteratura.
Eppure, interrogavano sacerdoti , criptomantici, voli di uccelli e interiora di animali per conoscere il loro futuro, come se volessero stornare il Destino, cambiare il corso degli eventi, rivendicando un margine di libertà nel corso segnato della Storia individuale e collettiva.
I poemi epici e le tragedie contemplano la presenza di un sacerdote, Crise, Taltibio, Tiresia si pongono mediatori tra la dimensione umana e l’implacabile volontà divina.
Se ci commuove il pianto di Crise ( con la stessa etimologia di Cristo, l’Unto), se ci seduce la sua preghiera ad Apollo Arco d’Argento, Sminteo, pronunciata davanti allo sconfinato mare, lo stesso del pianto di Odisseo, dove i destini degli uomini si misurano con Eolo e Poseidone, se a noi arriva il dolore di Priamo nella tenda di Achille e la sua pietosa richiesta della restituzione di Ettore unisce i nemici, credo che con inesorabile Necessità tutti almeno una volta ci siamo sentiti Edipo.
Abbiamo avuto i piedini bucati, feriti dall’abbandono, ci siamo identificati con la sua zoppia, difetto più dell’ anima che del corpo, ci siamo sentiti irretiti in una relazione senza scampo, abbiamo chiesto aiuto al terapeuta per indagare le dinamiche coinvolte in quell’ Amore incessante, che ci infligge pene necessarie; e io stessa sono andata a Delfi, nell’ombelico del Mondo, dove sorge il Tempio di Apollo, nel punto esatto dell’incontro delle due aquile.
Non che cercassi risposte, ma ponevo domande al vento caldo d’estate, che non furono soddisfatte, ma mi hanno lasciato quel senso di inesatto Mistero che lì si respira ancora oggi. Oggi che saliamo col fiato corto su per l’erta collina dove si scoprono ruderi del luogo più sacro dove Edipo incontrò la Pizia. Dove tutti noi incontriamo il nostro daimon.
Lì Socrate si scoprì il più sapiente degli uomini, restando l’ignorante proverbiale, rivendicazione di una spinta conoscitiva infinita, che non si esaurisce con lui, ma ci arriva pungente.
Tutti i periodi di crisi, come quello attuale, ripropongono la domanda esistenziale: libertà o Destino? In fondo, incarniamo oggi ancora il senso tragico del vivere, come postura ontologica.
Si, deridiamo il sacro, ma ne sentiamo la potenza. E, se c’è un’onda di ritorno di un Cattolicesimo puritano, personalmente mi trovo in sintonia con un bellissimo libretto, firmato Adelphi, Dürrenmatt, La Morte della Pizia, pubblicato per la prima volta in lingua originale nel 1976, edito in Italia con la traduzione di Renata Colorni.
Un racconto di sessantotto pagine in cui la sapiente dissacrazione del mito più noto, più sprofondato nella notte dei tempi, da perderne le tracce, ritrovate da S. Freud, ci fa cercatori di orme, che, destabilizzati, torniamo sulla via maestra a riconfermare la fondatezza del paradigma umano: tutti siamo Edipo!
La riscrittura del Mito ad opera dello Svizzero Tedesco, pungente denuncia del controllo poliziesco di una Svizzera apparentemente democratica, la storia che ritorna anche oggi, progressista outsider, filosofo irriverente, tra fumo, alcool, droga, temi grotteschi e humor nero, satira e ipercriticismo ironico, ci pone davanti l’interrogativo dei tempi tutti: e se Giocasta fosse una sorta di meretrice, che se la faceva con la guardia del corpo di Laio, che lo amava -la zoppia di Laio in fondo era sessuale, incapace di unirsi ad una donna se non da ubriaco- ed Edipo non fosse suo figlio? Arguta osservazione: Edipo è il figlio marchiato dall’omosessualità del padre, in fondo anche il suo doppio. In questo viavai di rapporti che tessono la rete di quel destino, cosa c’è di acclarato? E la Pizia, ormai vegliarda, quanto sarà stata distratta nell’emettere quello stravagante oracolo cucito per Edipo? In fondo, si annoiava tra quei vapori caldi e gli ipnotici, ma doveva pur approfittare del lauto pagamento di una famiglia reale..
Tra paradossi e tragica ironia, denunciando il traffico economico dell’omphalos più famoso, lì, dove il mito sembra apparentemente profanato, si nutre di senso.
Il paradosso diventa Destino esatto. Il blasfemo Dürrenmatt, un devoto. Siamo tutti diaboloi: eternamente divisi, la Pizia ci persuade, pur nella sfaccendata distrazione.
Alea iacta est!
Giovanna Albi