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La poesia di Anna Maria Scopa tra ferita e sopravvivenza 

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L’opera poetica di Annamaria Scopa si presenta come un organismo vivo, stratificato, radicato nel dolore e nella memoria, ma capace di espandersi, insinuarsi, sopravvivere. Articolata in quattro sezioni dal lessico vegetale – semi-infiorescenze, sequoie, radicanti, graminacee – la raccolta costruisce una geografia emotiva e temporale che attraversa l’infanzia, la maternità, il lutto, la malattia, la fragilità della sopravvivenza quotidiana.

Scopa si colloca con voce autonoma e distintiva nel panorama della poesia contemporanea italiana, soprattutto femminile, nella scia di autrici come Chandra Livia Candiani, Patrizia Cavalli e Antonella Anedda, ma con un timbro tutto suo: più narrativo e confessionale rispetto ad Anedda, più corporeo e carnale rispetto a Candiani, più feriale e ferito rispetto alla leggerezza disillusa di Cavalli.

 Un ciclo vitale

Ogni sezione della raccolta rappresenta un tempo della soggettività:

“Semi-infiorescenze” è la germinazione dell’io, il tempo dell’attesa, della tenerezza e dell’origine. L’infanzia e la maternità sono i due poli su cui ruota la parola. Il corpo è ancora fiorente, ma già trafitto da domande.

“Sequoie” affonda nel passato memoriale e familiare. La madre e il padre sono presenze tanto centrali quanto fantasmatiche. La morte, il lutto, il vuoto diventano materia poetica. La scrittura si verticalizza come le sequoie: alta, densa, radicata.

“Radicanti” segna il passaggio a una soggettività in cammino, che ha conosciuto il dolore e cerca una forma di rigenerazione. La poesia qui è “gesto”, atto di cura e resistenza più che discorso salvifico. Crescere da dentro è l’unica via.

“Graminacee” è l’approdo disilluso e tenero a una vita minima, fatta di gesti domestici, malanni comuni, memoria minuta. È la poesia del “poco che basta”, dello stare al mondo anche senza più domande.

Scopa costruisce il proprio immaginario su campi lessicali fortemente connotati:

il vegetale (semi, fiori, radici, alberi, mele marce, lavanda, limoni, malerbe): la natura è sempre una proiezione emotiva, non paesaggio, ma corpo.

il corpo familiare (madre, padre, figlio, denti, grembo, stomaco, mani): è un corpo che ricorda, che ha amato, che ha perso.

il quotidiano minore (cucina, tovaglie, rosari, torcicollo, piazza Mancini, selfie, brocche): oggetti e situazioni della vita feriale diventano significanti poetici.

Si registra una forte densità isotopica, con richiami intertestuali e simbolici che ritornano trasversalmente: la madre, il fiore che muore, il gesto della cura, la scritta sui muri, il Tevere, le Avemarie, i corvi, la frutta.

L’impianto sintattico predilige la paratassi e la frammentazione lirica, con un uso insistito di:

enjambement (che spezza il flusso per creare sospensione e apertura),

ellissi (che intensificano il non detto, il taglio emotivo),

anacoluti apparenti, che mimano il pensiero a singhiozzo, il pensare poetico come balbettio consapevole.

Esempio (da testo 78):

> “Questo stare al mondo / è una candela che mi trema in mano / sembra che si spenga / poi, allungo le braccia / come fosse per sempre / e in controluce / la vita appare.”

Il ritmo è spesso spezzato, quasi parlato, talvolta vicino al verso prosastico ma sempre musicalmente attento: le parole si appoggiano, si disarticolano e si riconnettono in una tessitura che simula l’incertezza, ma è altamente costruita.

Negazione e meta-poetica

In testi come il n. 83 (“Questa non è una poesia”), la voce poetica si confronta direttamente con il senso stesso dello scrivere: la poesia non è ornamento, ma residuo, dolore, scarto. Il testo assume allora valore meta-poetico e insieme auto-denunciante: la parola poetica è efficace solo se taglia, se punge, se resta nel corpo.

Scopa costruisce un io poetico complesso, non eroico, non pacificato, ma profondamente incarnato:

una soggettività femminile che abita il trauma, che cura con piccoli riti quotidiani (il cucire, l’olio, la preghiera), che conserva i resti senza vergogna, che non cerca redenzione, ma riconoscimento.

L’opera intera è pervasa da un sentimento della perdita, ma anche da un desiderio tenace di rimanere, di “tenersi”, di non sparire. La poesia è qui ciò che ancora salva, senza promettere salvezza.

Poesia del poco, poesia che resta

Con questa raccolta, Annamaria Scopa si afferma come una delle voci più intense, solide e interiormente coerenti del panorama poetico italiano contemporaneo. La sua scrittura è politica senza proclami, spirituale senza dogmi, lirica senza artificio.

La forza dell’opera risiede in:

una coerenza tematica e simbolica impeccabile,

una lingua sensibile, tagliata, nutrita di corpo e di cose,

una visione radicata e mobile, come le piante che danno il titolo alle sezioni.

È una poesia che non pretende di illuminare, ma che sta accanto, come una sedia di paglia o una candela che trema: piccola, ma assolutamente vera.

Parole chiave critiche: corporeità, memoria affettiva, linguaggio della cura, femminile radicato, resistenza del quotidiano.

 Consigliata per: studiosi di poesia contemporanea, lettrici e lettori attenti alla poesia femminile, alle scritture dell’intimità, del trauma e della memoria familiare.

Francesca Mezzadri

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I Radicanti, Anna Maria Scopa, Bertoni Editore, 2025, Collana Poesia Mundi a cura di Simona Volpe, pagg 92 brossura, euro 15,00. Disponibile in libreria e on line

 

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