“L’artista è la pianta verde che cresce nel cemento”. Mercedes Viola intervista Mahmoud Saleh Mohammadi

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Mahmoud Saleh Mohammadi

Un paio di anni fa, quando ancora si poteva stare in quattro su un balcone a fumare, ho conosciuto l’artista iraniano Mahmoud Saleh Mohammadi in una riunione a casa di amici. Barba e cappelli lunghi, neri come i suoi occhi di pace. Si forma come pittore in Iran e, prima di venire in Italia per studiare a Brera, pone a se stesso e all’universo una domanda. L’universo gli ha risposto con una bicicletta disastrata e gli ha detto: ora pedala. La sua storia è una storia che parla, tra le altre cose, del potere benefico dell’arte nella società. La potenza di Mahmoud forse risiede nella congruenza tra quello che dice e quello che è e fa. Tutto in linea con una traiettoria lenta e inarrestabile. Mercedes Viola

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In Iran, prima di venire in Italia, hai studiato pittura.

La parte estetica dell’arte mi piaceva molto. Ma è una cosa ho fatto per me stesso, un atto molto personale, un po’ egocentrico.

Da quando sono arrivato a Bligny 42, è stata una sfida con me stesso. Ho posto una domanda ed ero alla ricerca della risposta. Mi sono reso conto che non era una risposta semplice. «Volevi fare l’artista? Eccoti qui, pedala» sembrava dirmi l’universo.

Come sei arrivato a Bligny 42?

Ci arrivo con un amico. Eravamo felici, non potevamo credere di aver trovato un appartamento praticamente in centro a Milano per così poco. Per di più aveva un camino e io ero così felice, non avevo mai visto un camino. Il proprietario non ci poteva credere e ci ha fatto un contratto per anni.

Perché non ci credeva?

Era il 2011 e questo era un palazzo malfamato. Duecento appartamenti, di cui la maggior parte occupati. Per me era come una scena di un film apocalittico! Ogni blocco era occupato da una o più gang: da spacciatori, brasiliani giganti, gang di trans, mafia della cocaina. C’era persino una piccola cellula di Al Qaeda sotto casa mia. Inoltre cera una gang di ragazze italiane che rubavano biciclette, erano anche loro davvero pericolose. Tanti erano armati. La polizia non entrava. Gli unici buoni erano alcune famiglie e degli studenti, più un gruppo di peruviani che lavoravano, cucinavano per fuori.

Com’era la vita lì?

Sono entrato in questo palazzo e ho visto in cortile uno con una pistola, che è stato arrestato centinaia di volte. Una persona affascinante, pieno di cicatrici, parlava perfettamente inglese, francese, italiano e la sua lingua di origine. Un boss che era specializzato su marijuana e hashish. Ogni gruppo aveva la sua droga. Ogni mese ne moriva uno accoltellato in cortile o sulle scale. Tutte le notti erano svegli in cortile, facevano i turni per lo spaccio. Solo dalle 4 alle 8 potevamo dormire davvero. La mia finestra dava sul cortile e vedevo e sentivo tutto.

Nessuno portava fuori la spazzatura, la buttavano dalla finestra. Buttavano tutto, non solo la spazzatura ma anche letti, televisori. Io ho vissuto dieci anni di guerra, e ogni volta che sentivo questo rumore dicevo no, questo non è una normale sparatoria, queste sono bombe!

Come inizia il cambiamento?

Il primo anno dipingevo, frequentavo Brera per studiare. Poi ho trovato lo studio da affittare al piano terra del palazzo. Prima c’era una casa editrice, sono andati via e lo spazio è rimasto vuoto. Penso che i proprietari temessero venisse occupato dagli spacciatori. Mi hanno detto: «Abbiamo visto che sei una persona che paga l’affitto e pure la luce e il gas». Così nel 2014 ho affittato Spazio Nour.

Ma prima avevo iniziato l’attività sociale in cortile. Ho fatto la prima performance coinvolgendo e chiedendo aiuto a tutti i vicini.

Cosa hai fatto?

Ho iniziato a studiare il contesto sociale. Non era il mio obiettivo, ma forse nel mio inconscio lo era. Continuavo a dipingere, ma il contesto del palazzo mi incuriosiva tantissimo. Era pieno di culture diverse. Lì ho conosciuto questo meraviglioso cantante genovese, De André. Lui dice che dal letame nascono fiori, dal diamante non nasce niente. Tutti dicevano che questo palazzo è un buco nero, un pezzo di merda. Alcuni amici italiani mi dicevano esci da questo palazzo, per la tua reputazione artistica è il peggio. Ma io lo trovavo affascinante.

In verità, per me era una metamorfosi completa, per arrivare più dentro me stesso. Era la risposta che cercavo ma non lo sapevo.

Il palazzo ha cambiato te?

Sì. Per essere sincero, devo confessare che ero molto razzista, molto religioso, molto scettico, avevo tanti pregiudizi su transessuali e gay. Venivo da una cultura e da una famiglia molto colte e religiose. Così colte che normalmente tu non puoi accettare un’altra cosa. Pensi «Sono così superiore che gli altri fanno cacare». Un po’ quello che succede all’Italia. Matematica, poesia, cosa mi possono dare come iraniano?

Io volevo bere vino, ma avevo questo blocco, questa paura di tradire Dio. Il mio coinquilino era gay. Il primo giorno che è arrivato il suo fidanzato, sono andati in camera, io ero in soggiorno, ed ero così sconvolto al punto da pensare: adesso Zeus manda un fulmine e brucia tutto il pianeta, e il motivo sono io. Pregavo «Dio perdonami, perdona tutti, perdona lui».

Ora non sono più quel Mahmoud e non penso più come prima, sono cambiato grazie all’Italia e a Milano che mi hanno messo alla prova.

E poi c’erano tutti gli altri!

Ho trovato tutto insieme in un pacchetto promozionale. Questi gap culturali, religiosi, antropologici forti mi hanno tanto cambiato e arricchito.

Come hai portato avanti il cambiamento? Come hanno recepito l’arte in un ambiente così?

La prima cosa è stata il dialogo. Ho iniziato a parlare con tutti, a fare community building. Se vogliamo categorizzare, posso dire che ho utilizzato i linguaggi dell’arte partecipativa, dell’arte comunicativa e dell’arte performativa. Nel sociale davvero funzionano bene. Ho iniziato a fare performance dove coinvolgi il pubblico. Non serve fare tanto, basta coinvolgere tutti e dare importanza e rispetto sincero alle persone.

Sei mai stato in pericolo?

Quando uno ha cercato di uccidermi con un coltello, ho detto. «Senti, io ho visto tanto sangue nella mia vita che le vostre coltellate non mi fanno nessuna impressione. Hai il coltello in mano, non mi fa paura. Ho fatto quattro anni il militare ai servizi, per me sei un gioco. Non fare queste scene, se vuoi davvero uccidere fallo e vediamo chi vince e chi muore. Ma non lo facciamo qui, andiamo fuori nei campi, dove non c’è nessuno. Ma… c’è anche un altro modo, essendo due vicini, due civili, che vivono in un paese straniero dove ci danno degli extracomunitari, perché non ci prendiamo cura uno dell’altro invece di ucciderci?»

Non ci siamo capiti subito, ma abbiamo iniziato a dialogare. Io lo chiamo dialog-art, empathy-art.

E poi cosa è successo?

Nel palazzo non ci si parlava tra vicini. Allora ho pensato che, visto che Gesù ha finito il suo percorso con una Ultima cena, poteva essere interessante farne una in cortile, per avere un inizio di dialogo di ricostruzione e amore con la performance Prima cena.

Ho parlato con tutti i vicini, con tutte le gang, ho detto «Ragazzi, mi date del traditore perché parlo con gli italiani: facciamo vedere a tutti, anche agli italiani, che anche noi abbiamo cultura. Portate e offrite il vostro piatto ai miei ospiti, in nome dell’arte e della cultura».

Con l’aiuto dei vicini ho preparato un lungo tavolo in cortile e li ho invitati tutti a portare un loro piatto con una sedia per poi mangiare insieme. Ho invitato poi i miei amici italiani, per celebrare le culture nel paese della cultura.

Com’è andata?

Il tavolo è diventato così lungo da occupare tutto il cortile e c’era cibo a non finire. Tutti erano entusiasti. Hanno cucinato tanto. Le gang sono venute e hanno portato cibo, ma la prima volta non hanno mangiato con noi. Perché per loro, sedersi al tavolo e condividere il cibo, vuol dire diventare un fratello, non poterti mai derubare.

Sapevo queste cose. Anche per questo ho scelto come data il quindicesimo giorno di Ramadan, il mese sacro per i musulmani con buone vibrazioni. Anche un criminale durante il Ramadan è rispettoso.

Ti sei preparato…

Devi studiare il contesto, la storia, antropologia, religione, tutte queste cose, per fare arte partecipativa,. Specialmente devi metterci cuore e dare amore, altrimenti non funziona, non dà risultato.

Dopo questa cena cos’è successo?

Abbiamo iniziato a imbiancare il palazzo, a portare piante. Abbiamo fatto laboratori per creare i vasi con materiali di riciclo. Loro spaccavano tutte le piante. Così i loro bambini hanno fatto questi vasi per poi chiederne conto ai genitori.

Ogni volta che buttavano giù un vaso andavo davanti a loro, pulivo e prendevo un altro vaso. Si vergognavano. Prima ridevano, poi però vedevano che io, un altro arabo, umilmente puliva e rimetteva a posto. Questa è arte, Mercedes, non solo il tappeto che dipingo.

Le cose sono cambiate, e non abbiamo forzato nessuno. I bambini vanno a scuola, i loro genitori lavorano.

Conoscendo questa storia, le tue opere acquistano un altro significato. Diventano la sintesi di qualcosa di grande che è accaduta.

Siamo noi che diamo sacralità e valore all’oggetto, al luogo, non il contrario. Questo è stato inserito nel mio contesto artistico, nell’arte contemporanea e nella pittura.

Cos’è l’arte?

In sanscrito, Arte si dice Ho-nar. Nar vuol dire essere humano, Ho vuol dire comportamento. La parola Arte veniva data alle persone che potevano “essere nel comportamento umano”, i migliori nella società. Gli artisti prima erano tecnici – nella pittura o nella poesia – dopo, se potevano essere Ho-nar, avere un comportamento umano giusto nella società, allora divenivano maestri.

La tecnica non è sufficiente per essere un artista…

Abu Sa’id Abu’l-Khayr, poeta e filosofo iraniano di mille anni fa, diceva che ci sono tanti ciarlatani con barba e capelli lunghi che si autoproclamano profeti, artisti, ma poi non hanno un tubo da dire.

I discepoli parlavano della gente che avevano visto camminare sull’acqua o teletrasportarsi. Lui diceva che quella non era arte, ma una cosa che anche gli insetti potevano fare. «Allora cos’è l’arte?» gli chiesero i discepoli. «L’arte è quello che tu vivi all’interno dell’umanità. Ci vivi dentro. Dialoghi, ti sposi, vai al mercato, cucini, ma neanche un secondo dimentichi Dio»rispose. Dio, nella filosofia medio-orientale persiana, vuol dire te stesso, vuol dire il momento. Vivere con te stesso dove sei.

Cos’è l’arte contemporanea?

C’è una frase di Jean Jacques Lebel, che dice «L’intervento sociale è il compito degli artisti contemporanei oggi giorno». L’ha detto vent’anni fa, ma adesso proprio l’arte sta cambiando. È uno strumento molto fluido, che risponde ai bisogni del tempo. Oggi non abbiamo più bisogno di creazioni, forme inutili, anche brutte; di persone che si sono categorizzate come “artista” per un paio di secoli, perché alla società piaceva. Ora il bisogno, la richiesta, la responsabilità sono tutte cambiate. Se ora Leonardo venisse qui, vedrebbe che non funziona come nel suo periodo. Solo che gli artisti sono nella bolla e pensano che io posso essere come Monet. Leonardo fu Leonardo perché era sé stesso, nella sua epoca, con la sua lingua. Se tu se sei un artista contemporaneo, devi parlare la lingua del tuo tempo.

Rispecchiare o disturbare? Qual è la funzione?

L’arte performativa e quella sociale hanno una funzione basica nella struttura della società e nella salute mentale, così come nei cambiamenti a lungo termine che avvengono, sempre all’interno della società. L’impatto nell’arte partecipativa è umano, è pura empatia, per cui trasforma. Le opere teatrali o artistiche non funzionano perché sono una esibizione personale dove, tra l’artista e il pubblico, c’è l’ego del primo a frenare il contatto. Quando noi cambiamo il dialogo, diventa empatia pura, fa effetto alla radice. L’arte è una linguaggio di vibrazione.

In questa vibrazione c’è l’anima dell’arte?

Negli ultimi secoli gli artisti sono caduti nella mani delle istituzioni, gallerie e mercato, dove tu devi rispondere a un certo modo di porti, di apparire. Così perdono l’anima, basta che vai alla biennale di Venezia.

Ma l’Arte non si ferma e va a trovare soluzione. Gli artisti veri stanno facendo ricerca per capire come poter essere utili adesso. Dopo il cambiamento climatico, dopo il Covid, dopo l’immigrazione che arriverà.

Una amica mi ha chiesto perché avevo scelto San Francesco per la mia opera, mettendo in questione il Cattolicesimo. Le ho detto «Guarda, non è questo, l’ho trovato molto simpatico e puro, santo gli è stato detto». Lui era sensibile e forte e si esprimeva con la poesia, ha portato equilibro quando c’era bisogno e la sua poesia rimane ancora fresca.

I miei santi preferiti iniziano da Saint Charlie Chaplin, Saint Enio Moricone, Saint Strauss, Saint Mozart, Saint Amedeo Modigliani, Saint Ludovico Einaudi, I miei santi sono questi. Loro parlano senza lingua per la nostra epoca, pieni di anima.

Io sono puramente felice, e molto fiero di me stesso. Il concetto del denaro è nato con le metropoli e, ok, c’è bisogno di soldi per vivere. Ma non inizia e finisce tutto lì. Il mio focus è altro. Se perdi il focus l’arte si contamina.

Ora sei ad Anversa, in Belgio. Cosa ti ha portato lì?

Prima di venire in Italia avevo fatto un programma di dieci anni per la mia ricerca. Volevo studiare arte contemporanea a Brera, sentire e capire cosa vuol dire arte contemporanea. Quando ho finito, volevo fare un dottorato di ricerca sull’arte, ma non avevo chiaro dove e su cosa. Ho fatto due proposte per la Royal Academy di Anversa, due anni fa ho iniziato a dialogare con loro. La mia proposta era Spazio Nour e l’esperienza di arte sociale e di arte dialettica, su come potrebbe essere utile in altri contesti sociali. Loro si sono detti interessati alla proposta. Allora mi sono trasferito qui per fare ricerche profonde sul posto.

Come ti trovi rispetto all’Italia?

Per i prossimi anni farò avanti e indietro tra Milano e Anversa, aprirò Spazio Nour Antwerpen anche! Qui le cose funzionano in modo semplice. Meno fatiche, più risorse. Se mi prendono sarò un ricercatore/insegnante per i prossimi anni.

Una parte di me è in Italia, oramai la mia seconda casa. Lì ho i miei affetti, i miei amici e ho la mia bambina Spazio Nour. Ma so bene che lì sarò sempre uno straniero. Non mi lamento, solo è così, e la burocrazia rende tutto difficile, non posso nemmeno aprire un conto business in questo momento. Arrivato ad Anversa trovo che i miei progetti vengano accolti con curiosità ed entusiasmo, le istituzioni rispondono sempre alle mail, anche per dire di no!

E dopo dieci anni in Italia, tutto questo non mi sembra vero. A essere sincero, non mi sento straniero qui.

Se dovessi dire in poche parole qual è la funzione dell’artista?

Gli artisti possono davvero portare equilibro nel contesto, sono come un tranquillizzante della società. Se non ci sono, si sente. Se un cortile lo riempi di cemento, dopo un po’ la gente si deprime. Se inizi a piantare del verde, la gente inizia a stare meglio. L’artista è la pianta verde che cresce nel cemento.

Intervista a cura di Mercedes Viola

Credits photo: Mau Chi