Le certezze

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“Sfuggendo alla critica” di Pere Borrell del Caso

Le certezze, nonostante Socrate e il suo “so di non sapere” facciano parte dei programmi scolastici (non tutti, certo – questa è effettivamente una certezza), sono ancor’oggi uno dei grandi problemi dell’umanità. Perché è difficile che le cose si facciano senza certezze, di solito è così. Soprattutto le cose che riteniamo più importanti, le stesse sorti del mondo, sono saldamente poggiate su certezze. Certezze, che sono tali per noi, è chiaro. Solitamente la medaglia di certezza viene attribuita da una giuria scelta di persone certe di poter riconoscere una certezza a diversi chilometri di distanza con l’uso di una lente d’ingrandimento. Come potrebbero fallire? Per esempio, tutti sono certi che bisogna lavorare e produrre da mattina a sera, beh certo altrimenti come fai a mangiare? Ridicolo anche solo pensarla una cosa del genere: se te ne stai sul divano è certo che morirai di fame o forse prima di noia.

Eppure io di questa cosa non ne sono così certo, sarà un problema mio, ma non mi convince. Ah, quindi tu sei certo che non si debba lavorare da mattina a sera. Ma no, ho detto che non lo so, mi piacerebbe che ci venisse perlomeno il dubbio. E invece no, bando ai dubbi. A lavorare! Poi, un’altra certezza è quella semantico-linguistica. C’è una parola che mi piace, che suona bene, ma che tutti trovano certamente negativa: vigliaccheria. Sei un vigliacco! Non è mai una cosa carina da dire a qualcuno, no? Ed effettivamente anche io fino a qualche tempo fa ne ero certo, certissimo. Un vigliacco, puah. Almeno fino a quando non ho letto Venedikt Erofeev, scrittore sovietico che ha scritto un romanzo – lui lo chiama poema ferroviario – ambientato sul treno che da Mosca lo porta a Petuškì. Qui scrive: «Oh, se tutto il mondo, se tutti, al mondo, fossero come sono io adesso, mite e pavido, e se non fossero sicuri di niente, né di sé stessi, né della serietà del proprio posto al sole, come sarebbe bello! Nessun entusiasta, nessuna impresa, nessuna mania, una generale vigliaccheria. Accetterei di vivere per l’eternità, se mi mostrassero un angolino dove non è sempre il momento di fare delle imprese. “Una generale vigliaccheria”, sì, ecco, questa è la salvezza da tutti i mali, questa è la panacea, questo è il predicato della massima perfezione!».

E poi ho pensato sì, sarebbe bello non essere certi – che poi siamo certi solo perché ci dicono di esserlo, mica lo siamo per conto nostro – che il mondo va così perché così deve andare. Ora la parola vigliaccheria mi piace, perché mi fa venire in mente Erofeev, che fra l’altro nel romanzo è ubriaco, come d’altronde tutti gli altri personaggi. Che poi, se proprio bisogna dire la verità, non si può mai essere certi di nulla perché come fai a sapere che uno non fa una cosa per vigliaccheria, magari non la fa solo per discrezione o pigrizia o chissà cos’altro e semplicemente non lo dice in giro. Oppure ha un problema lombare. Chi può saperlo?

Stefano Scrima