La tenuta

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Harvey “Doc” Kimberley strattonò il volante. I fari puntati negli occhi gli chiusero la vista. Le auto della polizia lo circondarono all’uscita del Bondon Hotel. Non fu sparato alcun colpo. Harvey Docera vestito da inserviente e guidava una vecchia Ford. Si allentò il nodo della cravatta, sprofondò nel sedile e fece un gran sorriso. La carriera criminale del boss del Pacifico terminò qualche mese più tardi, in una cella nello Stato dell’Iowa. Disfunzione epatica e insufficienza renale.

La Tenuta di Doc Harvey fu infine confiscata. L’iter era stato lungo ed estenuante. Dopo qualche mese, al momento dei sopralluoghi per valutarne la destinazione, l’equipe del professor Randalph Stein e gli agenti forestali effettuarono la prima macabra scoperta, a cui ne seguirono tante altre.

La tenuta, che si estendeva per 38 ettari, aveva a circa 6 chilometri dall’accesso principale una radura, ed intorno ai secolari alberi, testimoni silenziosi della ferocia dell’uomo, per anni vennero seppelliti e occultati i corpi. Gli scavi fecero affiorare col tempo centinaia di scheletri.

Noi li vedemmo. Noi ricordammo.

Quando poi si pensò a tramutare quel luogo in qualcosa che richiamasse alla mente la rinascita e la forza della vita, fu deciso di destinare la Tenuta a Riserva Naturale.

In quel momento a migliaia di chilometri di distanza, in Ruanda, si stava compiendo il massacro dei Tutsi da parte degli Hutu. L’orribile guerra fratricida era nel suo momento più aspro, e le foreste non erano più garanzia di riparo per nessuno. Battute da bande di cosiddetti patrioti armati, essi stupravano, mutilavano e uccidevano. L’orrore era ovunque.

Solamente il sangue rappreso sugli alberi riusciva a infondere un po’ di speranza. Ci si aggrappava all’idea che la violenza si stesse allontanando.

Gli scontri avevano coinvolto anche un numeroso clan di gorilla, il cui capobranco, che chiameremo Titus, un grande e possente schiena d’argento, intuì l’avvicinarsi del pericolo e decise di condurre il suo popolo più lontano.

Quella incongrua migrazione, quell’esodo, fu notato e registrato dalla spedizione scientifica guidata dal primatologo Dr. Mike Thomas del Primate Specialist Group-20.

Con una cooperazione internazionale il branco di 26 individui, venne trasferito nella neonata riserva naturale di Rain Justice Hill.

Qualche tempo dopo, come sempre dispone la natura, un gorilla maschio più giovane e forte soppiantò Titus alla guida del branco. Tuttavia, benché esiliato, Titus continuò a ricevere dai membri del suo clan visite rispettose. Quando morì, persino Apollo, il giovane successore che lo aveva sfidato e vinto con feroci colpi e morsi si trattenne qualche minuto presso il corpo senza vita.

Adesso, dopo tanti anni uomini e gorilla sono terra nella terra, battezzati nel sangue, piegati dall’oblio e dall’orrore. Sotto quegli alberi maestosi, ognuno non è neppure un’ombra, è solamente un nulla, sotto un mantello d’erba scossa dal vento, dall’ira dei giorni, non c’è più nessuno che ricordi, solo il rumore delle bacche che cadono, delle piogge che periodicamente si abbattono, degli uccelli e dei minuscoli insetti, di quel mondo apparentemente così insignificante e spaventosamente potente.

Quando sarò morto spero che questa terra straniera mi sia pesantissima, che mi sfondi i polmoni, che invada tutto, brulicante e che non lasci traccia di me. Vorrei essere nelle vene di questa pianta, impastarmi con ciò che sta nel profondo, sminuzzato e succhiato dalle radici. Vorrei che i miei denti siano da ornamento di qualche nido. Vorrei far compagnia ad una piuma e ad un ramoscello e che qualche mio pezzo d’ossa, venisse trasportato in qualche modo nella mia terra, nella terra in cui sono nato e in cui nacque mio padre e suo padre prima di lui. Vorrei essere poggiato al riparo nella mia foresta, nel mio giaciglio all’asciutto.

Io sono Titus.

Edoardo M. Rizzoli

(da un’idea dello scrittore Pier Luigi Felli di Latina e dal suo consenso)