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Lara Pavanetto. L’ultima missione di Casanova. La massoneria a Venezia nel Settecento. La fine della Repubblica

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Al netto del titolo scelto – doveroso, essendo stato l’anno scorso il trecentesimo anniversario della nascita di Giacomo Casanova – chi scrive è dell’idea che il punto focale su cui si concentra maggiormente la trattazione dell’Autrice sia quello indicato dalla prima parte del sottotitolo: “La massoneria a Venezia nel Settecento”, anche se, pure, si va ben oltre – cronologicamente ma, soprattutto, geograficamente – quel che accadde negli ambienti di loggia tra Dominante e Terraferma nel XVIII secolo.

Per quanto relativamente breve si tratta di un saggio a suo modo complesso, poiché, trattando anche della politica interna di quel penultimo scampolo di Serenissima Repubblica, per forza di cose ci si imbatte in riferimenti – che l’Autrice cerca di stringare quanto più possibile per non tediare il lettore, non siamo tra le pagine di un manuale di Storia del Diritto, ma nei quali non può non prodursi – a quella fantastica struttura di pesi e contrappesi, magistrature e correzioni, che era la legislazione veneziana dei tempi.

Venendo a colui che è, comunque, il protagonista non tanto della vicenda (si parla, al singolare, di un’ultima missione) ma delle molteplici vicende narrate, l’affiliazione massonica di Giacomo Casanova (1725-1798), ovunque presentato mediante il trittico “avventuriero, letterato e agente segreto” che però, io credo, pur comprendendo comunque un ampio spettro di attività sia abbastanza limitato, è sempre stata di pubblico dominio, tanto più che egli stesso, al contempo faber fortunae et infortunae suae, non ne fece mai particolare mistero! Ad essere sicuramente meno risaputo, invece, è che non è mai esistita una sola massoneria; o meglio, magari, il fatto che esistessero (e, di fatto, esistano tutt’oggi) diverse obbedienze e altrettanti “riti” è pacifico, ma altrettanto non lo è che il sotteso ideologico che animava il pensiero massonico non fosse soltanto quello che, generalizzando forse troppo, chiamiamo “illuminista” o “progressista”. Infatti, per ovviare alla presenza comunque maggioritaria delle logge animate dagli ideali di cui sopra, presto si assistette alla fondazione di altre latomie, e di tutt’altra visione: per fare un solo esempio, in Baviera – forse non a caso l’unico land tedesco a maggioranza cattolica -, terra natìa degli Illuminati, “l’ala razionalista dell’istituzione massonica”, nacquero, a distanza di tempo minima, obbedienze massoniche che, invece, facevano della spiritualità “retta” il proprio tratto distintivo – e, in almeno una, si sospetta lo zampino dei Gesuiti, che, “nonostante la soppressione dell’Ordine nel 1773, sarebbero stati decisi a continuare la loro opera di proselitismo a favore della fede cattolica nella Germania protestante mediante l’infiltrazione nelle logge massoniche” [mantenendo come “quartier generale” la cattolica Baviera, nota del recensore]. Si parla qui della cosiddetta “Stretta Osservanza Templare”, del “Clericato Templare” (la riscoperta del templarismo è una delle principali mosse direzionate alla “cristianizzazione della massoneria”), dell’ “Ordine della Rosacroce d’Oro” (al quale fu iniziato Federico Guglielmo II di Prussia, “che inaugurò una politica reazionaria e anti-illuministica”, predecessore sul trono dello stato tedesco di quel Federico Guglielmo III – per completezza d’informazioni: entrambi fedeli protestanti, il primo, addirittura, calvinista – che, il 26 settembre 1815, a Parigi, fu tra i firmatari, assieme allo Zar Alessandro I e all’Imperatore d’Austria Francesco I, di quella Santa Alleanza salutata come una delle principali “fondamenta ideologiche e esoteriche della conservazione politica europea”) e di una loggia denominata “Fratelli d’Asia”. L’Autrice, poi, inserisce nel novero anche il famigerato “Rito Egizio fondato a Strasburgo da Giuseppe Balsamo alias Conte di Cagliostro”, ma, su questo specifico passaggio, mi sento di dissentire, perlomeno parzialmente: in primis perché, circa l’identificazione Giuseppe Balsamo/Conte di Cagliostro, sempre più sta facendosi largo l’ipotesi che sia stata costruita ad arte, per negativizzare (ulteriormente?) la figura del Conte Alessandro Cagliostro col ritenerlo “l’imbroglione palermitano Giuseppe Balsamo” che per lui semplicemente si sarebbe spacciato. A farsi latore di questa posizione il medico francese Emanuel Lalande (1868-1926), il quale, con lo ieronimo di Marc Haven, fece parte del Supremo Consiglio dell’Ordine Martinista e scrisse un’accorata difesa del “vero” Cagliostro, Il Maestro Sconosciuto: Cagliostro. Studio storico e critico sull’Alta Magia, della quale la casa editrice CambiaMenti, l’anno passato, ha dato alle stampe un’edizione in lingua italiana, basata sulla terza edizione francese, datata 1964 (di queste informazioni così specifiche ringrazio Luca Bagatin, studioso di Risorgimento ed esoterismo, che del libro di Marc Haven ha ampiamente trattato in un articolo/recensione uscito il 5 luglio 2025 sulla testata online “LiberalCafè”). Circa, poi, l’inserimento nel novero della “massoneria cattolica” (o almeno cristiana) del Rito Egizio ideato dal Conte di Cagliostro, anche quest’informazione ritengo debba essere presa con le pinze, per quanto non manchino documenti che comprovino il rapporto, se non proprio d’amicizia sicuramente di reciproca stima, intercorrente tra il Conte e i papi Clemente XIII Rezzonico (ironia della sorte: veneziano) e XIV Ganganelli, la cui repentina morte ha fatto sospettare a molti un avvelenamento per essere stato il Pontefice della soppressione della Compagnia di Gesù!

Tornando a noi, e cercando di chiudere qualche parentesi, in che cosa consistette questa ultima missione di Giacomo Casanova? E in quali termini – anche se, di primo acchito, si potrebbe pensare al contrario – nel portarla a termine la propria iniziazione massonica lo favorì?

Data la sua natura spiccatamente libertina, la massoneria cui Casanova aderì inizialmente fu della prima delle due tipologie sopra indicate: quella culturalmente razionalista, imbevuta di Illuminismo e politicamente progressista, filiazione diretta della Gran Loggia di Londra, risultato, nel 1717, della fusione di quattro logge preesistenti. Successivamente però, nel corso della propria avventurosa esistenza che lo vide anche espulso dalla sua città natale e in giro per l’Europa, o perché in fuga da qualcuno o perché inviatovi in qualità di 007 ante litteram, sappiamo che egli divenne spia al soldo dei tre Inquisitori, temutissima magistratura veneziana “istituita nel 1539 per garantire la sicurezza dello Stato, la segretezza dei segreti pubblici e contrastare spionaggio e alto tradimento”. Quale miglior agente del nostro, così inserito in quegli ambienti di loggia per chi, a tutti gli effetti, non era del tutto anti-massonico, quanto, semplicemente, coinvolto nel piano giuseppino di riunione di “tutte le logge sotto un’unica direzione per utilizzarle come parte della politica asburgica”, le cui mire almeno sulla Terraferma veneziana erano sempre più esplicite (rammentiamo le posizioni non certo ostili alla massoneria dell’Imperatore d’Austria Giuseppe II, di contro a quelle della madre Maria Teresa, ella sì ferocemente antimassonica)? Sì, perché l’influenza inglese sulle logge del primo tipo, esplicata con dovizia di particolari dall’Autrice nel primo paragrafo (“La loggia anglofila”) del capitolo quinto “Nomi, date e legami: il libertino, il doge, il segretario massone, il rivoluzionario illuminato”, stava portando ad un’accelerazione della decadenza di Venezia, o meglio: ad una “cospirazione per rovesciare e uccidere il doge [Paolo Renier, il penultimo] con tutto il suo Consiglio” per poter fare, almeno della Dominante, una monarchia costituzionale all’inglese, la qual cosa, per gli affezionati alle vecchie libertà repubblicane, era peggio che decadere!

Traspare dunque dal saggio di Lara Pavanetto, storica padovana formatasi in Ca’ Foscari, studiosa di storia della magia e dell’esoterismo soprattutto tra Medioevo e Rinascimento, la figura di un Casanova – mi si perdoni il termine, in altri contesti ultimamente abusato – rivoluzionario-conservatore! Rivoluzionario nel senso più letterale del termine, che vuol significare un ritorno all’origine; conservatore, poi, poiché intenzionato a votarsi a conservare le sopra citate antiche libertà, per non fare della Serenissima una succursale di Londra (per quanto meno esplicite rispetto a quelle austriache e francesi anche le mire inglesi rappresentavano, ai tempi, uno dei fronti caldi sui quali si giocava la sopravvivenza di Venezia)!

Insomma, un Casanova patriota, nonostante Venezia non sempre sia stata madre amorevole per lui, disposto a tutto, anche ad allearsi con chi, anni prima, lo teneva sotto stretto controllo, pur di ritardarne quella caduta che, comunque, di lì a poco tempo si sarebbe abbattuta in tutta la sua forza sulla Regina dell’Adriatico. Da qui (ma non solo) si dipana la bella narrazione di Lara – che si spinge verso territori, mentali e geografici, che non ci si aspetterebbe –, in un saggio accuratissimo e preciso che si fa leggere come un romanzo.

Alberto De Marchi

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Lara Pavanetto, “L’ultima missione di Casanova. La massoneria a Venezia nel Settecento. La fine della Repubblica”, Intermedia Edizioni, 2025, 140 pagine, 16 euro

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