“L’abilità dell’artista sta nel saper consegnare ad altri la soluzione o la narrazione dell’opera”. Intervista a Velasco Vitali

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Velasco Vitali

Suono il citofono del suo studio a Milano, attraverso il cortile e un giovane Vitali apre la porta. Entro facendomi passo tra il branco, guardando in basso per non pestare nessuno, e trovo Velasco Vitali: jeans maglietta e sorriso affabile, uomo slanciato verso l’alto. Converseremo a lungo in questo ampio spazio luminoso, circondati dai suoi cani che cani non sono, da sculture, quadri e colori, da boschi e città di mare. Andrò via sentendo che Velasco Vitali risponde, con la sua arte, alla proposta di Calvino nelle sue città invisibili: guarda e cerca, con occhi randagi, quello che in questo inferno non è inferno, e lo fa durare, e gli dà spazio.

 

Mercedes Viola

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Quando ha scoperto o deciso di voler fare il pittore?

Davo per scontato fin da piccolo che la mia professione sarebbe stata fare il pittore, non tanto perché disegnavo bene, ma perché mio padre non faceva altro che dipingere e parlava solo di quello. Quell’attività mi sembrava del tutto normale.
Diciamo che lui mi ha condizionato con una visione “ottusa” della vita, senza considerare che ci potessero essere altre strade, altre professioni.

Non ha dovuto lottare per scegliere di fare l’artista.

Ho lottato dopo. Mio padre mi ha aspettato al varco per vent’anni. Prima mi ha preparato il terreno, mostrandomi il meglio, le cose belle, e poi quando mi son deciso a provarci, è come se mi avesse sfidato in diretta.

Come?

Era uno che pretendeva molto, intorno ai miei vent’anni ha fatto in modo che non mi iscrivessi all’accademia; ci ho provato due volte, ma senza riuscirci. Dall’altra parte avevo la sensazione che mi rendesse difficile la strada, alzandomi l’asticella delle difficoltà, in poche parole la questione era semplice e diretta: credi che fare l’artista sia un piacere, uno scherzo?

E quale risposta si dà oggi?

Che nell’essere artista c’è una parte scherzosa, giocosa, infantile che deve assolutamente esistere e che non va mai soffocata; in quel periodo di apprendistato è come se un po’ mi fosse stata sottratta, privilegiando il “solfeggio”, un po’ noioso.

E l’ha amata lo stesso, la pittura?

L’ho amata molto e sempre di più, in crescendo, anche ora. È un segreto che si svela continuamente. Questa è la cosa affascinante. Anche se l’inizio è stato un esercizio estremo, quasi una grammatica.

Tirando le somme, cosa direbbe a suo padre?

Vista la fatica e il risultato che poi ho ottenuto, post mortem lo ringrazio, in fondo in quegli anni di faticoso esercizio mi sono affinato nella pratica dell’indipendenza mano-cervello, come fa un pianista, per rendere il gesto istintivo. Il cervello imposta le note e la mano diventa un sismografo.

Un suo punto di riferimento nell’arte?

Se devo distinguere fra due grandi strade tracciate nel ’900, non scelgo Duchamp ma Picasso: l’artista che non va nemmeno in laboratorio perché è già sul luogo di lavoro, ogni giorni in esercizio, e tutto quello che trova diventa uno stimolante elemento di rigenerazione, senza porsi troppe domande sul destino dell’opera. Ciò che interessa è plasmare il mondo.

È possibile dipingere sempre? Manca mai la voce?

Questo lavoro è frutto anche di momenti fortunati. L’importante è non insistere troppo nelle giornate no, quando capita è la conferma che sei un gigantesco scemo che non si dà pace. In quei casi sarebbero consigliate meravigliose passeggiate in montagna, una nuotata la mare, stare con i figli. Tante cose piuttosto che insistere.

E lei insisteva.

Ogni tanto mi capita anche adesso, ma i primi anni era tremendo, non me ne accorgevo e proseguivo per giorni ininterrottamente, come un malato ossessivo.

Perché si fa?

Forse autocompiacimento. Tutti i giorni senti, con errata presunzione, che puoi sfidare il mondo. Sono gli anni in cui i tuoi coetanei si laureano, lavorano ed esplode la loro partecipazione al mondo, mentre tu stai praticando i fallimenti più grandi. Inoltre avevo, e ho, poca attenzione a me stesso, poca propensione alla meditazione. L’ho migliorata negli anni.

Un esercizio legato al guardarsi?

Sì, ma nella globalità di quello che sono, non attraverso la mia opera, che in fondo non conta nulla. Ero addestrato a una presunzione sbagliata applicata all’arte, una autoreferenzialità che spesso è connessa all’arte, eccessiva, introiettata, e riproiettata sull’opera; come un’inutile circolarità interna. Vedo che sono tantissimi i giovani che sono colpiti da questo virus.

E cosa direbbe loro?

Leggerezza. Guardare e poi fare.

Guardare il mondo?

Esatto, se stessi e il mondo. Perché se non guardi fuori, il massimo risultato che puoi avere è estetico. Invece dev’essere sempre connesso a una etica e a un’urgenza, in modo naturale.

L’ha chiamata “urgenza espressiva”?

No, spesso senti dire «anch’io ho bisogno di esprimermi», niente di più scontato. Ma una cosa è scrivere, un’altra è avere bisogno di esprimersi e scrivere. Sarebbe più corretto chiedersi quali sono i nostri reali interessi. Sapersi dare questa risposta e metà dell’opera è già fatta, è già una visione di quello che vuoi raccontare, un pensiero potente.

Il pensiero potente è una cosa che cerca o appare?

Lo cerco, perché è connesso al mondo e sta dentro il nostro modo di vivere.

Cos’è il talento?

Il talento è saper approcciare un tema, lo vedo nei miei figli. Non è istinto, ma ha un riferimento più umanistico, meno legato all’espressione personale diretta.
La cosa che conta nella narrazione, non è tanto riuscire in un bel quadro, ma andarsene, abbandonare un’immagine e lasciare che altri continuino a sentire qualcosa, come un mondo che si riapre. L’abilità dell’artista sta nel saper consegnare ad altri la soluzione o la narrazione dell’opera. Per me è una delle regole, vorrei insomma che un non-detto restasse in sospeso e uno se lo portasse con sé.

Cos’è l’arte, qual è il suo compito?

Penso che l’arte sia un canale ottico per potere vedere, da un altro punto di vista, la deriva – positiva o negativa – del mondo. Abbiamo bisogno di racconto, di sapere chi siamo attraverso la storia degli altri. L’arte ha la funzione di svelarci territori, storie, cose che spesso diamo per scontate senza saperle trovare del tutto. E se avesse il compito di rimetterci in pace?

La sensibilità dell’artista come un’antenna del suo tempo?

Sì, dovrebbe essere un po’ anche questo. La capacita è cercare, attraverso un linguaggio estetico e silenzioso, di comunicare agli altri una forma; chi guarda deve saper vedere e leggere tra le righe, senza fermarsi all’aspetto esteriore e formale: un cane non è un cane, è una scultura.

Cosa vuol dire?

Sono le metafore di noi stessi. Le sculture dei cani, intendo. Vengono, come ispirazione, dal randagismo. La certezza che noi siamo animali randagi è uno degli assi portanti del mio lavoro, suddiviso poi in un’infinità di capitoli possibili che riguardano il nomadismo, il rapporto fra razze e lingue, l’esodo, lo sbarco, la convivenza, la capacità di rapportarti al capo branco, la capacita di sfamarsi e di sopravvivere a un luogo e a momenti difficili, riguarda le malattie, le contaminazioni e i maltrattamenti.

Come nasce l’idea di utilizzare i materiali dell’abusivismo edilizio per le sue sculture?

Dipingevo, a fine degli anni ’90, una serie di quadri delle città di mare, di porto, perché sono quelle che subiscono una forte trasformazione nel giro di poche ore. Questa alterazione sociale e morfologica è ancora più evidente nelle periferie, dove la macchia di abusivismo edilizio è quella che, anarchicamente, modifica velocemente il tessuto che circoscrive la città, esaltandone le problematiche e l’identità.
Utilizzare le materie dell’abusivismo edilizio per modellare e scolpire, era un modo per attribuire alle sculture un significato già connesso alla materia scelta per modellarle. L’uso di materiali insoliti per praticare una scultura “abusiva” questo necessitava alla mia scultura del “branco”. Il cane, che si raduna per rafforzarsi, e le città che l’uomo costruisce come luogo dove poter vivere bene insieme, sono la linfa del mio lavoro, il simbolo e l’ossatura.

Velasco Vitali, Branco, 2003/2010

Va dal disegno alla pittura alla scultura, dal figurativo al non figurativo. Si può dire che lei sia un randagio dell’arte?

Vista così, sì, perché al tempo delle città e dei cani, ho avuto bisogno di uscire dal quadro e fare qualcosa che occupasse lo spazio.
Forse avrei dovuto castigarmi un po’ di più per essere un artista più assoluto, ma in fondo non me ne frega niente. Questa continua ricerca mi ha dato la possibilità duttile di toccare tanti materiali, di cambiarli, rovinarli, fallire e ricominciare, un’operatività ininterrotta che mi ha molto divertito e mi ha permesso di essere sempre attratto e in gioco col mio lavoro. C’è sempre una possibilità d’invenzione.

Cos’è il Monumento alla resistenza che si trova ora in mostra al Mart Museum di Rovereto?

È un inganno totale. L’ipotetico smontaggio di un monumento realmente esistente, quello a Sandro Pertini, progettato da Aldo Rossi, che è sempre oggetto di discussione, a rischio smontaggio e spostamento.
Ho preso quel cubo e gli ho cambiato pelle utilizzando le mie materie – quelle del abusivismo – e ho ricostruito il monumento pezzo per pezzo, un po’ alla volta, con nuovi incastri, come un lego. È diventato una specie di labirinto che ho fatto dialogare coi cani, quindi altre metafore. È il monumento alla resistenza di noi stessi di fronte a qualsiasi fatto, positivo o negativo della vita; ai detrattori, alle fatiche o alle bellezze della vita, alla malattia, resistere nella lotta per le proprie idee nel tempo.

C’è la paura che chi lo guarda non riesca a sentirlo o a capirlo?

Quasi sempre è così. Infatti questo è un altro modo di resistere, un modo un po’ cazzuto di guardare il mondo.
Un altro dei compiti importati di chi opera sul linguaggio – che sia arte, musica, letteratura o filosofia – è quello di attribuire all’opera che esegue una specie di funzione sociale e politica dell’arte, quella di aiutare chi guarda ad aprire gli occhi, a girare lo sguardo. In fondo è quello che ricevo anche dagli altri artisti; capisco che quello che sta tra le righe è il vero svelamento ed è ogni volta una scoperta come un fatto miracoloso.
C’è così tanta verità nell’arte quando è pura, quando non vuol essere protagonista per esibire se stessa, che si traduce immediatamente in testimonianza di vita.

Cosa racconta?

Che abbiamo bisogno di vivere meglio, di allargare lo sguardo e i confini sul nostro benessere, sulla natura, di vivere un po’ più contaminati, saper convivere, aver rispetto, e potrei andare avanti con l’elenco a costo di sembrare scontato, ma sono codici che allargano la nostra vista. Se noi siamo veri, già domani avremo il coraggio di cambiare senza temere di perdere qualcosa. Probabilmente la vita sta cambiando, qualcosa di nuovo sta per accadere e forse non saremo pronti. Con certezza invece siamo precari di fronte a un mondo totalmente instabile, oltre a essere stupidamente aggressivi.

Cosa ci rende aggressivi?

Probabilmente il potere è uno dei nostri grandi pericoli. Non sappiamo esattamente che cos’è, ma lo vogliamo smisuratamente. Non riusciamo mai a fare un passo indietro, è una cosa che ci riempie di vergogna, e non si capisce come mai. Viviamo nella più presuntuosa delle epoche storiche, dove non sentiamo altro che il bisogno di urlare «io».

Velasco Vitali, Goldwatch, 2020

Cosa sono quegli alberi che vedo là dietro, contro il muro?

È parte di Goldwatch, il progetto nato durante il confinamento. Ero nel giardino di casa di mia sorella, a Bellano, e ho chiamato i miei figli – che erano a Milano – raccontandogli che avrei dipinto ogni giorno un quadro, per un’ora, per ventiquattro giorni; spostando la visuale ogni giorno fino a coprire tutto il giardino.
Loro mi hanno suggerito di raccontarlo in diretta Instagram, l’ho fatto e ho accettato il rischio. Poi ogni giorno con un mio amico diverso, finché questa modalità ha preso improvvisamente forma di progetto. Alla fine dei ventiquattro giorni è intervenuto il silenzio che s’è tramutato in altri ventiquattro giorni di solitudine e disegni dello stesso soggetto: la natura che evolve su fondo oro, un allusione all’indefinibile, al mistero come era nel medioevo.
Ora, quello che vedi tu è l’inizio del terzo ciclo, quello della meditazione: ventiquattro nuovi grandi dipinti sulla natura.
C’è quasi un ritorno all’ingenuità in questo progetto, c’è lo sguardo nuovo sulle cose di sempre, le generazioni che s’incontrano e collaborano, il tempo.

Quando sarà in esposizione?

Sarà esposto a partire dalla prima quindicina di Ottobre nello spazio ASSAB ONE, a Milano.

Per chi è la sua arte?

Per tutte le persone che hanno voglia di interrogarsi. Capisco che c’è una parte di mondo che ha grande timidezza senza bisogno di dichiararsi e che forse vuol solo stare in ascolto.
E poi mi auguro che ogni opera faccia il suo cammino, anche lentissimo, senza sgomitare, e che i significati emergano nel corso degli anni, con o senza di me. Senza di me è anche meglio.

Intervista a cura di Mercedes Viola

Photo credits: Gianni Manìa, Oliviero Toscani