Tania Chimenti, “Versi orfani di ignoto destinatario”
Macabor, 2024 – Prefazione di Antonio Spagnuolo, Postfazione di Antonio Avenoso
L’opera poetica Versi orfani di ignoto destinatario di Tania Chimenti si presenta fin dal titolo come una dichiarazione di poetica. La poesia non è qui atto assertivo, né confessione egocentrica: è messaggio in cerca di un interlocutore che forse non esiste, o che è perduto, o che si cela — come Dio nei versi finali — dietro nuvole fitte e abbaglianti silenzi. Chimenti costruisce una raccolta di testi che si muovono tra diario lirico, visione afasica, lampo mistico e riflessione metalinguistica. Il tutto mantenendo una costante discrezione: l’io poetico non urla mai, ma sottrae, trattenendo emozione, desiderio e verità a un passo dalla rivelazione.
Tre grandi assi tematici attraversano la raccolta. Il primo è l’assenza, il non-detto. In molte poesie domina la retorica dell’incompleto, del non pronunciato, del “tra”: tra vita e morte (come nell’immagine lieve e definitiva dell’ombrellone chiuso dal bagnino), tra sogno e veglia, tra il “Ti amo” e il “Stai lontano” dei fogli notturni. L’assenza non è solo un tema: è la grammatica dell’intera raccolta. Il secondo asse è il tempo, inteso come entropia quotidiana. Esso non è lineare ma circolare, disordinato: il condizionatore gira al contrario, la vecchiaia arriva prima del senso, la poesia nasce “già vecchia”, affetta da una progeria semantica che la condanna all’imperfezione. Anche la morte è sdrammatizzata ma non banalizzata, e inserita in un orizzonte domestico e ironico, dove la consapevolezza esistenziale si misura nella durata della luce sulla spiaggia. Il terzo asse è infine la parola poetica stessa, vista come zona di rischio, come materia implosa. Chimenti rifiuta l’orpello lirico, diffida dell’analisi tecnica e invita il lettore a un contatto diretto, vulnerabile, nudo. La poesia, avverte, non va sezionata, ma attraversata. È atto spirituale, non esperimento.
Dal punto di vista stilistico, prevale il verso libero, spesso prossimo alla prosa lirica, ma sempre musicale e ritmato. Il lessico è quotidiano, semplice, ma mai banale: gli oggetti domestici si fanno simboli, i gesti ordinari diventano soglie. Il lavandino che “gorgoglia minaccioso”, la caffettiera che “vomita”, la TV che segna la “dissolvenza a nero”, sono segni di una realtà trasfigurata da uno sguardo poetico iperrealista, mai onirico, profondamente terrestre. Non manca l’ironia, soprattutto nei testi che riguardano il corpo, il tempo che passa, il desiderio. Ma non è un’ironia che dissacra: è piuttosto una strategia di sopravvivenza lirica, una forma di compassione per la fragilità.
La spiritualità che attraversa l’opera è laica, disincantata ma presente. In uno dei testi finali, Chimenti rivendica la propria forma di religiosità non dogmatica: “sono stata una buona cristiana senza andare a messa”, scrive, in una confessione che è insieme ribellione e supplica. Il suo Dio è una presenza remota e luminosa, che si lascia forse intuire nei vuoti, nelle implosioni, nella richiesta silenziosa di “non avere più paura della paura”.
Il componimento che più chiaramente esprime la poetica dell’autrice è, a nostro avviso, il testo contrassegnato dal numero 54, che qui riportiamo integralmente:
Non venite con i vostri camici da chimici
ad analizzare le poesie.
Il foglio bianco non sarà mai il laboratorio
dove, con scarpe robuste, occhiali da protezione, capelli legati,
analizzate atomo per atomo, sostanza per sostanza.
Entrate nudi, scalzi, capelli al vento.
Sciolti i pregiudizi
di capire riferimenti e soprattutto sentenziare
pericoli e diagnosi.
Qui l’implosione ha macchiato
il foglio di parole.
Se sapessero i poeti, quando iniziano
a scrivere, dove andrà a finire la mano
che si intrufola tra ricordi, desideri, immaginazione,
scardinando i sensi e decentrandosi,
al punto da non sentire più il corpo.
Ma una voce dice:
“Continua, portami da nessuna parte.
Giriamo a vuoto, bellissimo poeta perdigiorno.”
Questa poesia è, in senso pieno, una dichiarazione di poetica. È autoriflessiva, perché racconta la scrittura mentre la compie. È consapevole, perché chiama il lettore alla responsabilità dell’ascolto e dell’accoglienza. È radicale, perché rifiuta le gabbie interpretative, le esegesi forzate, i filtri accademici. È, infine, un atto d’amore verso la poesia come perdita e come dono. Il “poeta perdigiorno” è la cifra perfetta per un’intera raccolta che non cerca verità assolute, ma piccoli disvelamenti sul bordo delle cose.
Con Versi orfani di ignoto destinatario, Tania Chimenti consegna una raccolta di sorprendente maturità. Non seduce, non predica, non cerca la perfezione formale: scrive per sottrazione, con voce sommessa e insieme indelebile. In un tempo che spesso premia l’eccesso e l’egocentrismo, questa poetica della discrezione radicale appare come un gesto di raro coraggio estetico e umano.
Francesca Mezzadri