Larry Watson. Montana 1948

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E’ un’indiana, perché dovrebbe dire la verità?

Larry Watson, Montana 1948

Ho preso così tanti appunti su dei foglietti che il libro è cresciuto di diverse pagine. Ho consumato una matita, ho sottolineato delle frasi e ho sfregato le mie dita sulla carta, e lo farò ogni volta che vorrò avere una forte sensazione. Ciò che ho toccato non cadrà mai in polvere.

C’è una poesia di Dylan Thomas e c’è un passaggio che sempre mi ricordo in cui egli scrive “In un mondo di veli che io tocco e lacero”. Ed è proprio questa frase, questa immagine così penetrante, che ho avuto leggendo il romanzo Montana 1948 di Larry Watson, edito da Mattioli 1885 e tradotto magistralmente da Nicola Manuppelli.

Un romanzo che racconta la provincia americana, l’Ovest, la contea di Mercer e la città di Bentrock. É la storia di un luogo, di un ragazzo di dodici anni e del suo diventare uomo; la storia di un abuso, di un delitto e di una scelta tra la lealtà nei confronti della propria famiglia e la giustizia.

A Bentrock tutto era tranquillo e tutto sarebbe dovuto rimanere esattamente in questo modo, poiché “la vita era semplicemente troppo dura e dovevi riversare così tanta attenzione ed energia per mantenere non solo te stesso ma anche la tua famiglia, il raccolto e il bestiame” che non era proprio possibile sprecare le forze, creare problemi o fare qualcosa di sconveniente. Eppure, in questa tranquilla contea un giorno qualcosa accadde e tutto davanti agli occhi di un attento ragazzo di provincia iniziò a cambiare, a sfaldarsi, come la vernice sulla parete di legno di una casa, come le bolle della pittura e le parti scrostate.

David Hayden è l’io narrante di questa storia, il dodicenne introverso che, come da dietro una tenda, da dietro un velo, ci racconta ciò che udì e ciò che non avrebbe dovuto e che mai, nell’innocenza di quegli anni, si sarebbe aspettato di poter ascoltare.

David ci racconta di suo padre, lo sceriffo Wesley (che non sembrava nemmeno uno sceriffo del West, che non portava gli stivali e non indossava neppure Stetson* fatto a mano) e di suo fratello, lo zio Frank, l’eroe di guerra, lo stimato medico di quella comunità. Ci racconta i volti di una terra dura eppure così affascinante e libera, così legata all’ordine sociale, alle buone maniere, alla Chiesa. Ci racconta di una giovane governante Sioux Hunkpapa di nome Marie Piccola Soldato che amava ridere e parlare.

Larry Watson, attraverso David, ci porta di fronte a una scelta e lo fa in maniera dirompente ed immediata; lo fa dall’intimità di una stanza, di una cucina, di una casa che, da quel momento, andrà in rovina. Usa la voce di una donna della provincia americana, per far accendere un fuoco dirompente. Una moglie che si rivolgerà a suo marito dicendogli: “quando visita un’indiana, lui…. fa cose che non dovrebbe. Si prende delle libertà. Libertà indecenti (…) tuo fratello sta stuprando queste donne. Queste ragazze. Queste ragazze indiane”.

Le sicurezze di un uomo vengono meno. Tutto sembra non avere più peso. Ogni giudizio, ogni espressione avuta fino a quel momento è come se perdesse di valore, come se il male non fosse più solamente qualcosa di prossimo, di vicino, di possibile ma distante, ma fosse anche penetrato nelle ossa, fosse stato pompato nelle radici di una famiglia per bene.

Ogni personaggio della storia sentirà su di sé il peso del dolore. Nessuno potrà essere più lo stesso ed il dolore agirà su ognuno di loro in modo inaspettato, nelle loro intimità, e questo agire senza posa sarà ed è la bellezza del libro.

Il lettore vedrà uomini avvizziti dal peso delle consuetudini diventare forti, essere un esempio di virtù, di costanza e determinazione. Vedrà la giustizia farsi strada in un modo inusuale, vedrà l’odio e l’ignoranza scavare abissi nel cuore degli uomini, vedrà che l’umanità è una sola e su tutto che “le vicende più drammatiche e sensazionali di qualsiasi regione del mondo non si sono svolte in pubblico, ma sono state confinate in piccoli luoghi privati”. Così sarà sempre, nelle studio di un medico, in una casa di legno, nella tranquillità della vostra cucina, ai piedi del vostro letto.

Edoardo M. Rizzoli

*Questo cappello è l’archetipo del cappello da cowboy. La sua storia inizia nel 1865 quando John B. Stetson, figlio di un cappellaio del New Jersey, creò e commercializzò il c.d. Boss of the Plains”.

Recensione a Montana 1948 di Larry Watson, trad. N. Manuppelli, Ed. Mattioli 1885, 16.