L’arcipelago, ho scritto a un amico, non è soltanto una figura spaziale, è un modello epistemico e organizzativo. Indica una relazione che è al tempo stesso precisa e mobile, volubile e volatile, discontinua tra corpi, saperi, pratiche ed “esperienze” (come dicono i cuochi di MasterChef).
Ogni isola (o corpo sociale) custodisce una competenza singolare; ciò che le tiene in relazione non è la continuità, ma la traiettoria mobile che le connette. In questa topologia dell’intermittenza, che ho inventato adesso e non oso verificare se qualcuno lo ha già scritto magari 50 anni fa! – fatta di ponti (come voleva Aldo Manuzio che Iddio benedica il suo genio), correnti, attraversamenti – si manifesta il nesso essenziale tra competenza e apprendimento.
La conoscenza contemporanea non si organizza più per sistemi chiusi, gerarchie disciplinari o linearità cumulative: nasce invece da configurazioni plurali, irriducibili, rizomatiche, dove ogni nodo è autonomo ma mai isolato.
Per noi, scrivevo all’amico, intendendo “casa editrice”, oggi, l’arcipelago è più di una metafora: dovrebbe essere il nostro paradigma operativo controcorrente <*)){{{=<
Non siamo – non vogliamo più essere – “editori” nel senso consuetus, participio passato del verbo consuescere che significa abituarsi, assuefarsi, rassegnarsi.
Non vogliamo più selezionare testi, dobbiamo in futuro curare (guidare a esserne capaci!) attraversamenti, costruire connessioni improbabili, rendere visibili linee di forza che nascono dallo scambio tra discipline, mestieri, tecnologie.
Il compito è generare mappe dinamiche (la carta è stanca) della conoscenza: non con-tenere, ma mettere in relazione; non sistematizzare, ma far emergere; non organizzare il sapere secondo un centro, ma incoraggiare le sue molteplici direzioni centrifughe. L’arcipelago è una forma del pensiero plurale, non totalizzante, mai concluso (mi viene in mente il “pensiero incompleto” di Francesco I e il “penultimo pensiero” di Paolo Fabbri. Però è facile sentire queste metafore (anche nei corridoi corrotti degli autoriferiti), dobbiamo imparare a progettare una tecnica di organizzazione con nodi indipendenti e connessioni variabili ad alta intensità… d’accordo, non è così facile, come scopiazzare annoiati Gilles Deleuze in un bar a Trastevere.
Dobbiamo riproporci un posizionamento identitario (come avrebbe detto un mio io uno dei tanti quaranta anni fa da pubblicitario, tenendo cmq presente Giovanni Gentile che diceva che “identità” è sostantivo plurale): non siamo più una editrice, ma vorremmo essere una organizzazione che “pratica” l’apprendimento come si pratica yoga, come si fa il vino. Sperando nella clemenza del cielo, dell’acqua e del sole.
Luca Sossella