La street art inaugura le Passeggiate d’Autore con Sofia Corben

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imgresSofia Corben è blogger di giorno e tassista di notte. Dopo una laurea in Filosofia, ha deciso di conciliare il suo lavoro con la passione per il noir. Così è nato Psicotaxi, un blog dove racconta i suoi clienti e la sua città, Milano. I suoi racconti sono stati pubblicati su Repubblica e la rivista MilanoNera.

Hai inaugurato le Passeggiate d’Autore all’insegna della street art, accompagnando un variegato gruppo di partecipanti lungo il quartiere di Leoncavallo, a Milano. Una laurea in filosofia, tassista di notte e blogger di giorno. Da dove nascono l’interesse e la competenza per questo tipo di arte?
“Se volevi fare la tassista, ti bastava la patente!”, mi dicono le mie zie, ma un po’ di filosofia farebbe bene a tutti. Per molti, si tratta di una sorta di disciplina che raggruppa delle massime e invece la Filosofia è la capacità di compiere una riflessione razionale. Dunque, porsi delle domande. Non è la risposta che conta, ma la domanda perché la curiosità ci spinge a cercare, quindi a ragionare. Ho scelto d’inaugurare le Passeggiate con la street art per sintonia: il contesto urbano è il mio luogo di lavoro e di ispirazione creativa. La strada è un laboratorio.

Nel 2013 è stato pubblicato Psicotaxi (Unicopli, collana Metropolis), la tua prima raccolta di racconti, ambientati nella notte milanese. L’incipit del primo racconto: “Milano di notte è una puttana scalza, con l’alluce che sbuca dal collant bucato. Al sabato si traveste, si dà una ripulita, ma al lunedì torna se stessa, perché la notte a Milano arriva di lunedì quando la gente per bene dorme…”. È un incipit meditato o il risultato dell’ispirazione del momento?
In quelle frasi, ho cercato di esprimere il mio personale senso di alienazione. Le parole, come le idee, arrivano e basta. Non ci sono regole o formule. Mi viene in mente la bellissima poesia di Eugenio Montale, “Non chiederci la parola”. Si può dire solo “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, ovvero i vuoti, i conflitti sono grandi risorse per la creatività. Non voglio certo paragonarmi, io sto a Montale come un orango sta ad Einstein, intendo che non ci sono metodi. Va detto, però, che le parole e le idee non si scrivono da sole: scrivere è un lavoro, anzi un lavoraccio.

Ti è capitato, nel tuo lavoro notturno, di accompagnare in taxi uno scrittore che conoscevi o che hai in seguito letto?
Uno scrittore, una notte, voleva pagarmi con una poesia, scritta a macchina, su un foglio umido di pioggia. Le strofe erano dedicate “ai mariti di mezzanotte”. Lui è Helfrid P. Wetwood. Quest’anno è uscito in libreria il suo noir “Muto come un orsetto”, scritto dal punto di vista dell’arma del delitto: un peluche usato per soffocare una prostituta e poi gettato in strada. Lo raccoglieranno degli spazzini, un barone, un adolescente, uno psicologo e così via, entrerà e uscirà dalle vite degli altri, proprio come un taxi, con un epilogo sorprendente.

Curi “Scrittori in Taxi”, appuntamento speciale di BookCity. È un ciclo di presentazioni durante le corse e sui taxi salgono scrittori, giornalisti e critici. Quali sono i tuoi criteri per scegliere gli autori?
Cerco i lettori. Oggi c’è una drammatica mancanza di lettori, soprattutto di quelli esigenti. Scrittori in Taxi è un progetto di promozione della lettura, nato nel 2013, ed è divenuto un appuntamento speciale delle edizioni di BookCity. Mi ha dato e continua a darmi molte soddisfazioni, ormai considero questa iniziativa la mia piccola creatura! Il blog Psicotaxi è stato l’inizio di un percorso: l’opportunità di occuparmi di cultura e un’occasione per esprimermi. Guidare un taxi sembra davvero una metafora: guardare avanti, avere sempre qualcosa di nuovo da desiderare, da scoprire, da esprimere. Anche le cose più semplici.

Appartieni a una categoria spesso al centro di grandi polemiche. Qual è il tuo rapporto con l’informazione?
Poliziotti, commercianti, allenatori di calcio, medici, giudici, giornalisti, avvocati, persino le casalinghe: l’attualità ha un giudizio, negativo, per tutti. La cronaca quotidiana macina short news per andare incontro alla pigrizia mentale del lettore medio, sono funzionali l’uno all’altro. La verità non è mai semplice, richiede un’attenzione che non si fermi al giudizio collettivo, che per definizione non è un giudizio autonomo, frutto di una riflessione indipendente.

Hai scritto “I tribunali sono come i taxi, riempiti dell’umanità più varia”. Ti è mai capitato, girando in taxi, di imbatterti in storie che sconfinavano nell’illecito?
Il confine tra bene e male è sottile. “Calorie e Pallottole” è il racconto più reale di tutti. Un giorno, un taxi scarica al pronto soccorso un cliente con un proiettile in corpo e la tassista giura di non sapere niente. Fin qui è la verità, ma in tribunale sono stata per altri motivi, molto meno importanti: uno dei miei più cari amici fa l’avvocato. Anche negli altri racconti ci sono le storie che incontro. Ovviamente devo romanzare per necessità; una buona storia diventa noiosa senza una trama.
Senza una struttura, anche la storia più straordinaria è sprecata.