L’assassino ci vede benissimo. Intervista a Christian Frascella

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Come i suoi predecessori “Fa troppo freddo per morire” e “Il delitto ha le gambe corte”, il nuovo libro di Christian Frascella, “L’assassino ci vede benissimo” (Einaudi, I Coralli, 2020, pp. 283, € 18) ha riscosso un immediato consenso di pubblico e critica, facendo affezionare stuoli (sempre crescenti) di lettori al suo adorabile e strampalato protagonista, l’ispettore privato Contrera.

Ne abbiamo parlato con il disponibilissimo autore torinese, trapiantato da anni a Roma.

Rispetto ai primi due episodi della serie, fermo restando lo humour che lo caratterizza, in questo romanzo ci presenti un Contrera che, nonostante la sua indomita pugnacità nei confronti dei rovesci della vita, sembra preda di un’amarezza senza quasi più appigli. Se l’impressione è giusta, come mai?

Bisogna considerare che in questo nuovo romanzo l’ho messo di fronte a situazioni esistenziali molto complesse, e che la natura stessa della storia, ambientata in un giorno ma prevalentemente in una sola notte, abbia influito sul mood dell’uomo di cui racconto, e il restringersi dell’arco temporale che ha compresso sentimenti interiori e violenza esterna è risultato per lui destabilizzante da un punto di vista emotivo. C’è perdita e c’è morte, e per quanto Contrera sia spesso un cialtrone, anela a una forma di redenzione che per ora, e forse mai, può raggiungere.

Nella tua narrazione, colpisce moltissimo la naturalezza con la quale ti rifiuti di dimensionare personaggi, storie e, soprattutto, stile nei confini del genere. Avendolo abbracciato dopo aver pubblicato libri differenti, ti sei posto in qualche modo questo obiettivo a priori? E, allo stesso tempo, pensi che in Italia ci sia invece una tendenza generale ad adagiarsi su certi stilemi rodati e più facili da digerire?

Cerco di descrivere persone e non personaggi, se metto in scena un uomo o una donna sento che devo raccontare chi sono e cosa vogliono e come lo vogliono, mettendomi spesso – per quanto possibile per quel che riguarda la sfera femminile – nei loro panni. Nessuno è totalmente buono o cattivo, ognuno deve agire secondo le scelte della propria vita. È in questo quadro che le immagini, almeno per me, si fanno vivide, e mi sembra di restituirle con veridicità. Ho sempre scritto in questo modo, e mi viene naturale. Certo nel noir ho trovato un terreno fertile per definire qualcosa che nei romanzi non polizieschi avevo solo accennato. Ogni scrittore vive nella sua bolla, non so dirti se l’appiattimento di cui mi chiedi sia prestabilito nel giallo italiano. È possibile che si possa fare di meglio, ma il pubblico tende a premiare un certo tipo di catena di montaggio narrativa, perché è rassicurante. Per fortuna ci sono autori che osano oltre gli schemi, vedi Piergiorgio Pulixi, Giampaolo Simi, e quell’instancabile «navigatore storico» che è Carlo Lucarelli.

Sempre rimanendo sulla questione del genere: attraverso la lente d’ingrandimento che il giallo/noir metropolitano consegna ad uno scrittore attento, come hai “investigato” la tua Torino e il quartiere Barriera in particolare? Questo genere, secondo te, consente (al netto di certe eventuali pretese “sociologiche”) di restituire un quadro della situazione sociale odierna molto più puntuale rispetto ad altri?

Non sapevo che avrei raccontato il lato nero di Barriera fino a quando non ho trovato le parole adatte attraverso la voce di Contrera. Tutti gli anni trascorsi a camminare in quelle strade, a guardare la gente, a frequentare locali del quartiere, ammirandone la bellezza e osservandone il declino… ogni cosa è riaffiorata appena l’uomo nella lavanderia a gettoni ha cominciato a raccontare. Credo che la periferia di Contrera sia la periferia del Paese tutto, per cui non ho timore nell’affermare che il noir è l’unico genere possibile per tirare le somme su tutto ciò che sta succedendo.

Tornando a “L’assassino ci vede benissimo”: la storia si svolge nell’arco di sole 24 ore. Questa concentrazione temporale, come ha influito sulla determinazione nel plot e quanto ha aiutato (se ha aiutato) in termini di scorrevolezza narrativa, rispetto ad una soluzione magari più giocata sul meccanismo del flashback o delle ellissi?

Ho sentito da subito, dalle prime pagine, che sarebbe stata una storia particolare, ed erano anni che desideravo racchiudere in poche ore una vicenda crime. Quando mi sono reso conto che il duplice omicidio in una notte di nebbia novembrina poteva costituire il clou di un pezzo di vita del protagonista e del quartiere, ho sentito l’adrenalina e non sono più riuscito a staccarmi da quella notte, dal Contrera di quella notte. Tutto considerato, comunque, quasi tutti i miei romanzi si svolgono in pochi giorni. Mi piace quel senso di urgenza, un evento che tira l’altro, e va anche considerato che, se rimaniamo nelle maglie del genere e se quel genere si ispira alla realtà, la stragrande maggioranza dei delitti vengono risolti in poche ore. Sono quelli di cui si parla di meno, in tv fanno più notizia i misteri apparentemente senza sbocco.

Al di là della ovvia necessità di dover guadagnare qualcosa, in queste pagine Contrera sembra animato da un desiderio più profondo di far luce sui fatti. Qual è e in cosa differisce rispetto ai primi due episodi?

E’ per via di ciò che gli sta succedendo. La quantità di sfighe accumulate nei precedenti due romanzi ha raggiunto il suo picco qui e i due omicidi su cui indaga sembrano quasi una fuga dalle sue responsabilità personali: un altro figlio in arrivo da una donna che non ama più, un’altra donna che ama e che è all’oscuro di tutto, un cattivo rapporto con la figlia adolescente, il cognato che vuole cacciarlo di casa… sta precipitando merda sulla vita di quest’uomo, quello che cerca di fare è aprire un ombrello che però ha dimenticato chissà dove.

Tra i personaggi fissi della serie, Luca, il giovanissimo figlio della sua ultima pseudo-compagna Erica, con la sua strabiliante cultura e causticità riesce a conquistare il lettore (e anche il protagonista) con ogni sua singola apparizione. È lui, in qualche modo, l’unico vero “anti-Contrera” possibile nel cuore dei tuoi lettori?

Aver creato questo personaggio opposto mi ha divertito: Luca è cultura, curiosità intellettuale, intelligenza riflessiva; tutto ciò che Contrera non è e non ha. I loro dialoghi sono i più difficili e i più belli da scrivere, perché il contrasto tra due diverse concezioni del mondo mi intriga.

Nelle prime settimane dalla pubblicazione, il romanzo sta avendo un grande successo di pubblico e di critica. Di che cosa, secondo te, si sono innamorati di più coloro che lo hanno comprato?

Di un uomo che ha un ufficio in una lavanderia e una stanza a casa della sorella sposata. Delle sue disgrazie. Dell’alternanza tra serio e faceto, tra un ricordo straziante del padre e una battuta sulla stupidità umana, compresa la sua. Di un quartiere che è una Babele. I lettori uomini possono forse aver ritrovato in lui alcune loro mancanze, o i colpi di testa che hanno pensato di fare o fatto nel corso delle loro esistenze. Le lettrici lo vorrebbero ospitare, non so esattamente per farci cosa…

Contrera sarebbe un magnifico antieroe anche per il piccolo e il grande schermo. Hai già ricevuto qualche offerta in questo senso e saresti contento di vederlo al di fuori della tua sfera di controllo? Già che ci siamo: chi sarebbe perfetto per interpretarlo?

I romanzi sono stati opzionati dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti. Altro non so. Siamo nella lunga fase di attesa che precede il tutto o il nulla.

Chi fa il lavoro di Contrera, si sa, non può che farlo da solo. Ma se dovesse scegliersi una spalla con la quale risolvere un caso, chi sceglierebbe secondo te tra i colleghi italiani e non?

Uno qualsiasi dei protagonisti di Elmore Leonard. Farebbero faville con lui.

Domanda di chiusura inevitabile: ci racconti quando e perché è nata l’idea di creare questo tuo irresistibile investigatore privato e se, in qualche modo, si ispira seppur vagamente a qualcuno che hai conosciuto veramente quando abitavi ancora a Torino?

Un pomeriggio in corso Giulio Cesare mi sono fermato davanti a una lavanderia a gettoni. E ho pensato: «Ma guarda, non potrebbe essere il set di una storia?» Ci ho immaginato un uomo seduto in un angolo, che beveva Corona e guardava fuori. Due anni dopo ho scritto di quell’uomo. Tutto qui.

Da amante di Contrera, come posso non chiederti quando tornerà a farci compagnia?

Ancora non lo so. Ancora sto aspettando che mi faccia capire cosa vuole. Fare. Da grande.

(Intervista a cura di Domenico Paris)