Uno dei tanti esempi di come, al giorno d’oggi, essere scrittori di professione e scrivere bene non vada per forza di pari passo. E viceversa. Nel senso che l’Autrice, Laura Bonaventura, alla sua terza prova dopo il racconto lungo Il cielo nel secchio (Lalli Editore 2007) e il romanzo La bambina che mangiava i fiori (Perosini Editore 2009), l’anno scorso tradotto in farsi e pubblicato in Iran, per anni docente di Lettere in diverse scuole superiori del veronese, è riuscita a produrre questo romanzo insieme corale, famigliare e storico, scritto con maestria al contempo divulgativa e didattica proprio – io credo – grazie alla sua professionalità di insegnante, per la quale, ancora, un minimo di preparazione è richiesta, mentre la scrittura, temo, tra le piaghe degli instant books e dei laqualunque che diventano magicamente scrittori grazie a stuoli di ghost writers sottopagati, sta inesorabilmente e stancamente trascinandosi verso l’abisso (dal quale, comunque, prima o poi dovrà risalire)!
Emanano una forza antica queste pagine, e fanno sentire il lettore compartecipe della storia di famiglia narrata: alla fine del racconto, tra i “Ringraziamenti”, si apprenderà che la protagonista del romanzo, Maria detta la Spumante, è la nonna dell’Autrice, anche se, la dovizia di particolari con cui le più minime vicende (Marc Bloch andrebbe sicuramente fiero di questa lezione di “microstoria”) vengono proposte e raccontate, fin da subito danno adito al sospetto che, oltre alla certosina ricerca d’archivio, ci siano ben altre frecce all’arco di Laura.
È la storia di una famiglia e della sua casa, che però sarebbe più giusto definire, stante il legame che essa ha con le diverse generazioni che si succedono, anche quando smettono di risiedervi, un archetipo abitativo: una grande corte padronale adagiata nella campagna di Montagnana, splendida città fortificata in provincia di Padova. Le vicende si dipanano dal gennaio 1896, il Governo Crispi stava apprestandosi a cadere, allorquando il capostipite, il nonno Pietro, novantenne, stanco di una vita passata essenzialmente a pensare al lavoro e al guadagno, intervallati esclusivamente da un matrimonio d’interesse, si reca, sotto una pioggia battente, a chiedere la mano a una vedova parecchio più giovane di lui, una vicina di casa di nome Catina, alla morte della protagonista, la già citata Spumante, che, se la memoria non m’inganna (e la mia scarsa attitudine matematica non mi fa difetto), compiuti i 100 anni il 31 dicembre 1999 e indicato che “[…] la volevano ancora in vita. Li accontentò: visse altri due anni”, dovrebbe essere allora occorsa tra fine 2001 e principio del 2002 (e infatti, la settima e ultima parte in cui è suddiviso il romanzo reca, quali estremi cronologici delle vicende ivi narrate, 2000-2002).
A fare da sfondo alla storia famigliare, la Grande Storia: guerre coloniali, una guerra civile, due guerre mondiali. Ma a dare il maggior risalto alle pagine sono le descrizioni dei personaggi, talmente pure e senza fronzoli che, riposto il libro terminatane la lettura, quasi ci pare di averli conosciuti sul serio: sfido chiunque a non fare il tifo per la storia d’amore tra Maria e Alberto, a non ammettere che Garda, in effetti, simpaticissima non è (per quanto la sua durezza, oltre che di natura, sia certo stata forgiata anche dalle difficoltà cui la vita l’ha sottoposta fin da ragazza), a non simpatizzare con Giovanni ma, al contempo, a non supportare anche le critiche che gli muove la moglie Malia. Non manca neppure la suspence: ad avviso di chi scrive ha raggiunto l’acme verso uno degli ultimi capitoli, quando sembrava lì lì per avvenire un incontro forse risolutivo di un fattaccio avvenuto molti anni prima. Invece così non è, le due protagoniste della vicenda rimangono reciprocamente sconosciute, in un ancora una volta che ha il netto sapore del per sempre, vista l’età avanzata di entrambe e il teatro dell’incontro abortito.
Il 2025 è agli sgoccioli, ma probabilmente qualche altro libro – mi auguro – fino al 31 dicembre (data di nascita della Spumante) lo leggerò: eppure affermo già che La Corte del Borgo, dal podio dei libri migliori che abbia letto durante quest’anno che volge ormai al termine, non verrà scalzato!
Alberto De Marchi